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Vinicio Marchioni ha Una Passione per l’Eliseo e torna dal 2 al 4 ottobre

Vinicio Marchioni dirige Marco Vergani al Piccolo Eliseo

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In occasione di due spettacoli che aprono la nuova stagione del teatro Eliseo, abbiamo avuto il piacere di parlare con Vinicio Marchione: non un divo, ma un uomo che usa la sua arte per provare a migliorare il mondo che lo circonda. Un uomo che preferisce sempre partire da sé. Qualità oggi in via di estinzione.

Bagno finale. Partitura per istrione solista, di Roberto Lerici. Perché ha scelto questo testo? E perché ne porta una lettura e non direttamente una mise en scéne?

Ho scelto il Prologo di Stagione al Piccolo Eliseo, dove ad ogni compagnia viene dato spazio per presentare i lavori nello stato in cui si trovano, perché mi sembrava la maniera migliore di presentarlo nella maniera più onesta possibile. Siccome è un monologo scritto per un attore istrionico, nel senso che si parlano cinque dialetti italiani, Roberto Lerici riscrive i personaggi di Amleto, Sherlock Holmes, il marchese de Sade, il dialogo del Faust con Mefistofele, Robinson Crusoe e, tutte queste riscritture, diventano una logorrea di quest’uomo che si rinchiude in bagno. Sono tutte escamotage, secondo me, per analizzare e reinterpretare le idiosincrasie, le paure, le solitudini, le frustrazioni dell’uomo moderno. Per cui è un testo attualissimo.

Quali sono le tematiche principali che affronta?

La ricerca dell’identità è la prima: è raffigurata da Sherlock Holmes, che cerca e analizza gli indizi nascosti all’interno di questo bagno. E, in maniera ironica, ritrova anche se stesso. C’è poi il grande dubbio dell’essere o non essere con la riscrittura dell’Amleto, attraverso l’ironia feroce che si riversa su questo padre, che ossessivamente chiede vendetta, e su questa madre, che non è certo la madre migliore del mondo. Dopodiché c’è il Faust, che avanza continue richieste ad un diavolo che non vuole comprargli nemmeno l’anima, perché non vale nulla: assistiamo ad un radicale ribaltamento del punto di vista tradizionale. Il marchese de Sade, invece, ci fa riflettere su quanto siamo disposti ad ignorare i nostri lati peggiori, oppure quanto riusciamo a suscitare reazioni negative negli altri. Alla fine c’è Robinson Crusoe che, finalmente, si ritrova da solo dentro questo bagno: sembra una situazione positiva, ma poi ci racconta del suo naufragio metafisico, che lo ha ridotto in solitudine, di come si è chiuso in questo bagno, in questa solitudine cercata, desiderata, diventata però insostenibile.

Ho letto che voleva fare il giornalista e lo scrittore. Lei è affetto da un difetto di balbuzie, quindi sarebbero state due forme di espressione che consentono di esprimersi senza usare la voce. Si è invece sfidato dove era più difficile riuscire. Come si è ritrovato, brillantemente, a recitare su un palcoscenico? Potrebbe condividere la sua esperienza con i genitori di quei ragazzi affetti da vari disturbi che troviamo sempre più spesso nelle nostre scuole?

Non penso di essere stato un bambino più problematico di tanti altri. E non penso che il mondo sia molto cambiato. Le dinamiche adolescenziali, le difficoltà relazionali, il tema del bullismo, credo ci siano sempre stati,. Si sono solo amplificati. Bisogna dare fiducia ai ragazzi, intavolare con loro un dialogo franco e sincero e dare a tutti la possibilità di esprimere quella che è la loro ricerca di un’identità. Perché durante l’adolescenza non si ha un’identità ben definita, la si sta ancora cercando. Quindi bisogna anche commettere degli errori, sbattere la testa ai muri. Ovviamente è un periodo molto complesso, sia per gli adolescenti che per i genitori. Una ricetta non esiste.

Ha parlato di bullismo. Circa dieci anni fa lei ha iniziato Romanzo Criminale. Crede che una fiction di questo tipo influisca sulle generazioni successive?

Non più di quanto abbiano influito Carlito’s Way, Il Padrino, Rambo, Quei Bravi Ragazzi. Non credo nella violenza figlia dell’imitazione. La violenza è figlia della maleducazione, figlia della scuola che non c’è, figlia dei principi che non ci sono. Non sento nessun tipo di responsabilità. Se si verifica un episodio violento, bisogna domandarsi, ad esempio, come sia possibile che un ragazzo di diciassette anni abbia una pistola in mano. E non è certo colpa di una fiction o di un film. I problemi vanno ricercati nella società, nella scuola, nelle famiglie. Tutti quanti siamo cresciuti con dei modelli positivi e negativi. Non per questo ci trasformiamo tutti in dei criminali.

 

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È stato diretto da grandi registi. Solo alcuni: Sergio Castellitto, Woody Allen, Liliana Cavani, Luca Ronconi. Che eredità che le hanno lasciato?

Castellitto mi ha insegnato che le battute più importanti, quelle con un profondo significato, le devi assolutamente mollare. Devi cercare di lavorare in sottrazione e questo è un grande insegnamento che ho ricevuto da lui sul set. Ronconi mi hai insegnato ad appartenere ad una tradizione che è molto più grande e importante di me, mi hai insegnato l’autorevolezza e l’autorialità di essere un autore della mia interpretazione, diversa da qualsiasi altro attore, ma non per questo migliore o peggiore. Mi ha fornito degli strumenti pratici per individuare i fili nascosti sotto i testi. Woody Allen? Ci ho lavorato solo due giorni. E’ stato un gioco meraviglioso, un sogno. Però, a parte il piacere di lavorare con un grande maestro come lui, non ho avuto il tempo di apprendere qualcosa o di carpire qualche segreto. La Cavani è una maestra incredibile e mi ha insegnato che se un regista la vede in una determinata maniera, deve combattere con le unghie e con i denti per ottenere quello che vuole sul set.

Lei è romano. Darebbe una sua opinione sulla gestione della città di Roma?

No, non voglio dargliela e non mi interessa farlo. Preferisco dare un’opinione su tutti cittadini di Roma, perché la città è la nostra. Non è colpa degli altri. Preferisco prendermi delle colpe io, come cittadino, e preferisco fare un’autoanalisi su quanto io rispetto le regole, su quanto io amo questa città, su quanto io mi prendo cura di questa città, su quanto io pretendo che anche gli altri lo facciano. E tutto questo non succede. Dobbiamo essere prima noi ad occuparcene, ad amarla, ad avere un profondo rispetto della storia di questa città, della sua magnificenza e di quello che rappresenta nel mondo. Purtroppo siamo i primi noi a non amarla, a non renderci conto che arrivano milioni di turisti ogni anno da tutto il mondo e noi non ce ne prendiamo cura. Per cui preferisco più riflettere su queste cose e non dare valutazioni su chi la gestisce.

Al concorso di Miss Italia, per la prima volta, è stata ammessa una donna con una protesi. Pensa che sia una forma di esibizionismo, un modo per aumentare gli ascolti oppure pensa che la nostra società sia migliore di quanto non appaia in questo momento?

È un discorso complesso. I canoni della bellezza estetica sono sempre stati imposti in tutte le epoche e quindi sono stati modificati nel corso del tempo. C’è da domandarsi, secondo me, quanto questo influisca sulla percezione della donna oggi. Non dobbiamo dimenticare che siamo in un Paese dove viene uccisa una donna ogni due giorni e magari possiamo chiederci se questa partecipazione ad un simile concorso di bellezza, possa sensibilizzare in qualche modo gli uomini nei confronti del mondo femminile e della diversità. E comunque mi domando quanto senso abbia oggi fare un concorso di questo tipo. È su questo che bisognerebbe riflettere.

 

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Torna al Piccolo Eliseo con lo spettacolo Una Passione. Ce ne parla?

Mi occupo della regia di un testo di Valentina Diana. In scena c’è Marco Vergani. E’ un testo che riflette in maniera molto ironica, a tratti comica, su questa storia di una comparsa di una grande compagnia, che entra in scena e si trova costretto a raccontare lo spettacolo, cancellato perché la compagnia non si e presentata. Attraverso questo escamotage si capisce di cosa parla lo spettacolo, della passione di Cristo, ma pian piano questo “povero cristo” si sovrappone alla figura di Cristo e ci parla essenzialmente di se stesso e della sua solitudine.

L’altro giorno il sindaco de L’Aquila ha scritto al presidente del Consiglio Conte, per chiedere che nel decreto riguardante il ponte di Genova, fossero inserite delle norme per L’Aquila. So che lei sta lavorando ad un progetto che parla di questa tragedia italiana. Trova normale che a distanza di dieci anni, un Paese industrializzato ancora non abbia ricostruito quelle zone?

Sto realizzando un docufilm sull’argomento. L’adattamento di Uno zio Vanja, che abbiamo portato in scena l’anno scorso, è ambientato proprio di un piccolo teatro in una delle province maggiormente colpite dal terremoto e ora stiamo realizzando un documentario. Durante la tournée siamo andati non solo a L’Aquila, ma anche in paesi come Poggio Picenze, nelle Marche, ad Amatrice. L’Italia è stata sempre devastata dai terremoti, ma ogni terremoto non è mai stato preso come un’occasione per ricostruire, per migliorare, È stato lasciato tutto più o meno così. Ci sono paesi dove non ci ha messo piede a nessuno in dieci anni. Molte famiglie sono ancora nelle roulotte o nei container. Mi sto dedicando a questo progetto con l’obiettivo di portarlo nei festival in Italia e in Europa, per mostrare al mondo che queste macerie non sono solo macerie materiali, a causa delle case che si sono sbriciolate perché costruite con la sabbia, ma sono le macerie di un Paese, sono macerie culturali, economiche, di un’identità. Non per parlarne male, in modo disfattista, ma per prenderne atto e per cercare di ripartire in qualche modo. Da quelle macerie. Perché se facciamo finta che non ci sono e che non ci sono mai state, mi sembra difficile che possa cambiare qualcosa.

Hypatia