Connect with us

Verso la manifestazione nazionale, fra la latitanza dei garantiti e l’assenteismo della politica

Interviste

Verso la manifestazione nazionale, fra la latitanza dei garantiti e l’assenteismo della politica

Sabato 27 giugno appuntamento nazionale per sostenere le lavoratrici e lavoratori dello Spettacolo, dell’Arte e della Cultura, che dichiarano lo STATO DI AGITAZIONE PERMANENTE. Li abbiamo intervistati per saperne di più.

Nonostante le manifestazioni del 30 maggio (artisti in piazza San Giovanni a Roma) e le numerose polemiche dettate dalle linee guida per la riapertura delle attività dedicate al pubblico spettacolo del 15 giugno, tutt’oggi il mondo dello spettacolo parla di #falsaripartenza, perché la riapertura esaspera ancor di più la crisi del settore. Parlare di lavoratori aticipi, in un comparto dove la regola, quasi sempre, è il lavoro nero, è un eufemismo e, se il ministro Bellanova ha pianto per la regolarizzazione degli immigrati schiavizzati nel comparto agricolo, gli invisibili che ci fanno ridere e ci intrattengono, non sono, dal 15 giugno, meno invisibili. Anzi, la falsa ripartenza decretata dal Governo, a causa del rispetto del distanziamento e di tutte le regole anti covid, diventa solo un modo per impedire l’accesso agli ammortizzatori sociali.
Preoccupati non solo per il loro futuro, ma per il loro presente, che non è fatto di strimpellate dai balconi e ashtag alla volemose bene, rappresentanze sindacali, di categoria, collettivi e associazioni, chiedono l’istituzione di tavoli tecnici per essere parte attiva di un processo decisionale che li vede direttamente coinvolti.
Ne parliamo con Emiliano Valente e Roberto Andolfi, del collettivo Spin Off.

In questo momento cosa dobbiamo intendere per mondo dello spettacolo? Quale mondo si sta muovendo in queste manifestazioni?
E.V. Stiamo cercando di abbracciare più categorie, tenendo presente anche tutto quel mondo poco visibile fatto di tecnici, macchinisti, costumiste, scenografi, gestori di piccoli teatri di periferia che lavorano da sempre in condizioni di precarietà. Nella voce “lavoratori dello spettacolo” volevamo cercare di contenere tutto quello che ruota intorno a questo mondo, non solo attori, attrici e registi. Volevamo allargarlo anche a tutti gli spettacoli dal vivo, a qualsiasi forma di rappresentazione e intrattenimento.

E’ stato facile unire le richieste e le rivendicazioni?
R.A.: Il processo è stato complesso perché siamo in tanti: gruppi auto organizzati che in questo periodo hanno lavorato su tantissime tematiche diverse, correndo il rischio di andare anche in conflitto nel trovare punti di accordo e sui quali lavorare insieme, espressi nel manifesto condiviso da tutte le realtà nazionali. Il grosso del lavoro è ritrovare un’unità di comparto e di idee condivise.

 

Quali gruppi confluiranno nella manifestazione nazionale del 27 giugno?
R.A. Facciamo la Conta, che rappresenta sia attori che maestranze del mondo teatrale, Attori e Attrici Uniti, composto solo da attori, Autorganizzati dello Spettacolo, su Roma soprattutto tecnici teatrali e maschere, noi di Spin Off , un collettivo misto di artisti, fino a Assolirica e Zo-na Rossa. Abbiamo iniziato ad incontrarci già durante il lockdown su zoom arrivando ad organizzare la manifestazione del 30 maggio e a chiedere a gran voce diritti, garanzie, tutela e reddito per tutto il comparto in modo da arrivare alla prossima stagione.
E.V.  Il collettivo SpinOff ha cercato di mettere insieme tutti i comparti. Ovviamente le istanze sono differenti. Un tecnico, ad esempio, ne fa un problema di retribuzione. Noi di Spin Off, così come Attori Attrici Uniti, siamo prevalentemente interessati al processo culturale in atto: un Paese dove c’è crescita culturale, non può pensare che la cultura passi per Netflix, non può accettare che la ripartenza riguardi solo quei pochi teatri che possono sopravvivere con un numero minimo di presenze dettate dalle norme sul distanziamento. Non vediamo mettere al centro il processo culturale. Ci rendiamo conto che il nostro è un processo più astratto rispetto alla revisione del contratto nazionale o alla richiesta di redditi di emergenza. Sono questioni che interessano anche noi, ma il nostro collettivo ha posto l’accento più sul problema culturale. Dopo esserci confrontati con esponenti di altre nazioni europee, dove c’è un fattivo interesse nei confronti della cultura, abbiamo scritto al ministro Franceschini, per capire perché il nostro Governo abbia messo la ripartenza culturale in ultimo piano.


Il tema è variegato e complesso e non può e non deve essere deciso da chi pensa che questo mondo sia quell’un percento fatto di attori strapagati che postano foto di vacanze da sogno in posti esclusivi tra un set e un festival internazionale. E, nella misura in cui non si affronta solo il problema dello spettacolo, ma della cultura italiana, al tavolo non possono sedere solo politici carenti anche di semplice istruzione, coadiuvati da pochi esponenti di qualche fortunata realtà, magari beneficiari di fondi pubblici. Ecco perché il mondo dello spettacolo chiede di poter prendere parte al processo decisionale che lo riguarda. 

R.A. Intanto diciamo che la riapertura dei teatri serve in realtà per togliere i bonus. È una riapertura che potrà tutelare i teatri nazionali e finanziati, ma non tutela tutti i piccoli. Uno dei motivi grossi, poi, è che i teatri come il Teatro di Roma hanno già preso il FUS (fondo unico per lo spettacolo, soldi ministeriali) come se avessero fatto tutte le repliche degli spettacoli, e con quei soldi non hanno pagato i dipendenti che hanno perso quelle repliche a causa della chiusura dei teatri. Argomento cruciale è ‘ripensare il FUS’ che calcola solo alzate di sipario e sbigliettamento, in una realtà dove il 50% almeno di quello che accade, accade fuori da questi parametri. Abbassare a 7 giorni il numero di giornate minime richieste per ottenere il bonus, invece delle 30 precedenti, significa essere a conoscenza del lavoro nero del settore, avallando il capolarato e la mancanza di tutela dei lavoratori e le lavoratrici dello spettacolo.   Parlando di Roma, il vicesindaco Bergamo, lo sa benissimo che nove attori su dieci che entrano nei teatri ufficiali hanno provato in spazi occupati. Perché a Roma gli unici spazi dove fare le prove, sono spazi occupati, perché non esiste spazi del comune per creare arte. Il comune di Roma pensa che lo spettacolo teatrale sia come un supermercato, dove entri e trovi il barattolo di pelati già confezionato, ossia lo spettacolo già finito. Non pensa che dietro c’è un processo. Se domani chiudessero tutte le occupazioni di Roma non si produrrebbe uno spettacolo al di fuori dei teatri nazionali.


Come pensate che in un Paese, consapevole che il comparto spettacolo, tranne pochi settori, vive di lavoro nero, si possa parlare di cultura? Adesso il problema è la mancanza di reddito per pagare l’affitto o fare la spesa. Forse questo andava fatto prima. Ora come si conciliano queste due necessità?
E.V. La difficoltà è evidente. Però, se si è giunti a questa mancanza di rispetto dei diritti dei lavoratori dello spettacolo, è perché siamo regrediti dal punto di vista culturale. Il processo culturale non può riguardare solo l’intrattenimento. La cultura cura l’anima e consente di andare in una direzione diversa. Nessuno mette in dubbio che l’esigenza di tutti, ora, sia capire come mangiare, ma ci troviamo di fronte anche ad una grave crisi emotiva, culturale, sociale. Questo è forse il momento più opportuno per affrontare questa questione. Altrimenti si finisce sempre sul piano prettamente economico: quanto un comparto pesa all’interno del PIL, quanto contribuisce all’economia nazionale. È una voce, ma non è l’unica. Non riesco a separare nettamente le due questioni. Mangiando o non mangiando, le persone hanno comunque passato questi due mesi a vedere film, vecchi concerti, spettacoli teatrali, su ogni piattaforma, e avevano bisogno anche di quello. Se noi attori siamo necessari, come credo, dobbiamo far sentire la nostra voce.

Quando usi il noi, a chi ti riferisci? Penso ad una serie di artisti del cinema, del teatro, della musica, quel mondo spesso sotterraneo che non vive di gloria ma di lavoro sui territori, animati da una fortissima passione, e che continua a fare il proprio mestiere nonostante non sia redditizio, facendo mille lavori alternativi per sbarcare il lunario, senza smettere di credere nel valore delle proprie idee. Penso a tutti quelli che fanno cultura nei posti degradati, tutti quelli dimenticati da questo processo.

Reddito di continuità. Cosa vuol dire? Non si può pensare di dare qualcosa per compensare le perdite di questi due mesi di lockdown e poi liquidare la questione con la riapertura dei teatri, che non lavorano d’estate.  I lavoratori del comparto vanno sostenuti finché non si potrà tornare almeno al processo precedente, che non vogliamo, ma che sarebbe comunque un punto di partenza.

Quali sono i punti del documento condiviso? R.A. Si chiede che qualsiasi protocollo di riapertura, riunisca attorno ad un tavolo i lavoratori che lo devono mettere in atto. Questo il primo punto. Il secondo è che si ripensi completamente il sistema di investimento dei soldi pubblici che finanziano la cultura.
Vogliamo investire sulla cultura, cancellando questo paradigma che ogni euro che si spende sulla cultura è un euro buttato. Genera denaro e genera, invece, persone pensanti che girano per il Paese. Noi vogliamo ripensare completamente come vengono pensati i bandi pubblici, come viene pensato il FUS.

Chiedete un tavolo tecnico sulla riapertura! È stato evidente da subito che la riapertura era un modo per non erogare i famosi bonus. Ma molti teatri non riapriranno perché la riduzione del pubblico in sala non consente neanche la copertura dei costi fissi…
E.V. Franceschini aveva interpellato il responsabile del teatro stabile di Torino e pochi altri, con i quali aveva concordato i piani di riapertura, senza considerare tutti gli altri. Senza confronto, il piano di riapertura è stato fatto basandosi sui grandi teatri. Tutti comprendiamo i rischi dell’affollamento nei luoghi chiusi. Quello che però chiediamo, sedendoci a un tavolo, è cosa si può fare per tutto il comparto: quali sono i parametri per gli spettacoli dal vivo? Quali finanziamenti sono disponibili? Questa parte del processo non è stata discussa con nessuno, neanche con i sindacati, peraltro scarsamente rappresentativi. Non è stato poi preso in considerazione tutto il lavoro sommerso. Il Governo ha deciso di mettersi al tavolo con pochi e con questi ridisegnare una realtà variegata, decidendo data e condizioni di riapertura senza verificare la fattibilità del piano. Noi chiediamo di istituire un tavolo che veda coinvolte tutte le parti in causa e che possa essere utile alla creazione di un piano utile al rilancio del comparto nella sua interezza. Se allo stato attuale ci sono difficoltà per far ripartire, ad esempio, i teatri, gli artisti devono essere in grado di reinventarsi, ma prima devono essere chiaramente delineati gli spazi entro cui muoversi e date garanzie e supporti adeguati. Come sta accadendo in Francia.

Nel comunicato parlate anche di sicurezza. Non esistono le leggi in materia di sicurezza sul lavoro? E.V. Sì, ma qui si parla di sicurezza personale ed è una questione aperta. Se io mi ammalo di Covid a causa di precauzioni non prese da parte del teatro, la responsabilità ricade su di me. Spostare sul lavoratore la responsabilità della sua salute è una questione delicata. Già devo accettare di lavorare in condizioni difformi dal solito, se poi devo essere personalmente responsabile delle possibili ricadute, è una posizione preoccupante dal punto di vista del rispetto dei diritti del lavoratore.

Chiedete di rivedere la logica di distribuzione del finanziamento pubblico destinato alla cultura. Ci spiegate meglio? Parliamo anche del FUS (Fondo Unico dello Spettacolo).

E.V. Noi vorremmo degli stanziamenti e non dei finanziamenti, e che fosse finanziata la produzione degli spettacoli invece che una mera ridistribuzione dei fondi tra alcune realtà teatrali. Per ottenere questi finanziamenti, vengono create storture che non cerano valore. Ecco perché chiediamo, anche in questo caso, di sederci attorno ad un tavolo per rivedere tutti insieme la forma di assegnazione di questi soldi. Finanziare produzioni megagalattiche che fanno quattro repliche e poi cadono nel dimenticatoio, vuol dire togliere risorse ad un comparto che si muove a stento e che beneficerebbe, invece, di una gestione finanziaria migliore. Anche questo vuol dire investire seriamente sul processo culturale.

R.A. Penso che il concetto che lega il sistema del bando e del FUS muova una serie di altri fattori, tra cui lo sbigliettamento e lo spettacolo dal vivo. I tecnici, ad esempio, chiedono che tutti quelli della loro categoria abbiano gli stessi contratti degli enti lirici. Ma gli enti lirici prendono il 50% del FUS. Oltretutto il FUS è pensato solo sul concetto di finanziamento: io finanzio la tua perdita. Il FUS non entra nel merito dei progetti. Il comparto che beneficia del FUS ora si sta autoproteggendo e sono gli ultimi a volere, ora, una revisione di questo sistema. Il punto dei bandi, come ad esempio l’Estate Romana … fatela finita con questi criteri di contribuzione all’ 80/20, 70/30 … l’istituzione dovrebbe prendere la responsabilità politica di scegliere dei progetti artistici, non delle aziende. La realtà è che, che in questo periodo abbiamo parlato anche con compagnie tedesche e francesi, dobbiamo passare tempo ad inventare una contabilità che non esiste. Abbiamo il cappio. Una compagnia tedesca che gira in Europa, non ha il commercialista. Chiediamo che si finanzino le idee, che si investa sulle idee. Basta bandi a debito. Vuoi dare 15 mila euro? Quelli sono. Investire sui progetti e non finanziare aziende estive. Poi sburocratizzazione totale. Non posso occuparmi io, ad esempio, della sicurezza.

La Francia, ad esempio, considera la cultura un bene di prima necessità. Quindi lo sbigliettamento dal vivo è detassato all’1%. Queste proposte servono per far sedere al tavolo rappresentanti di ogni parte coinvolta, persone che hanno studiato i vari sistemi europei.  Il sistema culturale italiano rappresenta il Paese: è burocratico, si basa su baronaggio, conoscenze, una burocrazia che è il braccio armato delle amministrazioni, quindi il discorso è mettere al centro il discorso culturale. La detassazione dello sbigliettamento già permetterebbe di far emergere il nero. L’Inps  afferma che un attore guadagna in media 2000 euro lordi l’anno. È evidente che ci sono almeno 10 mila euro di nero.

Quando Barbareshi ottenne finanziamenti extra FUS, i teatri italiani avrebbero potuto e dovuto unirsi e lottare insieme. Così non fu e perdeste un’occasione. Quanto siete uniti e determinati ad andare fino in fondo in questo momento? I lavoratori di cinema e televisione potrebbero non essere interessati ad andare fino in fondo, così come i teatri pubblici…

E.V. Non lo so. In varie piazze, compresa San Giovanni, abbiamo lanciato l’invito a non correre ad accaparrarsi i duecento euro di elemosina che daranno per un monologo con o senza mascherina, ma di cercare di stare compatti. Parlare di riuscita è prematuro. Un simile movimento è la prima volta che nasce in Italia: ci sono state iniziative interessanti promosse da varie sigle, ma questa è la prima volta che assistiamo a tante sigle che agiscono insieme. Quanto si possa sgretolare, lo vedremo dopo la prossima manifestazione nazionale. Non si può limitare la protesta all’aspetto economico, va estesa al processo culturale, altrimenti una battaglia alla francese non l’avrai mai. Una battaglia così non la porti avanti in quanto lavoratore, ma perché hai diritti in quanto produci cultura. È un processo più lungo. Quando si ripartirà e qualcuno tornerà ad incassare qualcosa con le modalità pre-covid, allora potremo realmente capire quanto il movimento è compatto. È quello che accadde anche con l’episodio Barbareschi e non sappiamo se accadrà di nuovo. Mi auguro che questo stop forzato abbia fatto riflettere il nostro settore sulla nostra fragilità, sulle nostre criticità e sul bisogno di cambiare questo sistema.

E i nomi famosi, che per lo spettatore rappresentano “il mondo dello spettacolo”?

E.V. Al di là di qualche intervento accondiscendente, un po’ social, non mi sembra abbiano sostenuto realmente la battaglia del comparto. Se Sandra Milo, che comunque ringraziamo, è l’unica che sostiene il movimento, vuol dire che abbiamo un reale problema culturale. Ed è questo che vorremmo cambiare. Riavviare un processo culturale credo sia una priorità.

A,R. Qualcuno è sceso in piazza, come Ascanio Celestini. Il ministro Franceschini organizzato il suo  intervento pubblico su zoom scegliendo i suoi interlocutori, dicendo che erano i rappresentanti dello spettacolo dal vivo, ma nessuno di loro aveva un mandato. Franceschini li ha scelti e ha parlato con loro, forse perché partecipano ai suoi aperitivi. Invece, si potrebbe stare insieme in piazza. A gennaio molti teatri chiuderanno, ma per ora l’attenzione è solo sulle grandi strutture. Qui si parla del teatro dell’Opera e della diretta in streaming, ma non si parla dello Studio Uno di Torpignattara, che per lui non esiste.

La prossima tappa il 27 giugno a Roma, per la manifestazione nazionale.
A.R. Abbiamo mandato una lettera a Franceschini, a Conte ed altre personalità con cui vorremmo dialogare ma dalle quali non abbiamo avuto risposta. Andremo a citofonare a casa del ministro, che speriamo ci apra.

Perché speriamo? Finora Non ha mai risposto. Anche se non siamo mai stati così uniti. Lavoratori dello spettacolo di ogni categoria uniti: dai tecnici alle maschere, dai dipendenti dei teatri pubblici ai lavoratori degli spazi occupati .. dovrebbe fargli suonare un campanello d’allarme. Ci sono dei rappresentanti con i quali poter confrontarsi.  I sindacati che in questo momento non rappresentano la voce dei lavoratori.

Appuntamento per sabato 27 giugno ore 14 a Piazza SS Apostoli / Roma

Alessia de Antoniis e Chiara Crupi
foto di Tommaso Notarangelo 

 

Continue Reading
You may also like...
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

More in Interviste

To Top