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Vent’anni. E non sentirli

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Vent’anni. E non sentirli

Viene automatico pensarlo quando si ascoltano album come “The Ideal Crash”, terza fatica in studio dei belgi dEUS, che ieri hanno celebrato l’importante ricorrenza a Villa Ada, dove, come ha ricordato il frontman Tom Barman, sono da considerare una sorta di “resident band” del Festival “Roma Incontra il Mondo”, visto che si sono esibiti a due passi dal laghetto per la quarta volta.

Il disco, inutile girarci attorno, costituisce una pietra angolare nella storia del rock alternativo, con la sua geniale commistione di generi, che, se all’epoca dell’uscita fece storcere il naso ai fan della primissima ora, affezionati alla tempesta rumoristica e al datzebao sonico di “Worst Case Scenario” e “In a bar, under the Sea”, nel corso del tempo è stato sempre più “digerito” e apprezzato, trasformandosi nell’incisione più acclamata della loro carriera.

Piuttosto, riascoltando dal vivo e per intero la tracklist che lo compone, ci si stupisce di come un’opera di simile levatura, pur avendo certamente ottenuto dei buoni riscontri commerciali, non sia diventata un oggetto di culto mainstream come altri full lenght usciti negli anni Novanta: infatti, di fronte a capolavori come Put the Freaks Up FrontThe Magic hour o la title track, oggi come ieri si ha la netta percezione di avere a che fare con una riuscitissima, quasi miracolosa sintesi di certi ambiti a sette note apparentemente in inconciliabile contrasto tra loro. Dall’elettronica al grunge, dall’art rock alla psichedelia, da passaggi di chiaro umore pop fino ad arrivare a qualche (lancinante, talvolta) spruzzata di folk o di free jazz, non c’è territorio nel quale“The Ideal Crash”  non si sia in qualche modo addentrato, denotando un’attitudine compositiva e, ancor prima, ideativa decisamente unica e personale per una band degli anni Novanta.

Nello show di ieri, nonostante i “post ragazzi” di Anversa abbiano dovuto affrontare in alcuni frangenti problemi tecnici piuttosto fastidiosi (soprattutto Bruno De Groote alla chitarra), questo spirito “illuminato” di “The Ideal Crash” è stato catturato da una performance di buono spessore, impreziosita in alcuni brani dalla presenza, coreograficamente e simbologicamente molto suggestiva, di un quintetto di ballerini che hanno ben suggerito con le loro movenze l’essenza spesso assai intimista delle canzoni. A coloro che si trovavano di fronte allo stage, non sarà poi sfuggito il buon umore di Barman, il quale, nonostante i sopracitati inconvenienti, ha trovato spesso il modo di scherzare e di divertirsi con il pubblico (ahimé non certo numeroso come l’evento avrebbe meritato), senza per questo tralasciare di guidare i suoi all’interno di composizioni che, tra repentini cambi di tempo e variazioni di mood, sono state suonate con piglio deciso, senza cadute in quella maniera un po’ “obliteratrice” nella quale non di rado capita di imbattersi quando un gruppo con una lunga attività alle spalle sta riproponendo per intero il suo disco più celebre.

Perché i dEUS non sono uno gruppo che vive di celebrazione dei fasti andati come qualche volta capita di leggere (soprattutto in rete), ma continua invece a guardare avanti, a un futuro davvero molto prossimo, visto che nei prossimi mesi, dopo quasi sette anni di attesa, avremo finalmente il successore di “Following Sea”, come annunciato dallo stesso Barman durante l’esibizione.

Difficile capire che lavoro potrà essere, se sarà in grado di risollevare uno standard qualitativo di scrittura un pochettino in flessione nell’ultimo decennio o no.

In attesa della risposta (che ci auguriamo clamorosa), direi che ci si può dichiarare più che felici di aver potuto assistere ieri, a quattro lustri di distanza, al reload dal vivo di un autentico gioiello.

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