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Un’escursione coraggiosa nelle acque oscure della migrazione di massa

Per la prima volta in Italia, in scena fino al 18 Febbraio al teatro Piccolo Eliseo, “ Lampedusa” di Anders Lustgarten, per la regia di Giampiero Borgia.

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La scenografia è composta solo da un grande faro, di quelli che ti fanno capire che sei arrivato, che sei ancora vivo; sul palco Donatella Finocchiaro e Fabio Troiano. Sono loro a dare voce e corpo ai due veri protagonisti del racconto: povertà e disperazione.

Con Lampedusa, Borgia porta in scena la denuncia di Lustgarten contro un’Europa che non ha saputo prevedere in tempo utile gli effetti delle tragedie in atto nel continente africano e in Medio Oriente, che non ha saputo e continua a non saper gestire l’ondata oceanica di persone che sta investendo il vecchio continente e che è tutt’ora incapace di porre in essere vere e fattive politiche di accoglienza di chi richiede asilo politico.
Fabio Troiano è Stefano, un siciliano di Lampedusa che, dopo inutili tentativi, più o meno ortodossi, di trovare un lavoro, accetta di fare il pescatore. Pescatore sì, ma di corpi annegati in mare durante quei viaggi della speranza che sono in realtà una lotteria della sopravvivenza.
Donatella Finocchiaro è Denise, italo-marocchina di seconda generazione, cresciuta in una città del nord, che lavora per una società di recupero crediti di una finanziaria.
Due persone completamente diverse che vivono parallelamente e contemporaneamente sullo stesso palcoscenico, ignare l’una dell’altro. Ma una cosa li accomuna, al di là delle loro differenze culturali, di ceto, di religione: il pregiudizio e, di conseguenza, la paura dell’altro, un altro da te che non conosci, che non hai mai visto, ma del quale hai già deciso di sapere tutto.
Stefano e Denise sono due rappresentanti di quella guerra tra poveri che spinge le persone a migliorare il proprio status attraverso lo sciacallaggio della disperazione altrui, giustificando il loro operato, soprattutto davanti a se stessi, nascondendosi dietro la maschera del lavoro che sono costretti a svolgere: fanno questo per vivere, anche perché “se non lo fai tu, lo fa qualcun altro”.
Lampedusa è una pièce dove lo spettatore si trova immediatamente di fronte al “mare di macchioline nere” raccontato da Fabio, con quei “corpi che galleggiano come se stessero prendendo il sole” e che, tra tutti i corpi recuperati, “sono i peggiori, perché sono i più umani”. Alla fine, però, non ci fai più caso, né a loro né a quelli con gli occhi mangiati dai pesci o a quelli che, quando li tiri su, ti si sfaldano in mano.
“E non è che loro il pericolo non lo conoscano: hanno la televisione, lo sanno cosa hanno di fronte – ci ricorda Fabio – ma quello da cui fuggono è ancora peggio”.
Denise, dal lato opposto della penisola, è una donna che subisce la mentalità “dei figli di papà milanesi, che hanno iniziato a pensare che il razzismo sia una libertà di espressione”. Eppure, per lavoro o per spirito di sopravvivenza, si avvale degli stessi meccanismi di chi la insulta: pregiudizio, razzismo e aggressività.
Stefano e Denise sono due persone private della loro umanità dalla sofferenza. La sofferenza, però, ti mette davanti due strade: continuare a nutrirtene e chiudere sempre di più la tua vita, oppure trasformarla, magari grazie all’esempio di chi lascia una sofferenza ancora maggiore, di chi ha talmente poco che quel poco che trova in Europa diventa tanto; grazie alla gioia e alla speranza che ti trasmettono quelli che sopravvivono, che hanno navigato accanto alla morte in un mare di morti e nei cui occhi c’è una luce che brilla più del faro che segna l’entrata del porto.
La sofferenza e la gioia sono ambedue contagiose: da cosa farci contagiare è una nostra libera scelta.

Alessia de Antoniis