Barlozzetti racconta il viaggio simbolico nella testa di Kubrick | Post.it
Eventi musica teatro mostre cinema mobilitazioni a Roma

Una partita a scacchi con Stanley Kubrick

Il 9 febbraio debutta al teatro Palladium “Labirinto K. Viaggio simbolico nella testa di Kubrick”. Intervistiamo il regista Guido Barlozzetti

LabirintoK-1024x794

Un confronto con Guido Barlozzetti, conduttore del Caffè di Raiuno, e profondo estimatore del regista statunitense, che ci condurrà attraverso una serie di stazioni simboliche, lungo un percorso in cui gli scacchi diventano i protagonisti dei film in uno spettacolo dove il discorso lascia spazio alla memoria e all’immaginazione del pubblico e che mette in scena un percorso, un viaggio, come se fosse un sogno… ovviamente kubrickiano.

Ispirato proprio dal suo libro si Stanley Kubrick, che assume gli scacchi come una chiave d’accesso al suo cinema, cercando di ritrovarne le ossessioni più profonde, nasce lo spettacolo teatrale Labirinto K. Viaggio nella testa di Stanley Kubrick, in scena per la prima volta al Teatro Palladium di Roma, venerdì 9 febbraio (voce/corpo narrante e la regia di Guido Barlozzetti – progetto visivo di Massimo Achilli – musiche di Enzo Pietropaoli).
Noi di Post.it abbiamo iniziato a  giocare con Guido Barlozzetti in attesa della prima del suo spettacolo. Ovviamente non a scacchi.

Non conosco Kubrick: provi a farmelo amare. Abbiamo alle spalle circa 120 anni si di storia del cinema e se dovessimo elencare i registi che hanno lasciato un segno, lui è uno dei pochi. E’ uno di quelli che ha inventato e spostato i confini dell’immagine, un inventore di cinema alla ricerca delle storie e delle immagini.

Io sono Dante e lei è Virgilio. Mi conduca nella mente di Kubrick: c’è solo l’Inferno o troviamo anche il Purgatorio e il Paradiso? No, c’è tutto. Kubrick è grande per questo: come Dante, tiene insieme questi mondi però, a differenza di Dante, non li visita in successione. La sua straordinaria capacità è quella di tenere insieme l’inferno, il purgatorio e il paradiso. Le sue storie sono infernali, c’è un purgatorio che potrebbe salvarci e c’è un paradiso che, però, ricomincia con l’inferno. Diciamo che c’è una circolarità da cui difficilmente si esce.

27718286_10215626938976739_664207845_n

In “Lolita”, Hambert  e Quilty non rappresentano un eroe ed un anti-eroe, bensì un paranoico in preda a stati di allucinazione ed uno schizofrenico. Quindi non sono due poli opposti, ma due facce della medesima crisi di identità? I personaggi di Kubrick sono tutti indecidibili, potrebbero essere tutti stati di allucinazione. I personaggi sono in funzione dello stato di allucinazione, non è il contrario. E’ allucinato Humbert ma è allucinato anche Quilty: sono facce diverse del desiderio che si racconta, mentre il punto esplosivo di questo desiderio è la  misteriosissima, sfrontata, seducente, lussuriosa Lolita. E’  il grande buco nero del film e ogni film di Kubrick ha un buco nero, in cui tutto deflagra.
Quilty e Hambert sono quindi due facce dello stesso desiderio, entrambe perverse.

E Lolita? Lolita è la causa, è il mistero che da origine sia a Quilty che ad Humbert.

Kubrick dice che “Alex simbolizza l’uomo nel suo stato naturale, lo stato in cui sarebbe se la società non gli avesse imposto i suoi processi civilizzanti“.  Dice anche: “E’ necessario che l’uomo possa scegliere tra bene e male. Privarlo di questa possibilità di scelta, significa renderlo qualcosa di inferiore all’umano – un’arancia meccanica, appunto.“ Non sono due affermazioni incongruenti? E’ il senso del film. Se volessimo usare un termine freudiano, Alex è una specie di Es selvaggio, sul quale interviene lo Stato, per guarirlo. Nel fare ciò, però, lo priva del suo libero arbitrio, costruisce un essere che non è più capace di scegliere tra il bene e il male. Questa è la contraddizione profonda del film, quella di sentire l’umanità nella sua complessità irrisolvibile, sospesa tra l’istinto, rappresentato da Alex, e la ragione, che forse potrebbe portare ad un miglioramento di questa condizione strutturale dell’umanità, ma rimanendo in mezzo. La libertà è un valore fondamentale, ma bisogna assumersi il rischio della libertà, perché libertà significa la possibilità di scegliere sia il cosiddetto bene che il cosiddetto male. Alex, quando viene curato, esce dalla condizione umana e diventa un automa, un’arancia meccanica.

Kubrick dice: “La gente può fraintendere quasi tutto in modo da farlo coincidere con le opinioni che già si è formata. Prende quello in cui crede già, e mi chiedo quante persone abbiano cambiato opinione in seguito al contatto con un’opera d’arte”. Allora qual’è il fine dell’arte per Kubrick? Lui come vede se stesso? Kubrick è spudoratamente sincero, nel senso che il valore dell’arte è quello di sfidare la convenzione, l’ovvio,lo stereotipo, e di andare oltre. Il primo “compito” di un artista, sintetizzato nel personaggio di Jack Torrance, è di andare fino in fondo e seguire questa necessità di darsi e di esporsi con tutte le contraddizioni che contiene. L’arte non migliora e non peggiora, non è terapeutica; è, però, una testimonianza indispensabile. I film di Kubrick non predispongono ad un avvenire luminoso, ci lasciano sempre su un bordo irrisolto, che è quello della contraddizione profonda che ci attraversa. L’ultimo film, Eyes Wide Shut, è la dimostrazione di questa zona indecidibile tra il sogno e la realtà, il desiderio che ci governa e il tentativo di essere noi a governarlo.

 Le figure femminili nel cinema di Kubrick: qual’è la sua visione della donna? Il cinema di Kubrick potrebbe sembrare un cinema tutto al maschile, perché le figure femminili non sono tante. Sono film dove i protagonisti apparentemente sono uomini. Il versante maschile,  per assenza o per contrasto, inevitabilmente ha a che fare col desiderio. Il desiderio può essere quello malefico e distruttivo che porta alla guerra, come accade in Full Metal Jacket o in Paura e Desiderio; può essere il desiderio catastrofico e distruttivo di Humbert che si distrugge per inseguire Lolita e arriva ad uccidere; può essere il conto irrisolto di una coppia, quella di Eyes Wide Shut, che ad un certo punto scopre che, nell’intesa che sembra perfetta tra un uomo e una donna, si insinua uno scarto. Kubrick, più che raccontarci il maschile e il femminile, ci racconta questo scarto che può far deflagrare qualunque relazione. Lo stesso vale per Shining: Jack Torrance, lo vediamo fin dall’iizio, è un marito caratterizzato da perversione totale, che lo porta oltre qualunque tipo di convenienza e di  buona norma. Lui deve scrivere: è posseduto da questa sorta di missione compulsiva e per la quale è disposto anche ad uccidere la moglie e il figlio.
I film di Kubrick non si occupano del tradizionale rapporto uomo-donna, sono dei laboratori dove il maschile e il femminile deflagrano l’uno sull’altro.

 Per Kubrick “la reputazione  di un film non è basata su recensioni, ma su cosa ne dirà la gente nel corso degli anni”. Cosa resterà nel tempo del cinema di Stanley Kubrick? Se noi vediamo film, anche di grandi registi, del passato, ne percepiamo il logoramento, sono dei film già consumati, appartengono al “già visto”; l’impressione che ci fecero quando li abbiamo visti la prima volta, l’abbiamo persa. Se rivediamo i film di Kubrick, hanno ancora il potere affascinante di portarci dentro il loro “buco nero”, di cui parlavamo prima, questa sorta di posto misterioso che costituisce la nostra personalità. Noi ancora oggi reagiamo ai film di Kubrick perché quei film hanno ancora una forza tale da metterci i gioco.  2001 Odissea nello Spazio, Eyes Wide Shut, anche a distanza di decine di anni da quando sono stati girati, sono ancora pervasi dalla stessa energia misteriosa. I film di Kubrick continuano ad essere nel presente.

 Kubrick dice che Alex “simbolizza l’uomo nel suo stato naturale”. Senza arrivare all’estremo opposto rappresentato, ad esempio, dall’Emilio di Rousseau, come possiamo vedere in Alex lo stato naturale dell’uomo? Rousseau pensava che la società fosse il luogo di corruzione. Alex è la scimmia all’inizio di 2001 Odissea nello Spazio, una specie di stato ferino dell’umanità. E’ sicuramente un’astrazione, ma così come lo è l’Emilio, che rappresenta l’utopia di poter educare qualcuno astraendolo da qualsiasi influenza esterna scoprendo poi, catastroficamente, che non è possibile. Mentre Rousseau coltiva questa utopia di una genuinità arcadica e primigenia di un uomo incontaminato, Kubrick, al contrario, ci fa sentire la contraddizione. Alex non è un prototipo di niente, è semplicemente un laboratorio di un’umanità lasciata a se stessa ed è la cavia per dimostrare la contraddizione del processo di civilizzazione, che non è un processo risolutivo; ha sì il vantaggio di riportarci ad un ordine, ma comporta, al tempo stesso, la minaccia terribile del controllo.

 I film – dice Kubrick –  “trattano di emozioni e rispecchiano la frammentarietà dell’esperienza. Per questo è fuorviante cercare di sintetizzare a parole il significato di un film”. Quindi, se la grande forza del cinema è raccontare la realtà con le immagini, il montaggio e la regia, allora la grandezza di Stanley Kubrick sta nella sua capacità di trascinarci, con il suo cinema, non solo dentro le sue contraddizioni, ma dentro la frammentazione dell’umanità stessa.

 

Alessia de Antoniis

27545568_10156087809498518_333159116328218148_n