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Un vate bisessuale e una donna determinata nell’Antigone in scena al teatro Argentina

Ce ne parla Francesca Benedetti, classe 1935, una donna con una lunga carriera ancora tutta da costruire.

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Francesca Benedetti sarà al teatro Argentina fino al 29 marzo con Antigone di Sofocle, adattamento e drammaturgia di Sandro Lombardi, Fabrizio Sinisi e Federico Tiezzi. L’abbiamo incontrata.

L’Antigone di Tiezzi in scena all’Argentina è un bellissimo spettacolo, visivamente molto unitario, con una sua compattezza stilistica, dove spicca, all’improvviso, Tiresia, unica figura a cui è concesso di fare tutto il fattibile, rientrando perfettamente nella struttura dello spettacolo. Il suo delirio è venato di una sensualità selvaggia, promiscua, vampireggiante: in lei-lui è condensato tutto il materiale e l’immateriale dell’essere umano. Tiezzi rivisita l’opera di Sofocle: i cori, lirici per antonomasia, somigliano più ad un’assemblea di vecchi che dialogano tra loro, sono colloquiali, parlano in un modo scevro da qualsiasi lirismo. Antigone ci viene presentata come una figura razionale, fredda, integralista. E’ uno spettacolo che non vuole comunicare con le viscere, ma con la mente. Tiezzi ha praticamente prosciugato l’emozionalità che riguarda sia Creonte che Antigone, portando in scena, in un obitorio, una specie di dibattito filosofico.

Perché interpreta una figura che esteriormente è maschile? Con il regista Federico Tiezzi ho già lavorato. Abbiamo fatto una Giulietta e Romeo interpretati da due persone anziane, in un piccolo anfiteatro di Prato. Il dialogo di Shakespeare era stato lasciato intatto, però veniva pronunciato in una stanza anni 40, da due coniugi anziani. Successivamente Tiezzi. mi ha visto interpretare un’opera di Céline al teatro Vascello di Roma, a tinte molto forti, e ha pensato a me per interpretare Tiresia. Anche se uomo. Tuttavia Tiresia è un uomo-donna, ha il sesso maschile e le mammelle, È un caso molto arcaico di bisessualità. Fu condannato alla cecità perché, senza volerlo, vide nuda la dea Artemide. Ma gli fu dato in cambio il dono della preveggenza. Quindi è un preveggente cieco. In genere lo interpretano dei vecchi attori in abiti cenciosi. Invece io lo faccio con un abito meraviglioso di Giovanna Buzzi, grande stilista, luccicante, fatto di piume rosse e verdi. Con un trucco molto marcato. Per dare proprio l’idea della virilità. È un ruolo che mi è piaciuto molto interpretare. In scena sono donna, sono bambina, sono maschio, sono maledicente, sono tenera. In poco più di un quarto d’ora esprimo tutte le variazioni dell’animo umano e mi diverto tantissimo a fare questo ruolo.

Il testo è stato lasciato intatto? Sì. Sono un’esperta di teatro classico, avendo recitato molto a Siracusa. Dopo aver fatto l’Accademia di arte drammatica Silvio D’Amico, il mio primo spettacolo fu Ifigenia in Tauride, con un enorme coro diretto dal grande maestro Costa, specialista dei cori, e le musiche di Roman Vlad. Poi ho interpretato diversi ruoli, sempre a Siracusa: ho fatto Giocasta, Antigone, Le Troiane, la Medea di Seneca, quindi non greca ma latina. Lì ho interpretato la nutrice, forse perché per il ruolo di Medea mi consideravano un po’ fuori età. Prossimamente farò Ecuba. Mi aspettano grandi cose ancora: tutto il mondo davanti e una carriera da definire.

Antigone è una donna che si oppone a Creonte, che si ribella. Quanto è moderna? Come la porta in scena Tiezzi, è modernissima. Ne ha fatto una donna poco loquace, determinata e con una lieve nota di isterismo. L’attrice, Lucrezia Guidone, è bravissima. L’Antigone della vulgata mondiale è più un’invasata, legata a certi precetti arcaici, il rispetto degli dei, del ghenos, del sangue, mentre Creonte rappresenta la logica del potere. Qui Antigone è vista come una creatura molto razionale, che in qualche modo si oppone all’universo maschile. I grandi personaggi hanno milioni di sfaccettature e possono essere offerti al pubblico in milioni di modi: questo è uno dei modi. Secondo me, con un testo teatrale si può fare di tutto. Quando il testo è così importante, anche se lo rivisiti, sopravvive sempre. Spesso rispettare pedissequamente le indicazioni ti fa tradire il testo ancora di più che tradendolo, perché vai a perdere tutte le emozioni sotterranee.

Ha lavorato con registi immensi, Strehler, Missiroli, Covelli, Ronconi. C’è qualche insegnamento che vorrebbe condividere con le nuove generazioni di attori? Rimango molto legata agli insegnamenti di quello che è stato il mio grande maestro, Orazio Costa. Da lui ho imparato a dare importanza preminente alla parola. La parola, da sola, esprime tutto. Io sono contro l’appiattimento della parola, sono per la svisceramento della parola, per la cura della sua sonorità: non dobbiamo trascurare mai quello che in sé, di carnale e di esoterico, la parola esprime e sottende. Dopodiché ho interpretato tantissimi ruoli seguendo le indicazioni che i vari registi mi davano. Strehler racchiudeva tutto, sia la parola che la prossemica, l’atteggiamento scenico, non privilegiando né l’una né l’altra componente: ma Strehler era un grande genio. Poi c’era Covelli, che era nato come mimo e dava importanza primaria all’atteggiamento del corpo. Io ho unito le due cose. Alle nuove generazioni, voglio dire di non trascurare mai quello che è il senso profondo del discorso drammaturgico e il rispetto della sua logica. Dopo, però, questo va travalicato e bisogna andare nel sottotesto per liberare quello che il testo vuole veramente esprimere; cosa che si può fare solo attraverso la parola. Questo è l’insegnamento di Luca Ronconi. È un grande esercizio. Un esercizio di umiltà e di concentrazione enormi. Vedo che i giovani che vogliono fare teatro sono molto attenti alla disciplina del verbo. Secondo me ci sarà un revival del vecchio modo di fare teatro.

Alessia de Antoniis