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Tra superficie e sotterranei. Il sottile filo della vita, appeso alle scelte e alle brame dell’uomo.

Theatre&dance

Tra superficie e sotterranei. Il sottile filo della vita, appeso alle scelte e alle brame dell’uomo.

la recensione di Claudio Riccardi

Un leggio sullo sfondo e un contenuto sparso per ogni centimetro del palco. Parole allineate su fogli buttati a terra, sopra tavoli, rotoli di tessuto, parole tatuate su corpi lividi di brutalità e torture. D’altronde è difficile sfuggire dalla furia di un carnefice che solo uccidendo e cucinando le sue vittime realizza il senso della propria esistenza.

E’ andato in scena il 19 e 20 febbraio al Teatro Hamlet, il reading “Il Boia e il Re”. Arriva dritto nello stomaco, come una pugnalata. Non è politically correct, tutt’altro. Scuote le coscienze dello spettatore perché mette in discussione i concetti di bene e di male, di giusto e sbagliato. Il Boia, interpretato con grande enfasi da Alessandro Catalucci, è protagonista del monologo e di una vita di disagio, compromessa inesorabilmente dalle privazioni subite in tenera età.  Completato dalla voce dell’attore il testo esalta la rabbia, il rancore verso una socialità repressa ma anche negata senza consapevolezza. Appunto perché ignorata, non conosciuta.

Nei sotterranei dove il Boia impara a uccidere e a mutilare vige la regola dell’oscurità. Perfetta la resa scenica per uno spazio tetro dove ogni creatura animata è un “ultimo” che può lottare solo per la sopravvivenza. Privato di quella prospettiva di futuro e speranza che solo la luce, lassu’ in superficie, può dare. Una luce che per merito delle sue straordinarie nefandezze, il Boia torna a vedere. Lo vuole a corte il Re, conquistato dalla sua violenza. Per convincerlo accetta di investirlo anche del ruolo di chef, e così il Boia può imbandire tavoli e salotti con la carne delle vittime. I commensali peraltro apprezzano, piovono complimenti. Ma il Boia pur giunto all’apice del “successo” si sente in gabbia, la società non è il suo habitat e così anche per il Re non c’è scampo. La sua vita deve terminare, così sentenzia il Boia.

Lo spettacolo, diretto da Gina Merulla – con la geniale trovata di destrutturare fisicamente il reading attraverso la scenografia – è specchio della società odierna, tetris in cui tutti veniamo ad occupare una casella precisa, un indirizzo di vita che quasi come un algoritmo è influenzato dai percorsi che sin da piccini intraprendiamo, nei contesti in cui capitiamo. Lacune e privazioni si pagano carissimo. Il Boia è vittima assoluta delle sottrazioni emotive subite da bambino.

Poi ci sono i malcapitati, due giovani che vengono catturati e condotti nei sotterranei per essere torturati. Sabrina Biagioli e Fabrizio Facchini non hanno la forza di parlare, dalle loro bocche escono solo sospiri e lamenti, i loro corpi si trascinano sporchi e sfiancati nel recinto invisibile di una prigione a tempo indeterminato.

Su schiena, braccia e gambe – preparati con dovizia –  i due martiri riportano passaggi del testo che però non sono la chiave per la loro salvezza. Che non avviene, nonostante l’apparente redenzione del Boia nelle ultime battute. Anche lui ha un cuore e prova emozioni, forse. Potrebbe anche smettere di uccidere, ed iniziare a vivere, in una dimensione sociale.

La possibile catarsi dura solo pochi attimi, nei sotterranei il sentimento non può esistere. E il Boia può essere solo un carnefice, questo è stato deciso per lui. Il pubblico dell’Hamlet accetta.

 

Claudio Riccardi

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