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Tra gusto, presa di coscienza e riflessione

Theatre&dance

Tra gusto, presa di coscienza e riflessione

“Un Tramezzino Tautologico” al Teatro Trastevere. La recensione di Claudio Riccardi

Mancanza di prospettive. Un urlo disperato contro il sistema e il disagio che esso può arrecare. Ma tutto sommato anche un soffio di speranza, già perché l’esperienza del lockdown e di questa nuova normalità cui ogni giorno aggiungiamo una mattonella porta con sé le incognite e le opportunità di ogni ripartenza.

“Un Tramezzino tautologico” è un’opera che ben si incastona nel momento e nello scenario, un Teatro Trastevere riorganizzato per effetto delle normative post-Covid.

Abbiamo avuto modo, giovedì 2 luglio, di testare l’esperienza teatrale in versione “new deal”.
Il palco ospita il pubblico, il parquet un tempo sede delle poltrone è il nuovo centro della scena. Chiunque partecipa all’evento viene sottoposto a controllo della temperatura all’ingresso e siede rispettando i criteri di distanziamento.

Fa strano, essere guidati in ogni piccolo passaggio. Ma tutto sommato basta farci l’abitudine.
Per il resto, è la solita emozione, ogni volta unica, non ripetibile. Le luci si abbassano, le tende si chiudono, le note di un pianoforte introducono lo spettacolo. Il teatro è tornato!

I passi decisi che introducono la scena sono di Mauro Tiberi, autore e unico interprete di questo “Un Tramezzino Tautologico” già vincitore nel 2019 del premio come Miglior Drammaturgia al Fringe Festival di Roma. Tiberi è grave e nel contempo greve, impersona un’artista che di ritorno da un viaggio di lavoro posa il trolley e si ferma. Un tavolo e una sedia lo attendono per fare i conti con la sua vita. Pomezia (dove realmente Tiberi vive) è la zona di comfort dove sentirsi a casa ma nel contempo il luogo dove le domande esistenziali, il passato e le occasioni perse riaffiorano. Le angosce e la sindrome da imbruttimento si scaricano comicamente su un pezzo di pane raffermo e una confezione di sottilette, il magro pasto della sera.
Un telefonino GSM è il punto di contatto con i legami familiari e affettivi, più rotture che altro. E infatti, un registratore a cassetta prende il suo posto sul tavolo perché “zì Mauro” deve pigiare su REC e adempiere a una richiesta della sorella: leggere la fiaba di Hansel e Gretel alla nipotina di un anno.
Il “non mi va” di Tiberi di fronte alla richiesta chiude il libro della fiaba, ma ne apre un altro: il canovaccio della sua vita. Il mangianastri riparte, il protagonista inizia a raccontarsi, alternando sorrisi e slanci di rabbia repressa. Si scopre essere umano fragile e mediocre. Fondamentale già stanco di tutto a 30 anni.
Due note suonate alla chitarra ed ecco che sul tavolo compare una pistola, forse Tiberi medita un atto estremo. Il climax pur drammatico è bilanciato da spruzzate di irriverenza e ironia.

Ma forse non tutto è perduto, basta solo fare un po’ di ordine nelle priorità e capire ciò che davvero conta.
Le relazioni umane e gli affetti sono e saranno la salvezza, probabilmente.

D’altronde questo annus memorabilis 2020 ci sta insegnando proprio questo.

 

Claudio Riccardi

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