Connect with us

Tinariwen, dai campi profughi tuareg al palcoscenico di Villa Ada

ARTICOLI

Tinariwen, dai campi profughi tuareg al palcoscenico di Villa Ada

di Stefano Portelli

Mercoledì tre luglio, a villa Ada, concerto dei Tinariwen, gruppo transfrontaliero formatosi nei campi profughi tuareg in Algeria, poi nei campi di addestramento di Gheddafi in Libia, poi nella guerriglia per l’autodeterminazione dei berberi del deserto contro il governo del Mali.
Scoperti a fine anni Novanta dai produttori della world music, diventarono presto protagonisti della nuova stagione dei festival etnici in tutta l’Africa settentrionale ed occidentale, sempre più spesso anche dei grandi festival europei e nordamericani, fino a vincere addirittura un Grammy award nel 2011, e a fare da spalla ai Rolling Stones. Vederli sul palco, con i turbanti e i mantelli del deserto, scatena in noi le più ingenue fantasie orientaliste, ci sembra di immaginare una terra senza tempo, fatta di cieli stellati e dune a perdita d’occhio, forse addirittura di qualche spiritualità perduta. Eppure i loro video dicono altro: quelle presenze costanti di jeep, sigarette, tralicci, cellulari (ci sono anche nei testi delle canzoni), microfoni, orologi, amplificatori a batteria, e soprattutto chitarre e bassi elettrici, intorno al fuoco o sotto la tenda, sono un messaggio chiaro – questi deserti sono dei posti veri, che esistono oggi, li attraversano persone vere, non mitologiche. Quando ci prendono le fantasie esotiste, dobbiamo cercare di immaginare cosa siano stati gli anni Settanta e Ottanta in Nordafrica, quando una serie di gruppi di giovani musicisti, come i Nass el Ghiwane o i Jil Jillala in Marocco, creavano miscugli entusiasmanti tra il pochissimo rock e blues che riusciva ad arrivare nelle città africane, in audiocassetta, magari pirata, e le forme musicali e gli strumenti della musica amazigh, dell’assaouf dei tuareg, dello haul saharawi, della gnawa marocchina, del mandolino arabo-andaluso, delle pentatoniche dei griot del Mali. “La chitarra elettrica è la migliore spoglia di guerra che ci ha lasciato il colonialismo”, dice sempre Reda Zine, musicista marocchino di Bologna, e cantante dei Fawda. In queste sperimentazioni, nonostante i regimi dittatoriali o semi-dittatoriali di tutta la zona, la contestazione politica aveva sempre una parte centrale: magari in forme metaforiche o nascoste, ma che il pubblico recepiva perfettamente. Le cassette dei Tinariwen hanno girato per due decenni di mano in mano attraverso il Sahara, prima di arrivare alle orecchie di Robert Plant, che ‘scoprì’ le radici del blues nelle canzoni tuareg, come anni prima Randy Weston le aveva trovate nei canti rauchi della gnawa, o Ry Cooder nel son cubano. Troviamo sempre le nostre radici in quello che non capiamo. E invece i Tinariwen, come i Desert Rebel o migliaia di altri gruppi africani che non vedremo mai in Europa perché non gli permettono di viaggiare, andrebbero studiati con calma, cercando di capire quegli stessi elementi che a noi sembrano esotici cosa significano nei loro contesti. I capelli ricci di Ag Alhabib, l’unico dei Tinariwen senza turbante, cosa richiamano: quelli di Jimi Hendrix, o quelli del mitico cantante marocchino Laarbi Batma? Cosa sono per loro le ballate di Bubacar Traoré o Ali Farka Touré, la musica che ascoltano i governanti del Mali che opprimono il loro popolo, o il bisogno di libertà che spinge alla guerriglia per la liberazione dell’Azawad? E le piste del deserto, per loro, sono quelle che attraversavano gli schiavi trascinati da Timbuktu a Marrakech, quelle su cui gli eserciti europei organizzavano gli esperimenti nucleari, o quelle che ora percorrono i camion pieni di migranti, cercando di raggiungere vivi Niamey o Agadez? Quello che ci dice, in fondo, un concerto dei Tinariwen a Villa Ada, al di là di se riconosciamo le canzoni, se canticchiamo qualche ritornello, o se invece ci sembrano tutte uguali, è che noi – e, più in generale, il mondo – di quei posti non sappiamo niente.

Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

More in ARTICOLI

To Top