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Superpotente e supersonica RezzaMastrella. In esclusiva per Postit Roma

Mitologia, opere e crudità del movimento artistico creato in trentun anni, fra teatro, visioni, cinema, riprese e due corpi.

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Inestimabili protagonisti del nostro numero estivo. Dal 20 al 22 luglio, alle loro opere più recenti, 7 14 21 28, FrattoX, Anelante, verrà dedicata una monografica dalla Biennale di Venezia, dopo il grande riconoscimento ottenuto. Antonio Rezza e Flavia Mastrella, sono i Leoni d’oro alla carriera per il Teatro 2018.
Anche giugno vede il loro grande ritorno sugli schermi televisivi, di Rai3, con La tegola e il caso, dopo 18 anni di assenza dall’ultimo lavoro, Troppolitani. La tegola e il caso (in onda tutti i giorni fino al 15 Giugno alle 20.10) è un format originale, dove i caratteristici personaggi e l’azione scenica sbarcano a casa di persone che non sanno chi e cosa li aspetta. Ne La tegola e il caso, il possidente diventa spettatore nella sua stessa dimora. Antonio entra nelle abitazioni per poi trasformarsi in corpo recitante, costringe i proprietari all’interazione e, attraverso l’intervista, si trasforma in conduttore involontario.

Un tentativo di scavalcamento della messa in onda. Il trionfo del contrario nella confusione dei ruoli. La televisione entra nelle case per poi uscirne camuffata da trasmissione. Ce ne parlate? A: ci riavvicina nuovamente all’animo popolare delle persone. E’ stato emozionante. F: è un progetto ripreso da un articolo di Munari, che ha studiato come il caso incide sull’opera creativa. Ci siamo ‘inseriti’ nelle case, giocando ed interagendo con gli abitanti.
Premettiamo che la vostra arte è unica, fusione originale di due discipline diverse e di due artisti che si incontrano e si scontrano. Antonio porta con se lo stravolgimento del corpo e della parola spontanea e graffiante che segue il movimento. Flavia attraverso il linguaggio delle immagini, capovolge le regole della comunicazione visiva. Due culture diverse che quando si avvicinano comprendono una gamma di sollecitazioni infinite. A. siamo gemelli, ma non siamesi F. siamo come i gemelli di Kronenberg, che senza l’altro muoiono.
LA TEGOLA E IL CASO di RezzaMastrella

 

Post.it Roma ha un preciso presupposto culturale: crediamo che la funzione dell’artista sia la critica al reale, dunque vediamo l’arte come un atto profondamente politico. Vi ci rispecchiate?

A. Non me ne frega niente di quello che mi circonda, anche se ovviamente sono immerso nella società e disprezzo profondamente, attraverso l’indifferenza, i politicanti che promettono il miglioramento della condizione umana.

Il nostro atto è politico dall’inizio, dal momento in cui gli ‘antagonisti’, ancora neppure conosciuti, si accorgono che facciamo qualcosa di completamente diverso e cercano in ogni modo di contrastarci, come succede nei confronti di ogni idea innovativa (diverso dalla frase sinistroide ‘il nuovo che avanza’ che non vuol dire nulla!). Dall’ inizio della carriera, la nostra dirompenza ha subìto uno sbarramento ideologico. Il che è normale, guai che non esistesse, perché da li il nostro atto diventa sovversivo e politico mentre l’atto di chi contrasta diventa reazionario e conservativo. Queste sono le radici dell’essere di ogni nuova idea, che viene resa politica dall’ostracismo di chi non riesce a contrastarla e a padroneggiarla.
F. Io mi ritengo ‘ricercatore’ della comunicazione, studio ed assemblo corpo, parola, sguardi ed oggetti e li reinterpreto. La comunicazione di massa è’ un’arma di persuasione potente, priva oggi di spiragli sull’essere e sulla fantasia. I nostri lavori sono stati la forte espressione di non rinunciare a quello che volevamo comunque fare. Il diverso è notoriamente scartato e per questo noi ce ne occupiamo sempre. Il nostro lavoro è turbativo, decontestualizza la personalità di chi osserva corpi, ritmi, oggetti comuni, spinti all’estremo della loro modifica. La mia ricerca ora è oltre l’equilibrio precario che esprimevano le scene di Anelante. Le opere sono dimostrazione delle mie convinzioni.

La vostra sovversione è implicita anche nella distruzione dei canoni drammaturgici e scenici. Qual è stata la reazione di stampa, operatori e del pubblico?
A. e F. Dopo Anelante, siamo alla perdita completa del riferimento nel teatro. Mentre con la telecamera c’è più libertà e lavoriamo molto sulla dinamica, che nelle interviste è precisa e fondamentale per sviluppare i focolai di improvvisazione. Abbiamo avuto sempre un grande successo di critica, ci hanno sempre appoggiati nella nostra innovazione, da quando mettevamo in scena spettacoli con i quadri di scena. Avrebbero fatto una brutta figura altrimenti! Il pubblico è cresciuto in un moto esponenziale. E’ stato normale avere l’opposizione dei direttori artistici, che spesso fanno gli artisti, ma la abbiamo sempre vissuta come una dichiarazione di resa da parte loro. E’ giustissimo che sia andata così, pensiamo che sia normale, una rivalsa da chi è meno forte di te. Vogliamo interpretarla dal punto di vista del rimpianto e noi non abbiamo nessun rimpianto! Dobbiamo ringraziare perché altrimenti non rimani lo stronzo che sei! Noi dobbiamo ringraziare tutte le difficoltà e gli inciampi in cui siamo incappati. Non abbiamo nessun livore, anche se siamo consapevoli che certa gente è nociva alla libera circolazione delle idee.

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Sono stati funzionali ad aumentare la vostra capacità di non arrendervi mai. A. e F. Certo, per come siamo gonfi e pieni di noi, non rimpiangiamo i torti subiti.

I teatri stabili non ci hanno mai chiamato perché non abbiamo mai preso i soldi statali.

Dato che una legge imponeva agli stabili di invitare solo le compagnie sovvenzionate dal ministero e per calcare le loro scene dovevi essere protetto dallo stato. Adesso la situazione è cambiata, grazie anche alla collaborazione con teatri come il teatro Vascello. Ma nonostante le leggi, sicuramente possiamo affermare di aver sempre respirato ammirazione ovunque siamo passati e di non aver mai subito ostracismo. Il fatto di non poter essere dove avremmo voluto, fa parte di un percorso fisiologico del quale non mi lamento. Noi siamo guerrieri, non siamo nostalgici!

Il premio che abbiamo ricevuto nella Biennale è importante non solo per noi, ma soprattutto per chi adesso inizia e per chi crede che si può non credere a nessun compromesso e conservare la propria identità. E’ un premio che va al di là del conferimento a noi. Ci hanno scritto compagnie di giovani dicendo ‘Allora si può!’ Certo che si può! In trent’anni non siamo mai stati invitati alla Biennale, ma la prima volta ci hanno dato il massimo del riconoscimento. Questo premio è un incidente di percorso!

Non avete mai accettato finanziamenti pubblici. E’ una dichiarazione di indipendenza da un sistema culturale che tratta l’artista e la sua creatività come polli da batteria? A: Abbiamo voluto preservare la nostra indipendenza dallo Stato per essere padroni del meccanismo creativo in tutte le fasi della produzione artistica e poter decidere di non andare in scena. La nostra forza è stata quella di rinunciare ai soldi che provenivano dalle mani sbagliate. Noi siamo ricchi per difetto, anche per i soldi cui abbiamo rinunciato e che potremmo prendere in ogni momento vendendo uno spicchio del nostro culo, che vogliamo rimanga di proprietà. F: L’indipendenza ha un costo altissimo. Pago la mia libertà artistica con la fatica, soprattutto perché, essendo donna, tutti pensano che io sia la moglie di Antonio. E non mi permettono di essere sola, libera e forte nella mia espressione.

Come vi disinnescate? A: Con la gentilezza. L’umanità e la disponibilità è importante fra le persone, un dialogo che in questo periodo non esiste. F: Parliamo tanto con le persone, dal vero, dialoghiamo. Amiamo mantenere il contatto corporeo con le persone, quello fisico e reale, non in chat. E’ la curiosità più grande. Mancando il corpo nella vita quotidiana lo riportiamo nelle performance, dove diventa vibrante con il corpo del pubblico. A. Siamo sempre disponibili, abbiamo voglia di un confronto fra persone intelligenti, con gli intellettuali contemporanei. In quest’epoca non si dialoga perché si ha paura della forza degli altri, non abbiamo paura di perdere lo spazio, anzi pensiamo che l’unione nobiliti il talento di ciascuno e rende forte un movimento. Mancano comunque spazi fisici, di confronto e di comunicazione. Essere disponibili al dialogo ed al confronto, e noi lo facciamo, crea mitologia.
Il rapporto con la città di Roma, paradosso tutto Italiano e con il suo sistema?
A:Abbiamo avuto un rapporto profondo con gli abitanti, con lo scambio con il pubblico. Roma ci ha adottato, insieme a Milano dall’inizio, con un bacino di persone che ci seguono. Il rapporto con le istituzioni è stato inesistente. Noi non siamo mai stati al Teatro Argentina, e questa scelta è arbitraria ed ha del grottesco, ma non fa che aumentare la nostra carica di dirompenza. Così rendono ancora più esplosivi.

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Siete stati protagonisti del festival Eclettica per dieci anni, con picchi di più di 2000 persone, ogni sera, accorse ai vostri spettacoli. Eclettica è stato una trincea, dal significato politico ed emotivo particolare, che ha fatto parte della nostra mitologia romana. Sono spazi vivi dove le persone accorrono perché interessate alla verità, alla vitalità.
Questo è!