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Sergio Caputo si racconta

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Sergio Caputo si racconta

Il “poeta metropolitano” più originale della musica italiana

Nell’avvilente palinsesto di appuntamenti musicali di questa estate 2020 falcidiato dall’emergenza Coronavirus, il concerto di Sergio Caputo che si terrà domenica 2 agosto presso i Giardini di Montemario (Piazzale dello stadio Olimpico 8) e non più sulla terrazza del The Hive Hotel, rappresenta un evento da non poter proprio bucare.

In attesa di vederlo di nuovo sul palco, ecco cosa ci ha raccontato il “poeta metropolitano” più originale della musica italiana (e non solo).

Partiamo dal cambio di venue: pensa che inciderà sulla strutturazione della sua performance? Più in generale, quanto la influenza, se la influenza, il contesto logistico rispetto a quello che suona?

No, non credo che ai Giardini di Montemario ci saranno grossi cambiamenti rispetto a quello che avevo pensato di fare al The Hive Hotel. Mi piace suonare dal vivo, lo faccio con piacere a prescindere dalla capacità di suggestione che un posto può esercitare rispetto ad altri.

Anche se si è spesso professato un romano atipico, esibirsi nella sua città le regala (ancora) vibrazioni particolari rispetto ad altre città?

Sì, questo sì. Suonare a Roma è sempre un’esperienza particolare per me. Sono nato e cresciuto qui e ho ancora molti amici che ci vivono. Poi Roma è Roma, è sempre la Capitale.

Cosa l’ha spinta a reinterpretare i suoi brani più amati nel recente “Sergio Caputo en France” e quali difficoltà, soprattutto in termini di prosodia, ha riscontrato in questa particolare operazione di traduzione?

Il fatto che ora vivo in Francia ed ho intenzione di far conoscere le mie opere anche lì. Per quanto riguarda il discorso della traduzione e dell’adattamento, devo dire di non aver affrontato particolari difficoltà.  Naturalmente ci è voluto un po’ di tempo per far funzionare linguisticamente le cose, ma le storie che racconto sono rimaste quelle.

Prendendo in prestito il titolo del suo recente brano “Amo il mio nuovo look”, ci può raccontare cosa le piace di più del suo nuovo percorso creativo? Si è davvero “buttato nel futuro senza voltarsi più”’?

La maggior parte delle persone, secondo me, vivono preoccupandosi troppo del proprio passato, anche da un punto di vista creativo. Io ho sempre cercato di vivere nel presente e, nello stesso tempo, di essere pronto per il futuro. Quando si percorre una strada, nella musica come nella vita, si guarda avanti.

Sempre rimanendo sul tema delle sue ultime sortite discografiche, si è giustamente lamentato già in passato di un certo, immotivato ostracismo nei suoi confronti da parte delle radio e della televisione. È possibile spiegarlo soltanto con la sua volontà di rimanere libero o, secondo lei, c’è dell’altro dietro?

Essere indipendenti ha il suo prezzo. Che esistano delle lobby nel mondo delle sette note -come in qualsiasi altro campo dove si guadagna, d’altronde- è un dato di fatto. Come è altrettanto chiaro che io non ne faccio parte, visto che sono indipendente e non manipolabile. E non sono disposto a barattare queste mie peculiarità, anche se, ovviamente, di fronte a certi comportamenti da parte dei media non trovo giusto rimanere in silenzio.

Da un po’ di tempo a questa parte, a livello discografico sembra essersi consolidata una logica di uscite che privilegia di gran lunga i singoli rispetto agli album. Lei come si pone di fronte a questa tendenza?

Questo trend, in realtà, è cominciato già anni fa quando Steve Jobs inventò iTunes, che si basava – e si basa ancora – sulla commercializzazione dei singoli prima ancora che degli album. E c’è anche da sottolineare che, poco prima della rivoluzione digitale in atto, molti immettevano sul mercato album con due pezzi buoni e il resto era robaccia.  Fare singoli, ragionare per singoli, ti obbliga – o dovrebbe, almeno- a realizzare cose di qualità. A tal proposito, colgo l’occasione per fare presente che fra pochi giorni uscirà un mio nuovo singolo e che potrà essere ascoltato su alcune radio selezionate.

Come è cambiato il suo approccio alla composizione e alla produzione con il passare degli anni? Ci sono suggestioni offerte dalle nuove tecnologie che hanno fatto breccia nel suo modus operandi e, prima ancora, pensandi?

No, direi che il mio modo di comporre non è cambiato per niente. Uso il computer come un registratore multitraccia, col vantaggio che inizi a mixare fin dall’inizio. Punto.

Da (grande) chitarrista, cosa ne pensa del particolare “feticismo” mostrato da tanti suoi colleghi riguardo alla propria strumentazione? Lei che tipo è, un fedelissimo alle sue sei corde e ai suoi ampli o le piace cambiare? E la sua lunga permanenza negli Usa ha mutato il suo approccio in questo senso?

Non sono mai stato un collezionista, per me uno strumento serve solo se è suonato, non mi interessa avere centinaia di chitarre se poi non le uso. Anzi, ultimamente la difficoltà di dover viaggiare e di doversi sempre spostare col proprio strumento dietro, mi ha spesso indotto a servirmi di modelli meno costosi rispetto a quelli che potrei avere a disposizione. Io però li rendo funzionali “smanettandoci” su. E assolvono perfettamente alla loro funzione.

Arrivato a questo punto della sua carriera, quando si trova a dover allestire (a prescindere dal numero dei componenti) una formazione per un tour o per una singola data, quali sono le caratteristiche musicali e non che debbono possedere i suoi compagni di palco?

La risposta è semplicissima: atteggiamento positivo e voglia di fare. Non serve e non mi serve altro

Insieme a Paolo Conte e a pochi altri, si è sempre dimostrato un compositore ed un esecutore di vaglia, oltre che un impareggiabile cantastorie come tradizione del nostro cantautorato vuole. Pensa che le siano stati riconosciuti i giusti meriti per questo e, più in generale, trova che nell’Italia a sette note ci sia una sudditanza della musica rispetto alla parola?

Che dire? Sono pochi quelli che, a torto o a ragione, vengono celebrati in vita. Una cosa comunque è certa: in Italia si tende sicuramente a privilegiare la parola a prescindere, anche quando veramente non ci sarebbe bisogno della musica per veicolarla. È sempre stato così e non credo che sia una realtà che potrà cambiare. Con buona pace di chi, come me, può avere capacità strettamente musicali superiori rispetto ad altri.

Tra le sue tante, prestigiose collaborazioni ce n’è una che si fa fatica a non rimarcare, quella con un mostro sacro del calibro di Dizzy Gillespie. Come è nata e ha ricordi di qualche particolare aneddoto legato al vostro lavoro in studio o anche fuori?

Questo sarebbe un capitolo della mia carriera veramente troppo lungo per essere sviscerato in una sola intervista! Posso soltanto dire che fra me e Dizzy, dal momento stesso in cui ci siamo incontrati, si è sviluppata un’intesa immediata, perché parlavamo lo stesso linguaggio musicale, prima ancora che verbale.

Ha scritto due libri, un romanzo e un memoriale – rispettivamente “Disperatamente (e in ritardo cane)” e “Sabato italiano. Memories”, permeati da una struggente e vivissima umanità. Possiamo sperare di avere in futuro una sua nuova opera narrativa?

Ci sto pensando e, nel frattempo, prendo appunti.  Sicuramente scriverò di più quando l’età mi renderà più complicato andare sul palco.

Agli occhi di uno come lei che è stato anche (!) un pubblicitario di vaglia in una multinazionale come la McCann Erikson, che effetto fa lo strapotere esercitato dai social sul mondo dell’informazione di oggi?

I social sono una realtà completamente pilotata, basti pensare al processo di istituzionalizzazione (perché di questo si tratta) dei cosiddetti “influencer”. Ed è chiaro che se questo è l’assunto di partenza, anche la comunicazione tout court risulta pilotata in ogni suo ambito, tanto a livello di divulgazione quanto a livello di promozione di qualcosa.  A me sembra che con l’avvento dei social i “soliti” poteri abbiano trovato un ulteriore, potente mezzo per controllare le masse

In chiusura, se le chiedessero di consigliare due o tre ascolti non mainstream ai veri appassionati di musica, che nomi farebbe e perché?

Farei un torto a molti artisti che amo e che sono ben più di due o tre. No, non posso proprio rispondere.

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