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ROMARIO. La rubrica a cura di Mario Conte

ottobre 2017

ROMARIO

Aveva piazzato la sua indipendenza in una valigia di cartone ed alla fine, se una fine esiste nel viaggio di chi non ha meta certa, si era trovata a ripararsi dal sole sotto l‘ombra millenaria di una Roma nervosamente oziosa e pigramente persa nella routine della tarda estate.
Stasi e frenesia a pochi metri di distanza. Giornalisti, polizia, passanti, turisti, curiosi. Ed io. Storasta. Ero arrivato dalle parti della macchina da scrive“ (al secondo il milite ignoto) e mi ero perso nell‘immagine di lei. Sotto l‘ombra, il figlio in braccio, la faccia stanca, la
mia stessa età. Di fronte, alla fine di quella via resa famosa da innumerevoli pellicole, l‘anfiteatro Flavio. 

E si guardavano, l‘un l‘altra. Chissà se aveva presente, chissà se le avevano raccontato che accadeva, nel Colosseo. Nel cuore della culla del democratico impero. Lei veniva dal meridione del mondo, un po come dal meridione dello stivale era andata via QUELL‘ALTRA pensai.
Anche lei aveva PIAZZAto la sua INDIPENDENZA in una valigia che per definire tale occorrebbe un atto di carità ed allo stesso modo si era riparata dal sole cocente guardando prima apparire all‘orizzonte e poi avvicinarsi sempre piu quell‘Ellis Island e quell‘enorme signora francese… Aveva viaggiato per mare anche quella signorona bonaria, le avevano detto gli altri.
Ma spesso, troppo spesso, i sognatori vengono interrotti.
„Favorisca i documenti“….i miei capelli…“Prego, eccoli“…“controllo di routine, sà com‘è“…“tutto in regola, arrivederci, circolare“ Certo
agente, è tutto in regola, alla grande proprio.
Dobbiamo rimanere umani


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