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Roma città aperta?

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Roma città aperta?

Le aggressioni della polizia all’alba del 24 agosto, per sgombrare da piazza Indipendenza diverse centinaia di migranti – in buona parte rifugiati o richiedenti asilo – da giorni accampati nelle aiuole dopo essere stati evacuati dall’ex sede di Federconsorzi e Ispra di via Curtatone.
di Antonella Inverno

Sullo sgombero a più riprese avvenuto negli ultimi giorni a via Curtatone e dintorni, lo sgombero degli sgomberati, come è stato prontamente ribattezzato, sono state spese in queste ore fiumi di parole. Le immagini e i video dei bambini rinchiusi da giorni nello stabile, delle donne colpite in pieno busto dagli idranti della polizia, dei disabili rimasti feriti a seguito delle cariche, dei giovani uomini e donne inginocchiati per terra per reclamare i propri diritti, di poliziotti buoni e poliziotti cattivi hanno scatenato indignazione e commenti furiosi da parte di tutti: chiesa, organizzazioni umanitarie, comitati di lotta per la casa, giornalisti, politici, attivisti e, solo poche ore fa, della Sindaca di Roma.
Soltanto Salvini e Di Maio hanno avuto il coraggio di plaudire all’intera operazione, in nome di una legalità da ripristinare a Roma e in Italia.
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Sono due i piani su cui misurarsi commentando questa vicenda, ricordiamolo solo una delle tante del genere a Roma, città aperta.
Da un lato ci sono le responsabilità politiche e istituzionali, gli affari economici e la mala gestione.
A proposito di legalità, per esempio, l’antropologo e scrittore Federico Bonadonna ha tentato di chiarire  sul suo profilo Facebook perché proprio a ferragosto del 2017 era così urgente arrivare allo sgombero forzato e senza preavviso di uomini, donne, anche in stato di gravidanza avanzato, e 37 bambini, lasciati – a dispetto delle dichiarazioni – letteralmente in mezzo a una strada, sotto il sole torrido di Roma centro.
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“Il palazzo è stato acquistato nel 2011 dalla società Idea Fimit e poi è stato occupato nel 2013. La cosa interessante è che la IdeaFimit ha partecipato all’indagine di mercato avviata a novembre 2016 dalla Prefettura di Roma per proporre un immobile da destinare alla funzione di “hub di prima accoglienza per cittadini stranieri richiedenti asilo” per il quale è stato avviato l’iter locativo presso l’Agenzia del Demanio (http://www.ilgiornale.it/news/cronache/arrivo-nuovo-centro-accoglienza-nella-capitale-1375388.html?mobile). Si tratta per caso del palazzo di via Curtatone di 32 mila metri quadrati ex sede di Federconsorzi e dell’Istituto superiore di protezione ambientale (Ispra) sgomberato 5 giorni fa?”

In questo contesto hanno operato i grandi poteri, la Proprietà, la Prefettura, il Comune, la Polizia, così solerti nell’intervenire da non coordinarsi prima tra loro e con i migranti. E stupisce l’assenza nei giorni caldi dello sgombero della sindaca e dell’assessora alle politiche sociali, aspramente criticata anche dall’unicef, dove per anni ha prestato servizio. In piazza Indipendenza c’era solo la sala operativa sociale, che non ha avuto in alcun modo un potere di mediazione nei confronti della comunità di rifugiati che abitavano lo stabile, semplicemente perché questo potere non ce l’ha istituzionalmente.
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Unico rappresentante dell’assessorato, la parte politica, un baldanzoso giovane munito di videocamera per riprendere l’operato della sala operativa sociale, a servizio dei post che più tardi il Comune pubblicherà per dire quanto sono stati efficienti. Il Comune continua a ripetere che è stata offerta una soluzione alloggiativa ai rifugiati, senza dire che non si è tenuto conto del diritto all’unità familiare, né di chi lavora, né dei percorsi di scolarizzazione già attivati. 37 bambini che avrebbero dovuto riprendere le lezioni tra un paio di settimane, insieme ai loro amici, e che invece sono stati di colpo catapultati con una violenza inaudita  lontano da tutto ciò e da una quotidianità  che è alla base di un sano sviluppo psico-fisico.
Si dice che l’uso della violenza è stato necessario, ma si dimentica che l’Italia e le sue istituzioni hanno l’obbligo sancito dal diritto internazionale di proteggere i rifugiati. E proteggere non vuol dire solo non espellere, ma fornire tutta la protezione necessaria dalla violenza, che queste persone hanno già ampiamente sperimentato nei propri paesi di origine.
Chi era presente in quella piazza sa bene che chi dovrebbe proteggerci si è trasformato in un aguzzino e le parole del funzionario di polizia riprese dalle videocamere, così come l’arresto del rifugiato mentre parlava ai microfoni de LaSette, ne sono una chiara testimonianza, con buona pace del singolo agente immortalato mentre consola la rifugiata. A completare il quadro il rifiuto di far entrare in Questura le organizzazioni non governative accorse sul posto per avere spiegazioni sulla sorte delle famiglie portate negli uffici di via Patini.
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Ma c’è anche un altro piano su cui muovere alcune considerazioni, quello della responsabilità individuale e del decadimento del valore della compassione nella nostra società. Tareke Berhane, attivista e promotore del comitato 3 ottobre, continua a chiedere sui social “dove sono i romani?” Ed in effetti se ne sono visti pochi a difendere quelli che a tutti gli effetti sono loro concittadini. Salvo poi  mobilitarsi sui social, con articoli come questo, con petizioni, condividendo post, immagini. Le persone sgomberate però sono ancora per strada e a condividere praticamente la loro lotta ci sono solo altri sgomberati come loro, italiani e stranieri, e le organizzazioni umanitarie, alle quali abbiamo delegato l’esercizio della solidarietà.
“No, no, non si può stare sempre a guardare!” Così inizia la personale lotta per la liberazione di uno splendido Alberto Sordi in Tutti a casa!
di Antonella Inverno

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