Eventi musica teatro mostre cinema mobilitazioni a Roma

Roma Caput Mundi: quando l’omicidio non è reato

Roma Caput Mundi fino al 21 ottobre al teatro Off Off di via Giulia

RomaCaputMundi_Rid (1)

Uccidere un corpo è reato, uccidere un’anima no.
Eppure ci sono più corpi senza anima, che cadaveri ritrovati, perché i nostri occhi ciechi e le nostre orecchie sorde non si accorgono del cimitero umano che li circonda.
Razzismo, omofobia, xenofobia, sono solo alcune delle paure che si annidano nelle menti fragili di una nuova generazione di criminali, che vedono nel branco e nella loro legge l’unico modo per non sentirsi morti.

Roma Caput Mundi è il nuovo lavoro di Giovanni Franci che, al grido di l’Italia agli Italiani, Roma ai Romani, svela il volto nascosto della capitale dei luoghi comuni.
In scena Valerio Di Benedetto, Riccardo Pieretti e Fabio Vasco: occhi infossati, iniettati di rabbia, parole piene di odio, corpi che trasudano aggressività, frasi urlate, paure trasformate in violenza, fragilità proprie che diventano difetti da annientare negli altri e colpe per cui punirli.
Non riesci neanche ad applaudire, a commentare. Segui quei tre giovani uomini dall’inizio alla fine, trattenendo il respiro. La rottura della quarta parete contribuisce a gettarti in un mare di emozioni così forti, che i discorsi politici, ideologici, sociologici, li fai a posteriori. Ammesso che dopo uno ne abbia ancora voglia.
La testa tace, mentre la tua pancia continua ad incassare colpi.
Se il teatro è vita, quello che ti trovi di fronte, sul palco dell’Off Off, è uno spaccato di vita quotidiana, che può svolgersi anche al piano di sopra. Non devi attraversare la città. Perché quello che urlano Riccardo, Fabio e Valerio, è un dolore generazionale. Il fatto che siano tre delinquenti fascisti di borgata, diventa solo un espediente, e limitare l’analisi di questo testo al disagio delle periferie capitoline, è come andare all’Aventino e guardare il cupolone dal buco della serratura del cancello del Priorato dei Cavalieri di Malta.
I tre protagonisti vengono da zone diverse: Ostia, Acilia, Monteverde Vecchio. Due sono di borgata, ma uno è benestante. Due non hanno studiato, uno sì. Due sono cresciuti per strada, uno nei salotti della “Roma bene”, curiosa definizione che credo ormai indichi quartieri dove si delinque in giacca e cravatta invece che in tuta da lavoro.

Ho incontrato Giovanni Franci, autore e regista di Roma Caput Mundi, al termine della prova generale.
Il suo viso sembrava uscito da una tela di Rembrandt o di Michelangelo Merisi. Gentile, timido, non capivo come potesse aver scritto quel testo. Ho immaginato la Dama di Lorien di Tolkien, catapultata in una scena di Kill Bill di Quentin Tarantino.
Poi ci siamo sentiti per telefono e, ascoltandolo parlare in modo così pacato, ho capito cosa devono aver provato i due bambini che vedevano uscire oggetti vari dalla borsa di Mary Poppins, attaccapanni compreso: ma dove stava tutta questa roba?

Giovanni, il precedente spettacolo, L’effetto che fa, nasceva da un fatto di cronaca, l’omicidio Varani. Roma Caput Mundi dove affonda le sue radici?
Molti paragonano questo spettacolo all’altro. Anche il fatto che ho scelto lo stesso cast non è casuale. La radice comune riguarda il fatto che in entrambi parlo di cose che mi spaventano. Scrivere è un modo per elaborare le mie paure. Sono però due testi diversi. A differenza del precedente lavoro, qui non c’è un vero e proprio fatto di cronaca. Ho inserito dei dati pertinenti alla realtà per dare un’illusione di cronaca, per far sentire più vicina possibile la storia al pubblico.
Ma è tutto completamente inventato.
L’effetto che fa è un testo dove ho utilizzato molto il simbolo e la metafora. Parlavo delle persone e degli omicidi, ma non siamo tutti degli assassini. Cercavo, quindi, di mettermi nei panni dei personaggi, cercando di trasformare, attraverso la metafora, il loro caso specifico in un messaggio più generale. Qui, invece, affronto il sentimento dell’ideologia fascista, che può annidarsi in chiunque. Mentre lavoravo allo spettacolo, ho letto un libro nel quale si sosteneva che fascisti lo siamo tutti, nel senso che è un modus operandi che appartiene ad un livello primitivo dell’essere umano. Un bambino che sta giocando può diventare aggressivo se un altro cerca di portargli via i suoi giocattoli. Non c’è il ragionamento, ma prevale l’aggressività. Spetta all’uomo, nel suo processo di crescita, comprendere che le persone devono interagire su altre basi. L’aggressività fascista è una risposta rudimentale al disagio.

 

RomaCaputMundiPHstampaCOLORE (1)

 

Nel Comunicato stampa leggo che i protagonisti sono tre ragazzi che vivono “in una periferia senza regole, un luogo (…) ostaggio della criminalità organizzata, dove l’unica legge vigente è quella del più forte. Non trovi sia una descizione fuorviante? Nel tuo racconto, uno dei ragazzi viene da Monteverde Vecchio ed è figlio di una famiglia benestante.
Sì, il numero 45 della via dove abita Riccardo è un civico simbolico perché in quella palazzina hanno vissuto Bertolucci, Pasolini. È un simbolo dell’intellettualità progressista romana. Riccardo è il figlio abbandonato. Rappresenta la sinistra che ha completamente abbandonato i suoi figli. Se uno va a Ostia trova prevalentemente sezioni di Casa Pound, non del PD. Hanno lasciato interi territori nelle mani del populismo. Il populismo ha conquistato e fomentato quelle zone.

Sempre nel comunicato stampa leggo che per lo spettatore può essere interessante leggere il testo in chiave psicanalitica. Proviamo a farlo?
Roma Caput Mundi è un racconto molto forte che parla anche di formazione, perché questi ragazzi sono in una stagione decisiva della loro vita, in cui diventano uomini. Ma per fare questo è determinante il rapporto con il padre. Valerio vive il disagio di avere una madre che si sostituisce completamente al padre, che non c’è. Fabio è orfano del padre, ucciso in un conflitto a fuoco e vive nel mito, nel ricordo del padre. Riccardo, che ucciderà un padre che per lui è già morto da anni. Sono tre differenti rapporti con la figura paterna.

Ho notato un’assoluta mancanza di figure femminili, non solo in scena ma nel contesto in generale. L’unica ragazza che appare, è nel video della violenza di gruppo. Perché?
Parlando con gli altri attori, spesso dico che è uno spettacolo fallocentrico. Anche il modo di disporre le panche nella scena finale a casa di Riccardo, ricorda un fallo. Non solo, ma le figure femminili, sono assenti o svilite, anche quando vengono raccontate. Anche questo, nell’ideologia nell’ideologia fascista, è una trionfo dell’identità del machismo. Non c’è uno spazio per la donna.

Mi ha colpito una frase del testo: “Massimino fa paura a tutti e lui ne va a orgoglioso”. Oggi viviamo in una società dove abbiamo strumenti adeguati per affrontare i problemi sociali. Ma tu racconti di una società dove vige la legge del branco…
Sì, questo è il livello primitivo di cui parlavamo prima. Al cinema e in televisione, la violenza è diventata un simbolo, quasi un valore. Ho intitolato i tre capitoli dello spettacolo alle stagioni. Manca la primavera che simboleggia la speranza. Se andiamo avanti così, io la speranza, purtroppo, non la vedo. Mi sono sforzato di trovarla, ma non l’ho proprio vista. C’è l’autunno, l’inverno e l’estate. L’estate, secondo me, è quella che ha la didascalia più inquietante: lo slogan spaventoso del fascismo “credere, obbedire, combattere”.
Ho individuato nell’estate l’imperativo credere, perché obbligare a credere è la cosa più disumana che esista. Significa privare le persone del dubbio, la conquista più grande del pensiero filosofico. Obbedire significa togliere il libro arbitrio. Per chi è credente, questa è la grande conquista delle religioni occidentali, perché è il dono più grande che Dio ci fa mettendoci sulla Terra. Anche se mi sembra che sia allo stesso tempo anche un inferno. Alla fine combattere. L’imperativo combattere comporta che, qualsiasi problema noi affrontiamo combattendo, siamo destinati all’estinzione.

In una scena, il padre di Riccardo dice al figlio: “Tu sei la prova del mio fallimento. Tu sei la definizione della parola niente. Tu sei inutile”. Siamo davanti ad un genitore che non si assume nessuna responsabilità, che considera un figlio una proprietà privata, un genitore talmente debole da aver bisogno di distruggere il figlio per sentirsi qualcuno?
Sì, perché infantilmente e inconsapevolmente va in competizione con lui. In quella scena c’è una specie di suspense, perché anche se un padre non va d’accordo con suo figlio, nel momento in cui vede che lui si punta una pistola alla tempia, istintivamente dovrebbe cercare di proteggerlo. Invece il padre resta lì e continua ad essere in competizione con il figlio, dimostrandosi ancora più infantile, provocando il figlio per vedere se ha davvero il coraggio di compiere quel gesto estremo.

“Io non ho amore da offrire, ma tanto dolore, dolore da spargere”. E’ una frase che mi ha lasciata senza fiato. Prima dicevi che non vedi una primavera. Non pensi che questa potrebbe essere una primavera? Perché a differenza del padre, che non prova nessun emozione, nel figlio c’è dolore, e quindi un germoglio di vita, una speranza di primavera…
E’ una frase spaventosa ma anche tenera, un grido di aiuto, perché magari gli hanno fatto credere che lui non abbia niente da offrire e che non valga niente.

Questa frase è un disperato grido di aiuto di un ragazzo che sta mettendo a nudo la sua fragilità e la sua solitudine. Forse il problema è di chi non sa ascoltare e, soprattuto, fare qualcosa per prestare aiuto. Ma queste grida di aiuto ci sono. Eppure tu non vedi vie di uscita? No, anzi mi sembra che la società, e soprattutto i poteri forti, fomentino reazioni di violenza.
Non vedi nessuna possibilità? No, in questo momento no.

 

 

Roma Caput Mundi parla sicuramente di razzismo, omofobia, xenobia, di disagio sociale. Ma, più profondamente, parla del fallimento di genitori troppo concentrati su loro stessi o vittime di chi non li ha amati, di genitori incapaci di educare i loro figli all’amore e al rispetto, di analfabeti affettivi.
Cercare parole complesse che ci aiutino a cercare fuori di noi le responsabilità di quello che sta accadendo, relegare questi fenomeni alle borgate romane o a qualsivoglia periferia metropolitana, significa guardare il cupolone dal famoso buco della serratura, significa non rendersi conto che crescere un figlio non è come fare un vaso con la creta o disegnare su un foglio bianco.
Un figlio non è un secchio dove riversare le nostre frustrazioni, convincendoci che ne stiamo facendo un uomo. No, stiamo solo uccidendo un bambino che non sarà mai uomo. E per questo omicidio non saremo mai condannati!
Giovanni, durante l’intervista, diceva che Dio lo ha messo su una Terra che sembra un inferno. Roma è la stessa città di Seneca e Cicerone, di Bernini e di Michelangelo, delle deportazioni del 16 ottobre del ’43 e dello scellerato attentato di via Rasella. E questo vale per qualsiasi altro luogo. Siamo noi che lo rendiamo paradisiaco o infernale. Questo vale anche per la vita delle persone che, per un’insondabile magia dell’universo, diventano nostri figli: spetta a noi aiutarli a tirar fuori il loro lato migliore e non il peggiore, riconoscendo il loro immenso valore.
Smettiamo di dare colpe al mondo, alla società, al quartiere: guardiamoci allo specchio e assumiamoci la responsabilità della nostra vita, del nostro operato, della nostra società.
Giovanni Franci ha tirato fuori dalla sua borsa di Mary Poppins un quadro intero. Non ci sono le giostre e i cavalli di dineyana memoria, ma dobbiamo entrarci lo stesso. Perché parla di noi.

Hypatia