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“QUASI NIENTE” di Deflorian/Tagliarini

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“QUASI NIENTE” di Deflorian/Tagliarini

Il 9 ottobre al Teatro Argentina di Roma, il duo Deflorian/Tagliarini ha debuttato con il nuovo lavoro ispirato  al film Deserto Rosso di Antonioni nell’ambito del Romaeuropa Festival.

In una scena scarna, in uno spazio enorme come quello del teatro Argentina, messo a nudo e spogliato di  ogni copertura dai due artisti, il pubblico viene messo di fronte a una ricerca, un’indagine sul disagio esistenziale dell’essere umano, su tutto ciò che lo porta a indossare maschere nella realtà della propria vita.

Il punto di partenza, il pretesto, è la figura di Giuliana, la protagonista del film di Antonioni Deserto Rosso del 1964: «Nel film abbiamo riscontrato lo stesso disagio esistenziale che viviamo noi oggi, la stessa fatica a stare ‘dentro la realtà’. Una delle domande da cui siamo partiti è stata: quali parti di me, della mia natura, metto a tacere ogni giorno, cosa comprimo ‘per essere come gli altri’?» hanno spiegato i due artisti, che negli anni, con i loro lavori, ci hanno abituato a una costruzione drammaturgica nuova che più che raccontare un evento, una storia, si interroga sui perché che stanno dietro delle scelte umane o semplicemente dei modi di essere.

Diceva Antonioni: “Noi sappiamo che sotto l’immagine rivelata ce n’è un’altra più fedele alla realtà, e sotto quest’altra un’altra ancora, e di nuovo un’altra sotto quest’ultima. Fino alla vera immagine di quella realtà, assoluta, misteriosa, che nessuno vedrà mai. O forse fino alla scomposizione di qualsiasi immagine, di qualsiasi realtà”.

Quasi niente 2

In QUASI NIENTE, lo spazio e la parola si dividono tra un dentro e un fuori, costruendo una divisione reale tra questi due mondi che non sono solo fisici, ma soprattutto interiori.

La maestosità del Teatro Argentina, come già detto, è scarna, vuota, senza orpelli. Uno schermo bianco lo divide a metà: davanti  lo schermo i 5 attori in scena (insieme a Daria Deflorian e Antonio Tagliarini ci sono Monica Piseddu, Benno Steinegger e Francesca Cuttica) si interrogano, pensando alla protagonista di Deserto Rosso e al suo disagio che “non guarisce”, sui loro “disagi”, sui loro modi di fare, di essere, di nascondersi agli altri, di sentirsi, appunto, a disagio in alcune situazioni, di sentirsi o essere “quasi niente” per se stessi, gli altri, la società. Ci raccontano la nostra quotidianità. Il nostro sentirci “letteralmente dei buoni a nulla” come ci fa capire Daria, leggendo Mark Fisher.

Dietro lo schermo non accade “quasi niente” ma si intravede in quel poco, “la finzione” che ognuno di noi si porta dentro e mostra fuori.

Dicono i due artisti: “Da sempre, nei nostri lavori siamo attratti da figure marginali, dimesse (quelle lucciole fisiche e di pensiero così ben descritte da Georges Didi-Huberman), da sempre ci descriviamo nelle loro cadute e fallimenti. In realtà, Giuliana fa pienamente parte di questa galleria di persone storte, riuscite a metà. Il nostro vuole essere un lavoro non solo sul disagio, la fragilità, sulle crepe, ma anche sulla fanciullezza di una donna che il mondo non sembra più interessato ad ascoltare”.

Daria e Antonio hanno imparato a raccontare e a raccontarci queste storie di persone riuscite a metà restando sempre presenti, come attori, come individui con un proprio pensiero e una propria coscienza, dietro le figure che raccontano, con una modalità unica e personale che si imprime come un marchio nella mente degli spettatori.

Però, in questo spazio così enorme come quello del Teatro Argentina, quella intimità e quell’empatia, quell’attenzione che si crea durante le loro performance e i loro spettacoli, fatica a costruirsi questa volta. La distanza fisica tra il pubblico e gli attori e anche tra il pubblico stesso, si avverte, e rende meno incisivo l’impatto di un’indagine così profonda nell’animo e nei meccanismi di ognuno di noi.

Cecilia Nocella

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