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Pitecus di RezzaMastrella per Martelive!

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Pitecus di RezzaMastrella per Martelive!

La celebre performance, ancora oggi di incredibile attualità, si è svolta il 12 dicembre alle ore 21 al Planet live Club di Roma, una grande anteprima alla due giorni di Martelive che ha ottenuto un invidiabile successo di pubblico. A precederla due esilaranti puntate del format televisivo “La tegola e il Caso” proiettate su uno schermo allestito ad hoc per l’occasione.

Corrosivo, irriverente, sono questi gli aggettivi a cui si pensa dopo aver assistito a “Pitecus”, storico spettacolo (1995) di RezzaMastrella, Leoni d’oro alla carriera alla Biennale di Venezia 2018. Colonna portante della serata è stata una comicità amara tipica del duo che considera da sempre il teatro come un gioco in cui l’arte non debba istruire ma dare emozioni non codificate dove ognuno vede quello che vuole. Su questa scia “Pitecus” racconta storie di tanti personaggi, turpi marionette di un’umanità disfatta, zimbello del decadimento e del piattume quotidiano.

Gidio, barricato in casa, riceve la visita di amici troppo invadenti, un padre logorroico non si capacita dell’omosessualità del figlio. Una donna prega intensamente le divinità per essere assunta alle poste, Roscio, di nome e di fatto, frequenta una compagnia di amici che lo deridono a tracotanza. Le sorellastre di Cenerentola si preparano per ottenere la loro rivincita con tanto di lancio delle scarpe. Un giovane studente ha uno stancante tira e molla con la sveglia. Giovani handicappati incattiviti e solidali si scagliano contro creato e convinzioni, esseri senza ottimismo amputano parti del proprio corpo pur mantenendo intatto lo spirito luciferino.

Ciò che folgora fin dai primi minuti e’ il paradosso di situazioni e atteggiamenti distorti che agiscono da lente d’ingrandimento sulle assurdità del reale. E’ l’implacabile sentimento del contrario che permette di cogliere il carattere contraddittorio di questa vita balorda i cui panni sporchi si lavano in piazza. Sul palco Antonio da abile acrobata procede tra smottamento di senso e invettive spietate. I personaggi da lui interpretati sono brutti sia per aspetto che interiormente, emanano qualunquismo becero, parlano un dialetto articolato, sono variopinti, si muovono irrequieti e, attraverso la recitazione, assumono forme caricaturali, quasi da fumetto.

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I quadri di scena, strutture prêt-à-porter si configurano, invece, come installazioni autonome, teli colorati che scorrono su un’asta divenendo abito a servizio del performer, entità bidimensionali allegoriche, insomma una vera e propria seconda pelle per Rezza. Si presentano, così, come habitat interattivi in cui la stoffa è una barriera sottile che valuta o svaluta il corpo. I colori usati a tinte piatte, gialli, verdi, azzurri, rossi, riportano al mondo dell’infanzia, alle costruzioni, ai giocattoli di legno, alle macchie di Rorschach. Gambe, mani e spicchi di volto sbucano dalle fessure intagliate di seta, juta, cotone, sintetici, plastica e consentono di collocare la vicenda narrativa, da cui ne scaturisce una riconoscibile urbanizzazione. L’immaginazione prende piede, velocità e rapidità generano energia e insieme al movimento sincopato regalano allo spettacolo lo stesso ritmo dell’opera rock. Attraverso lo sforzo fisico che produce verità, una partitura di azioni credibili, deformazioni della fisionomia ed espressioni demoniache assunte da Rezza, è come se si avessero di fronte creature limpide, semplici nella loro assoluta testardaggine.

C’è spazio anche per la bestemmia di una Giovanna d’Arco in fiamme, vittima pure lei di questa selva allucinata. Nella preghiera come nella famiglia ristagna il germe tecnico della criminalità organizzata, dice Rezza. Lo spettatore che per tutta la serata si è contorto in risate isteriche, al limite della schizofrenia, ormai non si scandalizza più. L’inconscio lo mette con le spalle al muro.

A RezzaMastrella colorare dentro ai margini non piace affatto. Il merito del duo è quello di fare teatro da sempre senza concessioni, senza sovvenzioni statali. Per loro l’arte teatrale non è una realtà data ma un perenne campo di ricerca e di sperimentazione. Testimonianza sono i mesi di prove aperte che hanno caratterizzato i loro lavori, in primis a Nettuno. Il teatro, quindi, deve sconfinare. Per questo non sono alfieri di spettacoli di impegno civile, ma sicuramente devoti all’arte in quanto scintilla immortale, non adatta ad essere cornicetta dell’infelicità. E’ in quel confine labile tra mondo reale e finzione che si manifesta la poesia ed è per questo che noi che vi partecipiamo in platea ne siamo riconoscenti.

Diana Morea

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