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Pietro Dattola: “Inventaria”, un’esplosione teatrale in grado di coinvolgere le periferie

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Pietro Dattola: “Inventaria”, un’esplosione teatrale in grado di coinvolgere le periferie

Quella delle periferie è una storia antica fatta di differenze che stanno insieme, di reti solide che in questi anni hanno subìto i duri colpi della crisi delle famiglie. Eppure, oggi più che mai è necessario ritrovare una passione civile per l’altra parte della città, per quei luoghi sconfinati dove si crede che la città finisca e dove invece ricomincia sempre. Uno tra i più illustri rifondatori del teatro del Novecento, il francese Jacques Copeau era solito ricordare che non nasce teatro là dove la vita è piena e si è soddisfatti.
Il teatro nasce dove ci sono delle ferite, dei vuoti, delle differenze, ossia nella società frantumata, dispersa;  in questa società il teatro ha la funzione in cui gli individui riconoscono di avere dei bisogni a cui la drammatizzazione può dare delle risposte. Confronto, arricchimento di idee e voglia di scoprire altro dal solito cartellone ufficiale sono i principi ispiratori che sorreggono “Inventaria”, giunta alla sua nona edizione con l’intento di offrire anche quest’anno il più ampio ventaglio possibile di linguaggi scenici e argomenti del teatro off. A farci conoscere più da vicino le dinamiche della rassegna, il direttore artistico Pietro Dattola.

Qual è la storia di Inventaria e quali gli obiettivi a cui questo festival mira? Inventaria è un festival organizzato da artisti per artisti, il che significa che ogni decisione viene presa con l’occhio di chi al festival potrebbe partecipare (mezzi permettendo, naturalmente). All’epoca della prima edizione, per esempio, sentivamo da una parte l’esigenza di un festival nazionale a Roma che fosse davvero aperto a realtà anche sconosciute; dall’altra, quella di non costringere le compagnie a fornire video di spettacoli inediti. Il 2011 non è molto lontano nel tempo, ma allora registrare un video anche solo di documentazione era sicuramente meno immediato e più costoso. Oggi registrare un video è più facile e accessibile a tutti e forse proprio per questo praticamente tutti i bandi lo richiedono, anche quelli che ricercano spettacoli inediti. A volte questo crea delle difficoltà alle compagnie, perché implica avere uno spettacolo già pronto ma fermo, già registrato ma inutilizzato. Tempi e costi che spesso le compagnie off, cui ci rivolgiamo, non possono permettersi. Così abbiamo mantenuto questa peculiarità della selezione (anche) solo su progetto. Nel tempo il Festival è andato espandendosi, passando a occupare da una singola sala a un teatro multisala e, da quello, cinque teatri sparsi in quattro diversi quartieri della Capitale; dalle 26 candidature della prima edizione siamo giunti alle 420 della nona, dalle 6 compagnie in scena nel 2011 alle 29 del 2019. L’obiettivo è offrire il più ampio ventaglio possibile di linguaggi scenici, temi e argomenti nel periodo concentrato del Festival, portando a Roma il meglio del teatro off.

Come viene operata la scelta degli artisti e dei loro progetti? Ogni anno pubblichiamo un bando, che da tre anni a questa parte è riuscito anche a valicare i confini nazionali. La scelta (premessa ovviamente una valutazione di stampo tecnico) è rivolta a creare, per ciascuna sezione di concorso, un microcosmo quanto più variegato possibile. Ogni sera si dovrebbe atterrare su un pianeta totalmente diverso per linguaggio e modo di fare teatro, per un arricchimento che nasca dal confronto. 

Dal 2011, nove edizioni all’insegna dell’indipendenza. Di cosa ha maggior bisogno oggi il Teatro Indipendente? Di spazi, secondo me, dove per spazi intendo spazi concessi a condizioni agevolate. Spazi in cui sviluppare il proprio lavoro, spazi da mettere a frutto con iniziative che consentano di far cassa per non dover chiedere al settore pubblico (o chiedere il meno possibile).

A tal proposito come potrebbe modificarsi Inventaria se avesse un luogo dedicato in cui sviluppare progetti residenziali? Potrebbe avere inizio uno di quei progetti a durata annuali cui accennavo prima e che vedrebbe l’alternarsi di residenze e momenti di restituzione in vista della sezione Demo. Si potrebbe cominciare a coltivare la figura di uno o più dramaturg; scegliere alcuni giovani registi ogni anno e accompagnarli a una sorta di “personale” a latere o in seno al Festival. Le possibilità sarebbero davvero tante.

Una festa del teatro inclusiva per argomenti e linguaggi. Quali sono le tematiche che si affronteranno quest’anno? C’e un motivo conduttore?  Temi, argomenti e motivi conduttori sono ciò da cui rifuggiamo. Inventaria vuole essere un’esplosione teatrale, una deflagrazione di tematiche in grado di avvolgere chiunque abbia la curiosità di tornare a vedere dell’altro.

La manifestazione popolerà il teatro Argot, Studio uno, Carrozzerie Not, luoghi simbolo di Resilienza e di resistenza. Come potrebbe porsi Inventaria in vista di una riqualificazione degli spazi romani? A modo loro e per motivi diversi, anche il rinato Trastevere e il neonato (chiuso e subito riaperto) Teatrosophia sono luoghi di resilienza. Abbiamo tante idee per contribuire all’emersione e al consolidamento di diversi tipi di spazi, specie in periferia (per esempio la collaborazione con Sala RomaTeatri a Rebibbia), non solo durante il Festival, ma per tutto l’anno.

Come è cambiato negli anni il vostro modo di comunicare? Molto concretamente, ci affidiamo molto di più ai social, e accanto a quella più istituzionale dell’ufficio stampa, cerchiamo di mantenere viva la comunicazione diretta e ironica dei singoli componenti. Per noi, che non dobbiamo rendere conto e conti al Ministero, non ci sono tanto spettatori, quanto persone con cui scambiare due chiacchiere a fine spettacolo, se ne hanno voglia.

C’è un programma per un futuro pubblico di giovanissimi sia italiani che stranieri? Ci stiamo riflettendo. Significherebbe avventurarci in un mondo che frequentiamo poco e dovremmo certamente farci affiancare da collaboratori più esperti in tal senso. È una questione su cui stiamo riflettendo. Se qualcuno vuole aiutarci in tal senso, ci trova molto interessati.

di Diana Morea

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