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‘Per non farci spiegare quello che va tenuto piegato’ Postit incontra Ivan Talarico

Il mio occhio destro ha un aspetto sinistro è lo spettacolo con cui Ivan Talarico aprirà, domenica 21 gennaio, la rassegna teatrale Filetti di sgombro al teatro Vascello di Roma.

ivantalarico

Direttamente dal Nuovo Cinema Palazzo, la minirassegna-varietà che riunisce la nuova scena comica e artistica romana, si sviluppa su tre appuntamenti e l’inaugurazione è affidata a Ivan Talarico, cantautore e poeta che presenta “Il mio occhio destro ha un aspetto sinistro”.

Nella serata Ivan canta a perdifiato, suona, duetta con gli ospiti, chiacchiera, presenta pezzi inediti e brani del suo repertorio in un discorso che spazia tra la paura dei mocassini, la morte come forma ideale di meditazione, l’amore prima dell’amore, l’escatologia del pesce in scatola. Argomenti che in questo concerto diventano canzoni sorprendenti e inaspettate, ricche di giochi di parole, paradossi, sentimenti profondi e vocalizzi incomprensibili.
Lo incontriamo in esclusiva per i lettori e le lettrici di Postit e lo investiamo di domande.

La prima volta che lo ho ascoltato cantare, ho iniziato a sorridere, sempre di più. Poi, mentre ridevo, ho realizzato che non capivo cosa stessi ascoltando. Però ridevo. Era come se parlasse ad una parte di me che si era “persa di vita”. 

Ivan è come un ottimo vino rosso: lo devi lasciar de-cantare. Quando leggi le sue poesie o i testi delle sue canzoni, ti accorgi che ogni volta ti svelano qualcosa di loro che ti avevano celato la volta precedente. E’ come un cammino iniziatico: non puoi farlo tutto insieme.
La sua comicità non sense ti trascina, spesso inconsapevolmente, tra ossimori, paradossi, giochi di parole, seguendo tutte le strade che portano altrove.
Ivan è uno che sparge il sale sulle ferite perché gli piacciono più saporite, che cerca un lago in un pagliaio, che ha trovato una soluzione ma gli si è sciolta in mano, che prende due piccioni con una favola, che, in una società di immagini che non immagina, ne avrebbe viste di tutti i colori se non fosse daltonico.
Ivan ama gli esseri umani in tutte le loro sfaccettature: è un inguaribile antropofago.
Preferisce i fiori alle opere di bene perché sa che le opere di bene vengono male.
Quando supera se stesso, si aspetta al bar per bere una cosa insieme.
E, aspettando lo spettacolo di domenica, lo abbiamo intervistato, cercando di “non fargli spiegare quello che va lasciato piegato”

Sei considerato poeta, scrittore, cantautore. Queste sono le definizioni del tuo personaggio pubblico. Tre parole per i lettori di Postit Roma, che raccontino altri aspetti di te.
“Acqua”, perché ne bevo sempre poca e rischio il prosciugamento, “limiti”, perché li cerco sempre in ogni cosa, “logica”, che accompagna con ogni distorsione possibile le mie traiettorie mentali, “silenzio” che cerco spesso, dentro e fuori, “altrove”, che è dove vorrei andare in vacanza, uscendo da me.

E’ stato scritto:“Capisce che è un errore impegnarsi nel teatro, ma diabolicamente persevera”. E’ una frase che mi ha colpito perché l’altro giorno mia figlia, di 15 anni, mi ha detto: “perché ti interessi di teatro? Un giorno non ci sarà più.” Cosa le avresti risposto?
Che un giorno anche noi non ci saremo più, eppure ci interessiamo a noi stessi.

In un’intervista a La Repubblica XL hai dichiarato: “C’erano solo due strade percorribili: la stupidità ottusa o l’ironia raffinata. E ho scelto la seconda tirando a caso”. Tu hai “scelto” l’ironia raffinata. Non trovi che la stupidità ottusa possa avere i suoi privilegi?
Infatti nell’intervista aggiungevo che “anche la stupidità ottusa ha il suo fascino a cui ogni tanto cedo.” La stupidità ottusa è il privilegio di scivolare nel mondo senza farsi mai una domanda. Per molti, ma non per tutti.

In “Bassamarea” canti “non parlarmi mai di te, ci son cose più importanti”. Bene, allora parlaci delle cose più importanti…
Le elencava la canzone: “Il raccolto delle messi, i gioielli non li hai messi, la domenica va’ a messa con due viaggiatori messi, chiusi in loro stessi mesti con la bora di Triesti. Chiudi i sogni dentro ai cesti.” Tutto è più importante di noi, ma noi pretendiamo attenzioni, piegando il mondo al nostro sguardo.

Meglio un te (con o senza accento?) sbagliato o un caffè corretto?
“Un sé contraddetto”, sempre continuando nella canzone che citi. A volte le risposte sono lì, pronte, appena una frase dopo. Basta fermarsi prima per creare il mistero.

Perché poeta? Come nasce questo amore?
Da piccolo ero pallido e assorto e scrivevo poesie d’amore bruttine. Mi è rimasta l’abitudine.

A un certo punto arrivano dei pensieri che senza finire la frase cascano: quelle sono le poesie”. Davvero pensi questo della Poesia?
Sì, davvero. Ma parlavo delle mie poesie, non penso che la Divina Commedia sia una sequenza di frasi cascanti.

Ho letto queste frasi su di te: “Scrive canzoni che non lo rendono famoso”, “La morte apparente ne ha agevolato l’impalpabile successo”. Puoi spiegarcele?
Più che una spiegazione ho un consiglio. Aspetta la mattina, il sole sorge a est. All’opposto c’è l’ovest. Vai in direzione del nord fino a quando combacerai con te stessa e ti ritroverai.

Chi c’è nel tuo album dei ricordi e perché
Pagine bianche. Le fotografie le ho strappate e messe nelle canzoni, nelle poesie e nel teatro. Quando lo sfoglio il bianco mi abbaglia e sono sereno.

Cantautori di riferimento?
Battisti, Daniele, De André, Dalla, Jannacci, Cohen, Waits, Ciampi.

Chi ti accompagna in questa avventura al Teatro Vascello?
Ci sarà Paolo Mazziotti al basso con il suo tocco elegante e preciso, un batterista invisibile con la sua discrezione e poi gli indispensabili Andrea Tocchio al disegno luci e Antonio Maresca alla fonica.

Ci sono anche i 35 musicisti immaginati?
Prima giravo con un’orchestra di 35 elementi immaginati, ma era ingestibile, quindi ho ridotto l’organico. Ma siamo rimasti in buoni rapporti, quindi spero vengano a vedere il concerto. Ho lasciato 35 posti riservati all’immaginazione.

Tre libri che ti hanno influenzato e perché
I primi tre che mi vengono in mente. Esercizi di stile di Queneau, perché lo stile è importante e spesso determina il contenuto. Don Chisciotte, perché da anni cerco di leggerlo ma fallisco sempre, come Don Chisciotte. Finzioni di Borges, perché mi ha disperso nell’illusione continua.

Il famoso sogno nel cassetto?
L’ho lasciato nel cassetto di tre case fa. È una vita di troppi traslochi, alla fine si perde qualcosa.

“Il mio occhio destro ha un aspetto sinistro”: ci sono doppi sensi?
Dietro agli slittamenti del senso spesso si nascondono verità più profonde. Mi sembrerebbe triste pensare che ogni cosa ha un senso univoco. Tutto si presta al fraintendimento e all’interpretazione, nel bene e nel male.

Ma poi ce lo dici perché odi i mocassini?
Perché amo le scarpe stringate, come i discorsi.

di Alessia de Antoniis

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domenica
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gennaio