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Per Giulia di Dacia Maraini dall’11 al 14 ottobre al Teatro di Documenti

Uno spirito della Casa dello Studente de L’Aquila, interpretato da Sara Pallini, per la regia di Iolanda Salvato e musiche di Federica Clementi.

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6 aprile 2009. Ore 3.32 del mattino. Un terremoto rade al suolo L’Aquila.
Quella stessa notte due costruttori ridono al telefono, felici di poter lucrare sulla ricostruzione delle zone colpite. Eppure, a distanza di dieci anni, L’Aquila non è stata ricostruita e intere zone devastate da quella tragedia, sono nello stesso stato in cui il sisma le ha lasciate quella notte. Molte le iniziative per non dimenticare, dai concerti agli spettacoli televisivi e teatrali.
Una in particolare, Per Giulia, sarà in scena al Teatro di Documenti di Roma dall’11 al 14 ottobre. Il testo originale, scritto dalla grande Dacia Maraini, parte da un caso personale, quello di Giulia Carnevale, morta nella Casa dello Studente de L’Aquila: la morte e la vita di Giulia, viste come una sola cosa, vissute come due facce di una stessa medaglia, due aspetti di quell’unica, immensa, incomprensibile cosa che chiamiamo vita.
Un testo complesso nella sua semplicità, al quale ci avviciniamo con l’aiuto della protagonista Sara Pallini.

Sara, come nasce il testo di Dacia Maraini?
Per Giulia è stato scritto in memoria di Giulia Carnevale, per volontà dei genitori. Io sono ancora oggi in contatto con loro e, nel corso degli anni, sono riuscita a comprendere meglio le ragioni che hanno portato alla nascita di questo testo. Dacia Maraini ha scandagliato sia le vicende private della famiglia di Giulia, che gli aspetti civili della tragedia del terremoto. Il testo era, originariamente, in forma corale ed io interpretavo il ruolo di Giulia.
Già nella prima versione, Giulia presentava tre livelli: Giulia ventiquattrenne, poco prima della tragedia del terremoto, Giulia adolescente, recuperata attraverso un diario giovanile rinvenuto dopo la sua morte, e che la Maraini hai inserito nelle pagine del suo testo drammaturgico, ed infine il livello più lirico presente nella drammaturgia, ossia Giulia come spirito, che ci parla come se “l’altro mondo” e quello in cui viviamo fossero, entrambi, qui ed ora.
Grazie a questa soluzione narrativa, Giulia può interagire con gli altri personaggi: sua madre, la sua migliore amica, l’insegnante del liceo. Tutti personaggi che, nella prima stesura, erano interpretati da altre attrici. In seguito, io e la regista, Iolanda Salvato, abbiamo sentito l’esigenza di rielaborarlo in forma drammaturgica di monologo.

Giulia come spirito: utilizzi i tuoi studi sul Teatro Nō giapponese?
Tecnicamente non si può utilizzare il Teatro Nō in una forma di spettacolo occidentale, qualunque esso sia, ma i suoi principi sì. Questo, peraltro, non è l’unico testo di Dacia Maraini ad ispirarsi a questo principio del Teatro Nō, presente anche nel teatro greco classico: il fatto che gli spiriti e l’aldilà non siano distanti dal qui ed ora.

Spesso un testo così nasce dal bisogno di conservare una memoria. Ma una memoria viene tramandata parlandone. Si è parlato veramente dell’Aquila col profondo desiderio di conservarne la memoria?
Purtroppo a quasi dieci anni dal terremoto, non si può dire che ci sia stata un’operazione di ricostruzione. Non parlo solo degli edifici, ma anche del tessuto sociale ed economico.
Questo lavoro, che indaga anche sulle negligenze delle autorità di allora, più che della memoria della città de L’Aquila, ha a che fare con la memoria di tutti coloro che, come Giulia, ci hanno lasciato e delle loro famiglie. E’ un testo che parla di rispetto, quello che le autorità non hanno e non hanno avuto, nei confronti di una tragedia che è soprattutto umana.
Questa è l’anima di questo testo, che si basa non su una spinta solo politica o solo sociale, ma una ancora più profonda, quella umana che questo testo racchiude in sé.
Nelle ultime pagine, Dacia Maraini scrive che la morte è un attimo, un sussulto un soffio; un salto e sei già di là, pronto a farti trasportare dai venti, come seme di piume leggere.
Ecco, vorremmo che questo nostro spettacolo fosse davvero un seme per far ricostruire non soltanto le strutture, ma le anime delle persone. Ricostruire i palazzi ma, soprattutto, ricostruire se stessi, col desiderio non tanto di risolvere quanto di evolvere, di andare avanti.

Ho letto che avete portato questo testo anche a Dublino al Trinity Campus. Cosa vuol dire portare all’estero l’incapacità italiana di gestire un simile fenomeno? Che la Casa dello Studente avesse problemi strutturali era noto già nel 1965…
Nel testo ci sono dei dialoghi, che hanno sicuramente un efficacia maggiore dei discorsi: le autorità cittadine ci rassicurano, i professori pure, ma noi abbiamo paura. Mamma…
Pur non essendo l’aspetto principale della pièce, il contesto emerge inevitabilmente. Diciamo che la forte componente di italiani a Dublino, ha fatto sì che fossimo comunque in un consesso abituato al sistema italiano di gestione della cosa pubblica.
Ci piacerebbe, ad esempio, portarlo in Giappone, dove vivono in costante emergenza terremoto.

La Cassazione penale, nell’aprile dello scorso anno, ha rigettato il ricorso degli architetti che erano stati condannati per i lavori di ristrutturazione del 2000, che avevano addirittura peggiorato la situazione già grave dello stabile. Un giapponese si suiciderebbe davanti ad una simile responsabilità, senza attendere una condanna penale. In Italia si fa ricorso per chiedere l’annullamento di una condanna ridicola – quattro anni la più dura – che è di per sé un’offesa al dolore delle famiglie colpite dalla perdita dei loro figli. Cosa spieghi ad un giapponese?
Conosco bene la cultura orientale ed è vero che un giapponese si suiciderebbe. Noi invece rimandiamo, nella speranza che nel frattempo non accada nulla. Questo perché al primo posto mettiamo gli interessi privati: in ogni situazione. Ciò che mi addolora di questa nostra Italia, Paese che sento profondamente mio per tutto ciò che ci ha dato in termini di patrimonio artistico e di valori umani, è la mancanza di quel senso di appartenenza che ti fa sentire tuo anche ciò che appartiene a tutti: il senso civico; quel senso del civis romanus sum che ti fa avere rispetto per le cose pubbliche e per le Istituzioni. Purtroppo troppo spesso in Italia, ciò che non è mio non mi appartiene. Invece è mio anche quello, anzi, è nostro! Alla fine, l’unica cosa che prevale sono gli interessi privati. Anche in campi come l’arte e la politica, che dovrebbero avere solo un senso civile e umano.

Giulia studiava architettura e con uno dei suoi progetti è stato costruito un asilo. Parlando di costruzione, il teatro cosa costruisce?
Penso che il teatro con la T maiuscola costruisca l’uomo. Ho avuto moltissimi insegnanti e pochi maestri. Ma il teatro e la vita sono il mio più grande maestro. L’asilo che hai citato, è un aspetto molto importante per me. Giulia era una brillante studentessa in ingegneria edile architettura. Ha lasciato diversi progetti: l’asilo è solo uno di quelli realizzati. Un’altro ha interessato una fabbrica che ha dato posti di lavoro ad altre persone.
Mi piace parlare dell’asilo perché prima del lavoro c’è lo studio, che iniziato fin dai primi cicli scolastici, contribuisce a costruire bene l’uomo.
Il fatto che sia stato costruito questo asilo, che noi abbiamo per un puro caso del destino perché quella sera Giulia dimenticò il computer in macchina, consentendo il ritrovamento dei bozzetti, rappresenta veramente quel seme di piume leggere di cui Dacia Maraini parla nel testo. E’ mistico, ma forse doveva essere così. Perché è vero che ognuno è artefice del proprio destino, ma c’è qualcosa che va oltre noi, che consente a questi semi, se li nutriamo nel modo e nei tempi giusti, di creare vita. E’ quello che noi stiamo cercando di fare con questo spettacolo.

Lo avete portato nelle zone colpite? No ma ci sono dei progetti ai quali stiamo lavorando per portare Giulia, le sue parole, il suo spirito e la sua vita anche nelle zone dove questa vita è nata e si è manifestata.

Hypatia