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Patrizio Cigliano e Beatrice Fazi si parlano A cuore aperto al Teatro7

Fino al 18 novembre A cuore aperto, l’amore non muore mai. Con la partecipazione “in voce” di Arnoldo Foà e Maria Rosaria Omaggio

Patrizio Cigliano e Beatrice Fazi in A Cuore Aperto

Fino al 18 novembre torna al Teatro7  A cuore aperto, la pièce di Patrizio Cigliano che, dopo sedici anni di repliche, può essere considerata una vera e propria scrittura cult.

E’ la storia di due persone anziane, di quelle che ormai si vedono sempre meno, che sono riuscite a vivere insieme tutta la loro vita, amandosi e custodendo gelosamente i loro ricordi. Ricordi che non combaciano, spesso opposti, ma che, in fondo, sono ininfluenti davanti a qualcosa di più grande: l’amore che hanno provato l’uno per l’altra, che è sopravvissuto a due conflitti mondiali, alle leggi razziali, al distacco, alle perdite. L’amore che li unisce è più grande di ciò che li divide.
In scena si nascondono, davanti agli occhi dello spettatore, numerosi simboli: la parola greca da cui quella italiana deriva, significa “ciò che unisce”, e l’unità è quel filo rosso che ha legato le loro vite nonostante le traversie che hanno affrontato. Unità di sentimenti, di intenti.
In una società, quella odierna, più dia-bolica che sim-bolica, questi due ottantenni senza età, senza tempo, condividono con noi, tra tanti ricordi di vita quotidiana, quello più bello, che li lega, che li ha legati e che, alla fine, lega anche noi a loro: l’amore, con le sue innumerevoli vibrazioni. Perché tutto si può dire di questo testo di Patrizio Cigliano, tranne che non faccia vibrare le nostre emozioni.
Bellissima l’intesa con la protagonista femminile, la bravissima Betarice Fazi. Due monologhi che vanno in scena insieme, esattamente come due vite separate che diventano indissolubili fino alla morte.

 

 

Abbiamo voluto conoscere l’autore, il regista e, in questo caso, anche uno degli interpreti, di A cuore aperto: Patrizio Cigliano.

Patrizio, lei racconta una storia che potremmo ascoltare dai nostri nonni, con un’intensità ed una delicatezza di altri tempi. Eppure l’ha scritta poco più che trentenne. Qual è la genesi di questa drammaturgia?
L’ho scritta nel 2002: era un periodo in cui andava di moda raccontare storie estreme, in cui c’era un teatro profondo, ma aggressivo, violento, basato su un disagio; erano gli anni che videro l’arrivo in Italia del teatro di Sarah Kane.
Io scrivo dai tempi dell’accademia. Faccio un teatro con il quale cerco di emozionare. A vari livelli, attraverso la commedia o il dramma. Il teatro che portava in scena storie estreme mi piaceva molto, però riconoscevo che erano lontane, perché il discorso di una persona altamente disturbata, o di un violento, di un assassino, è affascinante, interessante, psicologicamente intrigante, però, all’interno del tessuto sociale è, per fortuna, una rarità. Ho sempre cercato di raccontare cose condivisibili, pur avendo fatto molto teatro trasgressivo.
Per questo spettacolo, invece, ho deciso di non avere doppi fondi, di raccontare la cosa più semplice ma più importante, eterna e condivisibile che esista: l’amore. Per renderlo assoluto, ho ritenuto giusto affidarne il racconto a due persone anziane, in modo tale che non ci potessero essere ombre sul futuro. Se fossero stati due coniugi di cinquant’anni, si potevano amare nello stesso modo, ma ne hai ancora trenta o quaranta davanti. Per cui non sappiamo cosa sarebbe stato di loro negli anni successivi. Non mi interessava lasciare ombre. Ho scelto, quindi, qualcosa che fosse in una zona di traguardo dell’esistenza dei protagonisti.

Devo dire che l’emozione è arrivata a tutto il pubblico in sala…
Io voglio quello, cerco quello. Da attore, mi piace mettermi in gioco ed andare a scavare nelle nicchie più nascoste della mia emotività; da autore, voglio che il teatro torni ad essere qualcosa di condivisibile. E per questo la storia è la cosa primaria. Viene prima della regia e prima dell’interpretazione.
Il bello di A cuore aperto è che racconta la storia di due ottantenni, ma è una storia d’amore, quindi può essere presa a modello dai giovani, essere una memoria per gli anziani, un momento di transizione dal vivo per qualcuno che la sta vivendo in quel momento, il ricordo di una storia d’amore finita e per la quale proviamo nostalgia o rammarico. E’ una storia in cui tutti possono ritrovarsi e sono sedici anni che il pubblico torna a vedere questo spettacolo.
Far piangere la gente, a teatro, non è facile, con un testo fatto di poesia, emozioni, simboli, evocazioni. E tutto questo, che sembra più adatto al cinema, farlo a teatro, con un filo di mollette e sei valigie, rappresenta la magia del teatro.

 

Patrizio Cigliano e Beatrice Fazi in A Cuore Aperto (2)

 

Perché ha recitato poco in televisione o al cinema?
Sono soprattutto un attore di teatro e un doppiatore. Essere un attore di teatro significa passare da Amleto al teatro comico, dal contemporaneo al dramma tedesco, ma non sempre questa attitudine è facilmente traslabile sul cinema, il cui linguaggio è sempre più spesso sporco, quotidiano, corrivo. Quindi, la mia, non è assolutamente una scelta.

Perché la televisione riesce a comunicare di più pur non avendo, almeno oggi, grandi messaggi da condividere, mentre il teatro soffre? Non è un valido mezzo di comunicazione?
Il teatro è il primo, grande mezzo di comunicazione di massa dell’umanità. Soffre perché il linguaggio teatrale, che richiede un tempo di ascolto più specifico è, purtroppo, fuori asse rispetto al ritmo che viene dato oggi alla distrazione quotidiana. Davanti ad un programma televisivo, se ti stai annoiando, cambi canale. In qualsiasi situazione può sopraggiungere un momento di noia. A teatro sei costretto ad andare oltre, perché magari quel momento è previsto dall’autore, perché serve per costruire qualcos’altro. E non puoi cambiare canale. Purtroppo il cammino dei tempi va in quella direzione e non credo che si abbiano gli strumenti per ipotizzare un cambio di rotta.
Il teatro è uno spazio della mente, dell’anima e del cuore che permette una concentrazione assoluta e, purtroppo, l’inquinamento di altre forme, come la televisione, il cinema non di qualità, il teatro fatto male, non consentono più allo spettatore di percepire la ritualità dello spettacolo teatrale. Non dico che ci debba essere solo teatro impegnato, però i ritmi della televisione, dei social, delle immagini che ci inondano a ritmi frenetici, a teatro non ci sono. Non ci possono essere.
Da questo punto di vista il teatro è statico: quello che si muove sono le emozioni, e si muovono molto di più che al cinema o in televisione, per il semplice fatto che sei davanti a personaggi in carne ed ossa, persone vere, vive, che possono sentirsi male in palcoscenico, sbagliare, modificare la propria interpretazione sulla base di quello che succede in platea. Questo, televisione e cinema, non lo danno.
La frase che il cinema sia vero e il teatro è finto, è quanto di più stupido e banale si possa sostenere. Il cinema è il prototipo assoluto della falsità, perché è frutto di un montaggio, della migliore interpretazione di duecento ciack che sono stati girati, è frutto di trucchi, effetti, musiche che vengono aggiunte sul primo piano per dare un’intensità maggiore. A teatro tutto ciò non può esistere. Quando uno spettacolo emoziona o fa ridere, lì si sta consumando un vero miracolo. Purtroppo lo spettatore tende a non percepire tutto questo.

Pensa che gli spettatori vadano a teatro come se andassero cinema?
Sì, purtroppo spesso le persone ragionano come se fossero al cinema. Un esempio banale è l’utilizzo dei cellulari: durante lo spettacolo, c’è addirittura gente che risponde al telefono. Anche lo scartare una caramella è fastidioso. Nessuno si rende conto che noi attori abbiamo le orecchie! Non siamo al cinema!

Una critica che alcuni muovono al teatro è che sia respingente e che ami, in fondo, sentirsi un prodotto per pochi. Forse anche per questo molti si rivolgono al cinema?
E’ la più grande fesseria che si possa dire. Il teatro è popolare! Purtroppo certo teatro noioso, paludato, fatto male, inevitabilmente allontana. Lo stesso meraviglioso testo di Shakespeare, può essere una noia infinita o un’esperienza fantastica. Dipende da come lo si affronta, da quanto si vuole raccontare la storia, che è la cosa primaria.

 

Beatrice Fazi in A Cuore Aperto (7)

 

In altri Paesi, come la Gran Bretagna, il teatro si studia a scuola. Qui spesso i ragazzi trovano questa esperienza noiosa. Però la scuola resta uno dei pochi strumenti per riavvicinare il pubblico al teatro. Perché sembra un progetto fallimentare?
Le scuole portano i ragazzi a teatro a vedere cose brutte, noiose e senza averli preparati. Pirandello, ad esempio, che è meraviglioso, è anche superato. Noi siamo l’unico Paese al mondo che ha una produzione teatrale dove l’ottanta percento è repertorio e il restante venti nuova drammaturgia. Il teatro, da sempre, racconta il presente, magari per dirci cosa è accaduto nel passato, ma una tantum. Un Paese che non sviluppa la propria drammaturgia resta indietro. L’Italia ha fior di drammaturghi, ma non hanno lo spazio ufficiale, la ribalta classica; ed è questa che conta, perché fare teatro bellissimo di drammaturgia contemporanea in un teatro di cento posti, non è come farli all’Argentina. E all’Argentina non li fanno fare, perché lì preferiscono quel teatro paludato, vecchio, noioso che molto spesso è esclusivamente esercizio di se stesso. Shakespeare o lo racconti bene, o è una noia mortale. I ragazzi delle scuole che sono obbligati ad assistere a questi spettacoli, hanno ragione a lamentarsi. Quando un sedicenne viene scottato in questa maniera, non ci torna a teatro. Se andare a teatro è solo un modo per saltare un giorno di scuola, disturbano, perché non sono andati a teatro, sono andati a saltare un giorno di scuola.

Oggi molti attori non vengono dalle accademie. E’ un aspetto pregiudizievole?
Non è l’accademia che fa il bravo attore, ma gli incontri che si fanno. Certamente l’indirizzo dell’accademia ti da una formazione mentale, culturale, più articolata. Se non l’hai fatta, ma hai avuto la fortuna di fare i tuoi primi passi in teatro con grandi maestri, il teatro lo impari. Gli attori di televisione che fanno spettacoli, ci sono sempre stati. C’è sempre stato il nome di richiamo per far andare il pubblico a teatro. E’ così. Questo deriva dal teatro di abbonamento degli anni Ottanta e Novanta, che ha distrutto la formazione del pubblico, che ormai guarda solo chi c’è in cartellone, non cosa c’è.

Lei è autore, regista, attore e doppiatore. Dove si sente a casa? Cosa la stimola di più?
Io sono un innamorato del mio mestiere. Amo fare musical, prosa. Mi diverto tantissimo a fare doppiaggio, perché mi consente di interpretare ruoli che a teatro non potrei mai fare. Quando scrivo, apro una parte di me che possa fare del bene a chi la vede. Il teatro si fa per il pubblico, non per noi. Si fa perché c’è qualcuno che lo deve apprezzare; inevitabilmente questo comporta delle scelte. Io ne ho fatte. Il mio teatro, anche quando è comico, non è mai fine a se stesso: racconto storie, a volte drammatiche, altre agrodolci, comiche o leggerissime. Io mi sento meglio dove ci sono cose belle. Mi è capitato di fare cose brutte e mi capiterà ancora. Le faccio, ma anche in quel caso cerco di tirare fuori qualcosa di utile per me e per chi assiste allo spettacolo. Quindi non so darle una risposta: a me piace il mio mestiere.

Per presentare gli spettacoli, a me piace intervistare le persone che li realizzano. L’altra strada è quella della critica teatrale, ma credo occorra una preparazione diversa. Cosa ne è stata della vecchia critica teatrale che la compagnia attendeva all’indomani della prima?
Critici teatrali non ce ne sono più tanti. Il web ha peggiorato la situazione, perché ci sono delle persone che si permettono di dare giudizi su spettacoli che comportano più di un mese di prove, con il lavoro, la passione e la fatica di tante persone. Poi arriva una persona che ha visto quattro spettacoli in croce, pubblica e giudica. Nel momento in cui tu pubblichi, non sai quante persone leggeranno ciò che hai scritto. Una critica negativa sul web può fare molto male. Questo non vuol dire che non bisogna criticare, ma va fatto con cognizione di causa e avendone gli strumenti. Anzi, una volta le critiche si attendevano proprio per avere un confronto costruttivo, ma da addetti ai lavori. Ovvio che, se su uno spettacolo arrivano nove critiche negative su dieci, uno deve farsi un esame di coscienza. A cuore aperto, al Fringe Festival, nella versione dialogata, ha ricevuto una sonora stroncatura. Va bene. Ho sedici anni di critiche positive e faccio tesoro anche di quelle negative. Tutto serve per crescere. Fa parte del nostro mestiere.

Hypatia