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Ondadurto Teatro va all’Opera

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Ondadurto Teatro va all’Opera

Pietro il Grande, Kzar delle Russie rivive tra Physical Theatre e Nouveau Cirque al festival internazionale Donizetti Opera. Intervista a Marco Paciotti di Ondadurto Teatro – di Alessia de Antoniis

Fuori dai “teatri di pietra”, Ondadurto Teatro arriva il 15 novembre 2019, al festival internazionale Donizetti Opera, la manifestazione promossa dalla Fondazione Teatro Donizetti per salvaguardare e far conoscere l’immenso patrimonio musicale lasciato in eredità alla città di Bergamo dal suo cittadino più illustre, il compositore Gaetano Donizetti.

Per festeggiare i duecento anni dal debutto di Pietro il Grande, Kzar delle Russie, Francesco Micheli, direttore del festival Donizetti Opera,  ha scelto, insieme a molte compagnie provenienti da ogni parte del mondo, Ondadurto Teatro, per far rivivere questa poco rappresentata opera.

Conosciuta nel mondo per i suoi spettacoli interdisciplinari, che spaziano dal nouveau cirque al teatro fisico, dalla danza al gesto, la compagnia, fondata nel 2005 da Marco Paciotti e Lorenzo Pasquali, dà vita a una sua peculiare interpretazione di Pietro il Grande, Kzar delle Russie, grazie alla sinergia delle diverse discipline che caratterizzano il loro linguaggio, ai magnifici costumi di K.B. Project e ai grandi macchinari in scena che rappresentano ormai la loro cifra distintiva.

Marco Paciotti, una delle due anime di Ondadurto Teatro, ci racconta come può rivivere il vero spirito dell’Opera, nata popolare e oggi d’èlite, cos’è Ondadurto e come non sia solo una compagnia teatrale.

Pietro il Grande, Kzar delle Russie. Come si rende un’opera senza la centralità del testo recitato? È più accessibile rispetto alla versione tradizionale, più fruibile da parte di un pubblico trasversale?

L’opera di Donizetti è stata rispettata. Pietro il Grande, Kzar delle Russie è stato ovviamente rimesso in scena alla maniera di Ondadurto Teatro, quindi ha una maggiore fruibilità e comprensibilità data proprio dal nostro linguaggio visivo e dall’utilizzo di quegli strumenti che ci caratterizzano, come i video, le nostre macchine, i performer di Ondadurto Teatro che ci seguiranno anche a Bergamo. La sfida è stata quella di coniugare i canoni intoccabili propri dell’opera lirica, con il nostro linguaggio.

Le tecniche di espressione che utilizzate vi aiutano a creare un linguaggio visivo che vi consente di interagire con persone di qualsiasi età, etnia e cultura e di raggiungere un pubblico internazionale.
Come declinate l’arte circense e le altre arti performative per rendere l’opera nuovamente popolare?

In realtà l’Opera ha delle caratteristiche che noi sentiamo vicine: utilizza  immagini molto potenti, effetti scenici che sorprendono il pubblico, musica per tutto lo spettacolo e si svolge in grandi spazi. In realtà, è come se parlassimo di Ondadurto Teatro. Solo che in un altro contesto. Noi operiamo in contesti urbani, l’opera no. È diventata una forma d’arte d’élite perché nei linguaggi scenici non si è saputa rinnovare. Esattamente quello che stanno facendo diverse realtà contemporanee: cercare di rinnovare il linguaggio rendendolo attuale, aprire a registi e compagnie moderne, come Ondadurto. La nostra, in particolare, si caratterizza per l’uso di strumenti contemporanei, come la videoproiezione, e di imponenti macchine scenografiche in movimento manipolate dai performer. Abbiamo artisti del nuovo circo che andranno a dialogare con i cantanti d’opera. Tutto questo con  l’obiettivo di avvicinare il pubblico a un’opera che ha debuttato duecento anni fa, “svecchiandola” e restituendole un appeal che fosse forte anche al giorno d’oggi.

Ondadurto Officina è il progetto culturale di Ondadurto Teatro che svolge la sua attività nei territori di Antrodoco e Borgo Velino: quale funzione ha il vostro progetto nel processo di ricostruzione del tessuto sociale di queste zone terremotate?

Ondadurto Officina è l’altra nostra figlia e l’altra parte di Ondadurto Teatro. È improntata verso il sociale e attiva tutto l’anno nella valle del Velino per creare un’attività culturale che possa richiamare, far tornare, i giovani che se ne stanno andando e le famiglie che continuano a scappare da quelle terre. Noi stiamo semplicemente cercando di riattivare una quotidianità stimolante per chi è ancora è lì e per chi potrebbe essere interessato a tornare. Proponiamo spettacoli, laboratori, residenze artistiche, periodi aperti alla popolazione dove il cittadino dialoga, interloquisce con l’artista. All’inizio è stato un lavoro faticoso perché sono terre complesse a livello interpersonale. Ma siamo riusciti a costruire un legame forte.

Una mission di Ondadurto Officina è la formazione del pubblico, con particolare attenzione alle nuove generazioni, e la sensibilizzazione dei cittadini nei confronti dell’arte e della cultura. Quanto è importante creare pubblici nuovi e in che modo lavorate per crearli?

Questo è il punto centrale di Ondadurto Officina. Noi operiamo all’interno delle scuole del territorio, lavoriamo molto con alunni delle elementari e delle medie. Li coinvolgiamo nei percorsi creativi degli artisti, all’interno delle rassegne e dei festival, come “critici per caso”, seguendo gli spettacoli e le prove, scrivendo articoli e recensioni. Diventano anche loro attori e performer vivendo l’arte del teatro sia da spettatori che da artisti. Allestiscono spettacoli e vanno in giro per i vari paesi con una piccola tournée all’interno del territorio.

Siamo convinti che sia fondamentale creare un pubblico giovane, che abbia una sensibilità verso tutto quello che l’arte, nel nostro caso il teatro e le arti visive, può dare in termini di crescita. Per farlo, è importante lavorare con questa fascia di età, altrimenti l’arte rischia di diventare sempre di più un fenomeno elitario: un’arte per gli artisti e/o per gli addetti ai lavori. Questo è ciò che abbiamo sempre cercato di evitare.

A noi piace il contatto con il pubblico, in ogni sua forma, e per questo facciamo il teatro urbano e il teatro open air. Ci piace il contatto con un pubblico più genuino, che passa di lì, vede lo spettacolo e ha una reazione diretta e sincera: se gli piace si ferma, altrimenti se ne va. Non è un pubblico di abbonati, un pubblico che va a teatro indipendentemente dallo spettacolo in scena.

Quindi investire nel settore teatro può creare un indotto duplice: formando maestranze e creando un pubblico che poi andrà a teatro e immetterà denaro in un circuito che può essere economicamente redditizio?
Assolutamente sì. Quello che noi stiamo cercando di fare, soprattutto con i giovani, è far capire che esiste un teatro interessante, un teatro che a loro può piacere. Sono abituati, anche attraverso spettacoli che vanno a vedere, magari con le scuole o mal consigliati, a produzioni non adatte a loro, che non hanno nulla da dire e che li annoiano. E questo li allontana dal teatro! È invece importante far scoprire loro un teatro che possa coinvolgerli con tematiche che non devono essere necessariamente per ragazzi; possono essere anche per adulti, ma interessanti per loro, con stili e caratteristiche contemporanei, che utilizzino una tecnologia moderna. Esiste una parte del teatro e dell’arte, rivolte al contemporaneo, in grado di intercettare le nuove generazioni.

I ragazzi, poi, stanno iniziando a capire che dietro al teatro c’è un mondo fatto di scenografi, organizzatori, promoter, costumisti. Fare teatro è un mestiere vero e proprio, un lavoro che racchiude in sé diverse figure interessanti e stimolanti. Non ci sono solo l’attore, lo sceneggiatore e il regista.

La carenza di pubblici è una problematica prettamente italiana o la riscontrate anche all’estero?

No, è una realtà soltanto italiana

 

MERAVIGLIA!, il nuovo spettacolo che debutta all’estero nel 2020, è un viaggio alla scoperta della Meraviglia! della nostra Madre Terra. Il messaggio è che l’unica “arma” possibile per costruire un mondo migliore è l’arte. Come declinate la famosa frase del principe Miškin nell’Idiota di Dostoevskij “La bellezza salverà il mondo”?

Il significato di arte per noi è molto legato al significato di bellezza e al significato di sensibilità. Non solo sensibilità nei confronti dell’altro, ma sensibilità e ascolto verso tutto quello che ci circonda. L’arte stimola tutto ciò: stimola una visione differente, una sensibilità più acuta, la conoscenza e il rispetto della bellezza. E tutto questo per noi può salvare il mondo.

Voi create site specific performativi. Pensi siano una forma di arte più in linea con le nuove generazioni e una soluzione alternativa al teatro rappresentato nei luoghi tradizionali?

Sì. L’abbiamo sperimentato personalmente, andando in questi anni in tournée in tutto il mondo. Quando la performance entra direttamente nella vita quotidiana del pubblico, irrompe in luoghi non convenzionali, il pubblico ha diverse reazioni. È molto colpito, a volte stupito e, all’inizio, anche un po’ titubante, ma è sempre affascinato. Ecco perché dobbiamo cercare di riempire di arte le nostre strade dequalificate, i nostri quartieri decadenti: dobbiamo ricreare la bellezza. E non mi riferisco solo teatro, ma anche alle installazioni, alla danza, alla musica. Dobbiamo dare un’altra possibilità alle nuove generazioni e credo che l’unico modo sia attraverso l’arte.

Viviamo in un mondo spaccato tra nazionalismi feroci e ricerca di globalità, dopo aver assistito al fallimento della globalizzazione. Terramia, altra vostra produzione, parla della ghettizzazione come risposta all’incapacità di accettare le diversità. Voi unite linguaggi diversi, trasformando le diversità in risorse. Non trovi che i giovanissimi, quelli che hanno manifestano insieme a Greta Thunberg, stiano naturalmente andando in questa direzione, cercando pace invece di distruzione, unità invece di divisione? Forse stiamo assistendo ad una nuova generazione per cui la diversità è solo l’insieme di tonalità diverse di uno stesso colore?

Lo spero fortemente. La manifestazione dell’altro giorno mi ha molto rincuorato e mi ha dato una carica di energia positiva. Siamo vicini ad un punto di non ritorno, quindi le strade sono un po’ obbligate. Io spero che la nuova generazione continui verso questa strada di accettazione e accoglienza della diversità come normalità. Per le generazioni precedenti, la normalità era ancora vista come canone di qualità di vita e di modo di vivere, mentre la diversità era vista come “cosa differente”. I giovanissimi, invece, cominciano a concepire la diversità come parte della normalità, di quello che è la vita. La vita è diversificazione dei generi, della natura; la diversità fa parte naturalmente della nostra vita e quindi il fatto che le nuove generazioni accettino la diversità, la accolgano e la sostengano, credo sia un messaggio davvero potente.

Un giovane che volesse lavorare con voi cosa dovrebbe fare e quale curriculum dovrebbe avere?

Abbiamo in attivo numerosi progetti e produzioni e siamo costantemente alla ricerca di nuovi incontri e collaborazioni. È tutto sul nostro sito  e siamo sempre disposti ad conoscere chi ci contatta per chiedere un incontro. Ondadurto è una compagnia con attori e collaboratori molto giovani, ma al tempo stesso con molteplici competenze e abilità, una grande preparazione e professionalità. I candidati devono aver dedizione, tanta energia, voglia di essere sempre in movimento e in costante crescita e, soprattutto, ci aspettiamo l’adesione ad una visione comune.

Per noi ogni collaborazione è una storia importante, unica: Ondadurto Teatro è potuta essere ciò che è in questo momento proprio grazie all’unione di tante persone diverse, ognuna delle quali è diventata un colore all’interno dei bellissimi quadri che amiamo dipingere.

 

Alessia de Antoniis

 

 

 

 

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