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Né pubblico né privato ma comune

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Né pubblico né privato ma comune

Il concetto di proprietà a Roma si esprime nella corsa all’appalto del mattone ma anche nella staffetta per la gestione delle risorse destinate alla cultura. La legalità con i sigilli

La scritta bianca a caratteri cubitali sul muro del cavalcavia ferroviario di Piazza Porta Maggiore dal 2014, rappresentazione della Roma che conduceva il Teatro Valle con una fondazione aperta alla cittadinanza tutta, di un referendum vinto perché l’acqua fosse patrimonio collettivo e non privatizzabile, della manifestazione #romanonsivende, di mesi di propaganda elettorale MS5 basata sul consenso popolare e sul voto online alle proposte di legge, fino alla giunta Raggi, è stata cancellata.

C’è da chiedersi se le poltrone istituzionali capitoline causino amnesia sul concetto ed applicazione di “bene comune”, evidentemente ostico forse perché portatore di principi giuridici, etici, civili, amministrativi e politici che individuano nel bene comune appunto, il superamento della nozione di proprietà. La proprietà a Roma si esprime nella corsa all’ appalto del mattone, ma anche nella staffetta per la gestione delle risorse destinate alla cultura.

Sulla disciplina degli usi degli spazi comuni, la giunta Raggi ha confermato quasi totalmente la delibera 140/2015 dell’ ex sindaco Marino, ordinando di proseguire gli sgomberi, dalle realtà commerciali fino a quelle sociali e associative – vd scuola Celio Azzurro e la Scuola Popolare di Musica del Testaccio  , mentre la volontà di mettere ordine al sistema culturale avviene attraverso la delibera 126/2016, fortemente voluta dall’ Assessore e vicesindaco Luca Bergamo, che prospetta una nuova organizzazione delle aziende municipalizzate responsabili di musei, teatri e fondazioni, per razionare la spesa pubblica pur aumentando i servizi. Per i Teatri (pubblici) significherà tornare sotto il controllo del Teatro di Roma che oltre a dirigere i teatri India ed Argentina, dovrà “promuovere, attraverso specifici bandi, l’autonoma programmazione e gestione de: ex scuderie di Villino Corsini, Globe Theatre, Teatro Biblioteca Quarticciolo, Teatro di Tor Bella Monaca, TdL Teatro del Lido”.

La assegnazione tramite bando degli spazi culturali nel decennio trascorso ha prodotto insuccessi e sprecato pubblico denaro perché per costituzione incapace di creare continuità nelle attività e di radicarsi nei territori, dunque inadeguato a formare nuovo pubblico che aderisce ad un’ altra socialità, quella trasmessa dalle arti che arricchiscono per contenuto e valore. L’azione culturale sarebbe necessaria, soprattutto nelle periferie, ma ne è limitata.

Bergamo convocato d’urgenza a Ostia dall’ affollata assemblea del 12 febbraio c.a. ha ammesso che il TdL Teatro Pubblico Partecipato, presidio culturale che da anni applica un modello di gestione orizzontale in cui collaborano numerose associazioni cittadine, non sarà messo a bando! Purtroppo il riconoscimento avviene solo dopo la resistenza a suon di comunicati stampa, incontri, corpi.

Riordina anche la Questura, con i sigilli. Ultimi al Rialto Sant’ Ambrogio (subito riaperto) e al Teatro dell’Orologio. Piuttosto che risolvere ed ottimizzare, in nome della legalità, si genera abbandono, non riflettendo sull’ impatto benefico dei prodotti culturali sul tessuto cittadino.

Eppure Roma, laboratorio artistico in costante fermento, sperimenta e propone nuovi modelli di sviluppo. Da gennaio il Nuovo Cinema Aquila del Pigneto, bene sottratto alle mafie e chiuso per lungo tempo, è stato riaperto. Una assemblea composta da associazioni e singoli è impegnata nella gestione degli spazi e nella programmazione delle attività per salvaguardare la natura di cinema di quartiere, popolare e sociale, dedicando particolare attenzione alla promozione di film indipendenti, alle attività extra-cinematografiche, alla fruizione dei differenti linguaggi espressivi, al dibattito pubblico.

Il Nuovo Cinema Palazzo – che invece di diventare una sala giochi è simbolo di una lotta collettiva per ricostruire un luogo, reso aperto e attraversabile, un laboratorio artistico, culturale e politico, per tracciare una tendenza tra resistenza e creatività, tra impegno, arte e cittadinanza attiva – da febbraio lancia l’idea di Contrabbando, rimarcando la volontà di superare il meccanismo del bando, valorizzando le forme di condivisione tra artisti, compagnie e le soggettività autonome che si costituiscono nella cura dei beni comuni urbani. E l’adesione esiste, la solidarietà dei residenti è tangibile, il valore nella città evidente.

Buona pratica istituzionale sarebbe preferire e valutare l’efficacia degli spazi culturali piuttosto che l’efficienza. In termini di efficacia, espressi da coinvolgimento e partecipazione, non c’è distinzione tra pubblico e privato e l’Amministrazione deve prendersi la responsabilità di garantire ad entrambi di poter operare, valorizzando la cultura come un “bene collettivo”, accezione attuale che meglio esprime il senso di unire le forze per un obbiettivo, funzionale all’ esercizio dei diritti fondamentali, assicurandone la adeguata proporzione economica dei prezzi agli utenti come per la sanità, come un servizio pubblico. Non ideologia, ma lettura della realtà.

Se un bene è “comune”, significa che non appartiene solo al Comune di Roma, ma è nella disponibilità di tutti i cittadini, che devono poterne decidere insieme l’uso e potervi accedere liberamente in un processo permanente di democrazia diretta e di partecipazione dal basso. Questa è la sfida che Decide Roma propone per la mobilitazione del 10 marzo al Campidoglio, con l’ambizione di intervenire sui contenuti del futuro Regolamento sulle Concessioni, su cui sta lavorando la amministrazione capitolina.

di Chiara Crupi e Stefania Minciullo

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