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Naeema Ruber, un destino chiamato amore

Un teatro votato alla Bellezza della poesia. Dove la bellezza è gesto rivoluzionario. Il 3 febbraio al Teatro Brancaccino, testo e regia di Ilaria Drago.

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di  Diana Morea

In scena il racconto potente di un amore fra un soldato ebreo e una ragazza palestinese, figlia e sorella di kamikaze. Un amore nato in un mondo di guerra.
Un amore travolto dagli eventi che come un essere fragile tenta di restare vivo nonostante tutto. Un soldato incontra gli occhi, l’odore, il corpo stravolto di una donna rimasta inspiegabilmente illesa durante un attacco: il loro sguardo è un tuffo in fondo al cuore.
“Ci siamo armati degli occhi e li abbiamo buttati uno contro l’altra. Non una parola. Un silenzio di rubino rosso nella testa. Un silenzio come una storia millenaria. Un silenzio come una lama che taglia ogni bugia e ti sbatte in faccia la verità”.
La musica meccanica dell’artista israeliana Mera Asher, che ritornerà anche nei successivi quadri scenici, martella il monologo iniziale dell’attore Paolo Grimaldi, che di spalle al pubblico, raccolto in una luce soffusa, cerca invano di scavare a terra.
“ Sto cercando. Avrei dovuto ucciderti tempo fa (…) Eri come un fiore che sboccia in una discarica di corpi straziati, di corpi come i vetri colorati che si sciolgono e vengono plasmati in tutte le forme possibili da vecchi soffiatori: cavalli, pesci, unicorni (…) Tu in piedi fra quei sogni colorati e in bocca parole come preghiere. (…) Tu da sola con le tue ali d’angelo spezzato. Ora solo un sogno mutilato”.

Il palco diviene un territorio fuori dalla realtà, è il luogo dell’immaginario, una soglia difficile per chi la varca, dove i corpi si trasformano in immagini. Ed è in questo luogo delle forme non ancora formate (Artaud) che a ricordare tutta la ferocia del conflitto israelo-palestinese c’è il filo spinato, abitato prima dalla suggestiva performance di Alessandra Cristiani, e riempito poi dai pensieri sussurrati dal soldato così tanto vicini all’evocazione penetrante della poesia. La parola poetica, infatti, è in questo caso un lasciar affiorare sulle labbra i monologhi interiori:“Ecco, avrei dovuto farti saltare via anche a te, come un vetro, un vetro fuso in un angelo che prende il volo”.

NAEEMA RUBER

Emerge con la sua furia dirompente tutta l’anima del doloroso conflitto accompagnata dalla descrizione di un vissuto brutale, fatto di belligeranza quotidiana, di torture e violenza, di odio razziale e che si raddensa nell’ urlo di rabbia e rancore trattenuto in gola dal soldato che si dispera per essere diventato grande troppo in fretta: “ Io non l’avrei voluto tenere in mano quel fucile a dodici anni. Perché a quell’età non si dovrebbe già sputare sangue”.

A impreziosire le tessiture poetiche e sonore del teatro di Ilaria Drago giungono le danze di Alessandra Cristiani, recente premio Ubu per lo spettacolo “Euforia” di Silvia Rampelli. Da anni impegnata nella ricerca della danza Butoh, con lei il corpo-opera si scrive di luce. Le sue performance sono esibizioni estensive verso la vita, disegni raffinati che si lasciano guardare. Come quando da abile equilibrista conduce in scena due secchi, in uno la terra, nell’altro l’acqua, elementi che di lì a poco diventeranno protagonisti di un una danza frenetica, fatta di ritmi incalzanti con volteggi e scarabocchi in aria, tutta impastata di dolore e solitudine, diamante grezzo, belva ferita. Trafitture di tenerezza dona, invece, la danza dei veli che sembra ricordare quella di Lydia Borelli in Rapsodia Satanica. Il corpo incede questa volta lento nello spazio, quasi avesse paura di rompere la carne, cuce fantasmi, ombre inguaribili. Impara a disincagliare il sentire. La drammatica del corpo è sospesa tra l’affermare e il refutare, tra l’agire e la rinuncia dell’azione. In apnea. Tra tecnica e meccanismo organico. Anche gli sguardi lasciano un’impronta. Le luci di Max Mugnai come quelle di un sapiente pittore, alternano bui e delicate sferzate di colore, ornando questa officina di gesti, questo meraviglioso alfabeto di apparizioni.

Quello di Ilaria Drago, allieva di Perla Peragallo e attrice della Compagnia di Leo De Berardinis è un teatro votato alla Bellezza della poesia, la bellezza come un gesto rivoluzionario. Un teatro di guerriglia-pacifica, un avamposto mobile culturale, un frattale d’amore che cerca d’infettare e infettarsi di umanità bella, condivisione, sacralità.
Lei stessa afferma: “Lo spazio in me è riservato alle creature cui offro voce e muscoli, studio e occhi perché tutte le sere vi sia con il pubblico un piccolo rituale. Perché in chi guarda esploda qualcosa e in me altrettanto. Ma non è forzato. Accade. Se fai spazio, accade. Se ti levi di mezzo, accade”. Cos’è allora Neema Ruber? E’ un sogno, un tormento, un’idea folle nella testa del soldato? E’ tutto ciò che si vuol vedere. Un destino e un amore si incontrano. “C’eravamo toccati laggiù all’inferno e il ventesimo giorno un bacio rubato alle maglie della rete. Non una parola, santa la miseria! Un bacio e via. Se si deve morire che almeno si muoia per amore”.