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Mio marito mi picchia. Torni a casa e parli con lui.

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Mio marito mi picchia. Torni a casa e parli con lui.

‘Ferocia’.Tre storie di donne, tre diverse vite che si incrociano sul palco, acidamente e beffardamente. Ne parliamo con Betta Cianchini, in scena al teatro del Lido di Ostia il 21 e 22 febbraio,

Una giovane donna innamorata, una professionista alto-borghese ed una madre. Tre donne che vogliono raccontarsi, vogliono ricordare, che hanno “necessità ed urgenza di parlare” di una barbarie che si consuma “tra le mura poco domestiche”.

Ferocia è tratto dal format “Storie di donne”, un progetto formativo/performativo ed informativo sulla violenza contro le donne ideato da Betta Cianchini, autrice, attrice ed una delle voci di Radio Rock, prodotto da 369gradi, che ce ne parla.  

Il Focus di questo progetto è la condivisione della lotta contro il fenomeno del femminicidio con  gli uomini violenti. Per questo la collaborazione con BeFree e C.A.M. Centro Ascolto Uomini Maltrattanti nella fase di scrittura e per la messa in scena è stato fondamentale e continua ad esserlo. Perché questa scelta? Una strada che è utile percorrere è quella di superare lo schema secondo il quale il femminicidio è un problema di donne che può essere trattato solo dalle donne, e iniziare a coinvolgere quella parte sana della società maschile che si dissocia da questo fenomeno degradante. Ci sono anche centri di ascolto per  uomini maltrattanti. L’ Associazione Le Funambole, della quale faccio parte, collabora con Be Free, un’associazione attiva contro la tratta delle donne e, come sportello antiviolenza, al San Camillo di Roma.

Il fenomeno della violenza contro le donne è un fallimento di tutta la società, perché gli uomini violenti sono stati figli e alunni prima di  diventare il marito, il compagno, il fidanzato violento.

Ecco perché è importantissimo lavorare nelle scuole. Il problema è il quadro agghiacciante che è emerso durante i miei incontri nelle scuole, anche aiutata da validissime persone che fanno parte delle forze dell’ordine. Se io ti dico femminicidio, violenza contro la donna, cosa mi rispondi? Le risposte dei giovani sono inquietanti e ci danno la fotografia di un  fenomeno trasversale, che non vede differenze tra un liceo classico di Roma Nord, piuttosto che un tecnico di un quartiere periferico, e manifestano un problema culturale. Un ragazzo che ti dice “io sono contro la violenza, ma se la mia ragazza dovesse tradirmi, in qualche maniera io debbo rispondere”, oppure “un conto è che mio padre vada con un’altra donna, un conto mia madre”, è un ragazzo che manifesta un problema di dis-agio culturale, per il quale una donna non gode  degli stessi diritti di un uomo.  Nelle scuole si respira spesso un’aria di altri tempi e altri luoghi, dove lui  accompagna la ragazza a casa, poi esce con gli amici, mentre lei non può più uscire. L’aspetto sconcertante è che le ragazze sono le prime ad essere quasi contente di questa situazione, si sentono amate perché si sentono protette. 

Perché? La risposta non è facile né univoca. C’è una mancanza, nelle famiglie dei ragazzi adolescenti, dei ruoli in famiglia, sono ragazzi spesso soli perché oggi è necessario avere due stipendi, e la nostra società, incapace di vivere una reale parità dei sessi, si trova invece a fronteggiare forti frizioni tra due persone costrette a vivere ruoli per i quali non sono stati educati.

In Italia è come se i ragazzi non fossero pronti a respirare un passaggio agli stili di vita nord europei. Il vuoto dei ruoli tradizionali, in presenza di una società liquida, viene colmato dai messaggi distorti e spesso violenti dei social.

Ci sono varie dinamiche che si intersecano. Vivono una realtà virtuale, mentre a scuola andrebbero stimolati con progetti diversi, ma non ci sono fondi.

Più l’estrazione sociale, culturale ed economica della donna è alta, più il disagio nel raccontarsi è prepotente, potente ed invalidante. E più alta è la percentuale delle donne che mettono piede in caserma o in centro antiviolenza e scappano. Non è un controsenso? Il paradosso è che hanno meno strumenti per fare una narrazione di sé che non vedono come propria. Una delle tre donne che portiamo in scena è un architetto e le sue sono parole che ricorrono molto spesso durante le denunce: “Come è possibile che una donna come me , che viene chiamata in tutto il mondo per arredare case, possa essere malmenata dal proprio marito? Come è possibile che io mi possa ritrovare i questa situazione?”

E’ come se, più l’estrazione sociale è bassa, più la donna sia abituata a certi racconti di violenza, mentre maggiore è il suo livello sociale, minore è la capacità di vedersi in quella situazione e quindi di capire quali possano essere le vie di uscita. Le risulta quindi più difficile, raccontare questa parte di sé davanti ad un carabiniere o a un poliziotto. E’ vittima delle convenzioni sociali e dell’opinione della “gente”. E questo è uno dei motivi per cui ci sono gli arresti delle denunce. La maggior parte di queste donne, prima di arrivare a denunciare, come ci raccontano gli operatori dei centri antiviolenza, arriva davanti all’ingresso della questura e torna indietro.

Un aspetto del fenomeno, che invece è trasversale, è l’incapacità della donna di credere a quello che sta vivendo: si sente proiettata in un film horror.

In scena ci sono infatti tre donne completamente diverse: una donna semplice con un bambino, una donna alto-borghese e una giovane che si innamora di un uomo all’inizio gentile, che poi manifesterà il suo lato violento.

Quando una donna va in un commissariato, quanto viene accolta e quanto invece non viene considerata un problema minore davanti ai tanti problemi di ordine pubblico che, sicuramente, le forze dell’ordine si trovano ad affrontare? Questo è proprio una delle situazioni che porto in scena, dove una donna entra in un commissariato per denunciare di essere stata vittima di percosse. Sulla carta stanno sicuramente cambiando le procedure, in pratica ancora siamo indietro. Fino a poco tempo fa veniva risposto dall’uomo in divisa: “ torni a casa e cerchi di parlare con suo marito”. Situazioni che fanno sentire una donna mortificata e ancora più avvilita.

E in scena, ad una simile affermazione, io rispondo: “sì ho parlato con mio marito e più lo faccio più lui mi prende a schiaffi”. E quindi, non solo non sporgo più denuncia, ma mi giustifico e vado via.

Quello che blocca la maggior parte delle donne che vanno a sporgere denuncia, è la paura del giudizio degli altri, a meno che non abbiano la rara fortuna di incontrare persone formate, che sono poche a causa della mancanza di fondi.

Le difficoltà, personali prima e di rifiuto da parte della società e burocratiche poi, spinge la maggior parte delle donne a non sporgere denuncia. 

Anche il fatto che ora non si può più ritirare la denuncia, a meno che l’altra parte non accetti il ritiro della stessa, anche se dettata da buone intenzioni, funge in realtà da deterrente. La maggior parte delle donne ha paura.

La magistratura è in grado di far fronte al problema? In Italia, almeno a Roma, le donne sono costrette a mesi e mesi di convivenza forzata in attesa dell’udienza di separazione, periodo durante il quale devono convivere con il loro aguzzino. E’ vero. A un certo punto il meccanismo si inceppa. Quello che ci sentiamo rispondere, a livello di associazioni, è che è un problema di formazione ma che non ci sono i fondi. Devi trovare la persona che si prende a cuore il tuo caso, devi essere fortunato. 

Se le associazioni  funzionano, ma la polizia non è adeguata, la magistratura, soprattutto quella che si occupa di separazioni, non è all’altezza, l’associazione cosa fa? Ci sono delle persone meravigliose che, autonomamente, non come rappresentante di un’istituzione, ma come membro della società civile, decidono di formarsi perché sentono l’urgenza di poter svolgere meglio il loro lavoro.

 Come si pone l’Italia rispetto ai paesi stranieri? Nei Paesi del Nord Europa c’è sicuramente molta più formazione, soprattutto a livello psicologico. Pertanto sono in grado di capire più velocemente se la donna, che ha sbattuto da sola alla famosa porta o che è accidentalmente caduta dalle famose scale, che magari non ha, sia invece vittima di maltrattamenti o violenze domestiche. Avendo affrontato prima di noi questo problema, ora sono molto più attenti e la formazione psicologica di chi si trova ad accogliere queste donne, ospedali e forze dell’ordine, è tenuta in grande considerazione. Da questo punto di vista noi dobbiamo ancora lavorare molto.

 Perché in Italia facciamo così fatica a trattare la violenza di genere? Dovremmo lavorare sulle nuove generazioni. La scuola è il punto di partenza. Dobbiamo assolutamente intervenire lì. E dobbiamo intervenire sui cicli primari, al liceo è già troppo tardi. Ma non ci sono i fondi. Noi siano ancora una società che reitera schemi antichi e maschilisti e spesso le donne sono le prime foriere di questi schemi.

 Nelle scuole, uno psicologo che si accorge di un problema, cosa può fare se  la scuola non collabora? Ci sono dirigenti scolastici o docenti che, magari, preferiscono non avere “altri problemi”. Siamo in un momento di transizione. Per fortuna c’è nelle scuole questa nuova figura dello psicologo e dello sportello di ascolto, ma tutto dipende dalla scuola.

 Dilaga nella società occidentale di stampo capitalista, la percentuale di soggetti affetti da disturbo narcisistico di personalità.  Essendo  soggetti fortemente manipolativi, incapaci di riconoscere il problema, come possono essere curati? Il centro ascolto uomini maltrattanti lavora anche con loro e si riescono ad avere dei risultati, ovviamente nei casi in cui non c’è un’assoluta resistenza. Anche queste associazioni si trovano ad affrontare vuoti normativi o latitanza delle istituzioni. I centri esistono, ma sono su base volontaria. L’aspetto positivo è che, quando questi centri arrivano sul territorio e si fanno conoscere, vengono contattati dagli stessi uomini maltrattanti che, in qualche modo, vogliono affrontare il loro problema. Ma parte tutto da iniziative private, non esiste un iter istituzionalizzato. Poi c’è la solita mancanza di fondi. Uno dei progetti affrontati da BeeFree è stato quello di dimostrare il costi sociale rappresentato dalle donne vittime di maltrattamenti o violenze e dai loro figli.

La società italiana è in fase di trasformazione, arretrata davanti a problemi sempre esistiti ma mai affrontati. E’ urgente ‘formare’ chi accoglie le denunce, dai magistrati che, soprattutto in sede di separazione o divorzio, devono decidere delle sorti di madri e figli che tacciono per paura o per sfiducia nelle istituzioni; i docenti che possono, per primi, aprire un varco nel muro di omertà o paura che spesso viene semplicemente catalogato come disagio.
Le iniziative sono molte, ma lasciate alla buona volontà di chi ci lavora. Urge un progetto unitario, che abbia come fine un cambiamento della nostra cultura.
Una donna che denuncia non può e non deve sentire la necessità di discolparsi. E’ urgente lottare contro una mentalità strisciante di prevaricazione e violenza.
In un Paese che è al settimo posto tra i Paesi più industrializzati al mondo, non possiamo sentirci rispondere “I fondi non ci sono”.
Questa non è mancanza di fondi, questa è mancanza di civiltà. Forse i fondi non ci sono, ma il problema sì.
E per ogni donna uccisa che finisce sui giornali, ce ne sono molte di più che non faranno mai notizia, ma che sono morte lo stesso. Anche se camminano.

 Alessia de Antoniis

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