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MArteLive al Planet con Stuart Braithwaite e Carmelo Pipitone

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MArteLive al Planet con Stuart Braithwaite e Carmelo Pipitone

Cronaca della serata conclusiva del giovedi 5 dicembre

Il nome era di quelli grandi, soprattutto per chi negli ultimi quindici anni ha fatto delle sonorità post-rock e dintorni il proprio vessillo sonoro. E anche il contorno principale, rappresentato da uno dei migliori e più personali musicisti italiani in circolazione, non scherzava.
La manifestazione, MarteLive – l’entusiasmante format ideato da Giuseppe Casa, caratterizzato dalla  simultaneatà delle arti e il loro ibridarsi e sovrapporsi per creare un unico grande evento frutto della sinergia di più spettacoli quasi in contemporanea e in un unica location, quella del Planet – è da sempre sinonimo di qualità di offerta artistica…

E allora, direte voi, che cosa non andava?

È quello che continuo a chiedermi questa mattina, ripensando al pubblico a dir poco sparuto che ho visto ieri sera “assiepato” intorno allo stage del Planet. Sono misteri dell’anti-fede, non sono riuscito a darmi altre spiegazioni, visto anche il costo esiguo del ticket di ingresso. Proprio vero: al giorno d’oggi, eccettuati i mega raduni estivi tutti selfie, linguacce “simmonsiane” e cornini sparati davanti all’obiettivo, lanciarsi nell’organizzazione di un concerto può essere un vero terno a lotto. E quindi… quindi, boh. A chi corre il rischio, non rimane che farsi il segno della croce. Per chi ci crede, ma anche per chi non.

Comunque, tornando alla cronaca…

Da quando, come ha dichiarato, “è diventato padrone di se stesso”, tirando fuori un album d’esordio “Cornucopia” molto apprezzabile, l’ex sei corde dei Marta sui Tubi, ha trovato una sua nuova dimensione performativa, come dimostrato anche ieri in via del Commercio 36. E se sulla, a tratti incontenibile, valentia strumentale nessuno penso abbia molto da ridire, avendolo visto per la prima volta in azione in queste sue nuove vesti, ha piacevolmente stupito anche l’approccio “orchesco” e ricercato dietro al microfono: il musicista siciliano, infatti, ha retto con grande dignità la scena vocale (a un certo punto ero rimasto solo io a vederlo, una vergogna!). D’accordo, non è Giovanni Gulino e lo sanno tutti, ma appare chiaro quanto anche in questa nuova avventura abbia investito in termini di applicazione e personalizzazione interpretativa. Il risultato, dal vivo, è stato un lotto di canzoni molto piacevoli da ascoltare, caratterizzate da una metrica a volte (anche troppo) ardita e da dinamiche vorticose che la chitarra acustica del siciliano, non uno strumento ma un “arma da guerra”, rendono difficili da incasellare in un genere o, peggio, in una maniera (e dunque ci riteniamo). Su tutte, “Come tutti”, e non per l’argomento trattato (la storia immaginaria di un giovane migrante in fuga), ma per un architettura compositiva killer. Da segnalare anche una gustosa e stravolta interpretazione di “Rusty Cage” dei Soundgarden. Assolutamente da rivedere in un contesto più ricettivo e meno frustrante per un artista in grado di rinnovarsi e di rileggersi con bravura.

Quando Stuart Braithwaite fa la comparsa sul main stage del Planet, per fortuna, la situazione pubblico è migliorata, anche se, data la caratura del personaggio in questione, era certo lecito aspettarsi se non un tutto esaurito, quantomeno un tre quarti di. E la domanda torna a sorgere spontanea: ma tutti i fan dei Mogway che non più tardi del 10 luglio 2018 si stipavano nella cavea e sulle tribune esterne dell’Auditorium Parco della Musica cosa stavano facendo ieri sera mentre il loro beniamino suonava a poco prezzo e in un contesto meno “sudato” e più godibile dell’altro? In attesa che qualche messianica spiegazione ci venga fornita, un’impressione veloce e globale sulla performance del songwriter scozzese che si è subito calato nella dimensione intima della serata. Il set proposto, eseguito da seduto e con l’ausilio di un’effettistica insospettabilmente parca, ha puntato tutto su un’intimità di approccio che, per forza di cose, viene difficile da immaginare pensando alle sonorità liquide sì ma comunque piuttosto robuste della “casa madre” Mogway. Fondamentalmente, si è trattato di una manciata di moderne ballads per Fender (pulita) e voce, dal tono elegiaco, grossomodo tutte imperniate su giri di accordi molto semplici (che differenza tra la sua “convenzionalità” sulla tastiera e le acrobazie di Pipitone!) e arpeggi non effervescenti. Sui quali, ça va sans dire, è andata ad innestarsi, anzi, ad innervarsi è il caso di dire, la sua voce, che, invece, è stata quella di sempre, con quel suo spleen naturale a fare da motore e da reale significante. Ne è venuto fuori uno spettacolo assai minimale nella forma, ma ricco di spunti riflessivi per quanti sono stati in grado di sintonizzarsi sul mood del nostro, che, al solito, si è proposto al pubblico con l’informalità e lo stile compassato che lo contraddistinguono. Tirando le somme, dunque, un live diverso che ce lo ha presentato comunque in una veste accattivante.

Peccato per chi se lo è perso, ma, rimanendo sul filone “religioso” e parafrasando: se Maometto non va alla montagna, non è mica un obbligo che la montagna vada da Maometto!

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