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L’uomo seme: una fiaba musicale sul desiderio di rinascita

Theatre&dance

L’uomo seme: una fiaba musicale sul desiderio di rinascita

L’uomo seme: una fiaba musicale sul desiderio di rinascita.

di Diana Morea

‘Amo il villaggio dove sono nata (…) nel cuore del quale ho vissuto quasi tutta una vita’.
E’ da questo incipit di toccante tenerezza che si schiude l’omonimo memoriale scritto nel 1919 da Violette Ailhaud, contadina dell’Ottocento della Provenza, aspra e ventosa. Violette affiderà questo suo memoriale a un notaio con l’incarico di consegnarlo alla più giovane delle sue discendenti. Una fiaba musicale, tra leggenda e spirito agreste, quella de ‘L’uomo seme, in cui il canto si confonde con il racconto, e le parole diventano nidi per emozioni semplici, pure. La storia narra la vicenda di una comunità montana in cui l’insurrezione contro Napoleone III ha falciato gli uomini, come si falcia via il grano, lasciando morte unita alle lacrime. A forza di falciare uomini è il seme che è venuto a mancare. Così i corpi vuoti di donne senza marito, nei lunghi mesi di resistenza e di lavoro collettivo, stringono uno straordinario patto per assicurare la sopravvivenza del loro popolo, per far rifiorire il segreto dell’esistenza che sta all’alba dell’umanità.: il primo uomo che arriverà, sarà l’uomo di tutte. L’amore non c’entra. Si tratta di riaffermare la vita. Di recuperare un’armonia perduta.

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E chiaro simbolo di vita è l’albero-casa, maestoso, posto al centro della sognante scenografia (Barbara Petracca), i cui rami esili, mossi all’inizio dagli attori, grazie a lunghi cordoni, sembrano seguire il ritmo lento di un respiro. In un’atmosfera da panacea primordiale attraversata da diverse variazioni di luce (Cesare Accetta) si snoda il gioco di danze del quartetto pugliese ‘Faraualla’ (Loredana Savino, Gabriella e Maristella Schiavone, Teresa Vallarella) che come un gruppo di faraone impazzite fanno vibrare nell’aria lunghi veli trasparenti che si sgonfiano e si rigonfiano, quasi a voler rappresentare i ventri brucianti e gravidi di dolore delle protagoniste. La cura del movimento, affidata a Elisa Barucchieri, impreziosisce la pièce, ad esempio quando le attrici usano grosse funi che battono a terra conferendo una precisa cadenza al cambio delle scene, o quando si riuniscono con leggiadria per guardarsi in specchi di grandi fattezze, esibendosi in deliziosi canti di cicala. Le figure si donano agli occhi degli spettatori, e a guidarle nelle varie tappe della narrazione è una melodia primordiale, in cui le parole danno corpo ai pensieri musicali. Fin dall’antichità, infatti, il canto ha costituito un’espressione spontanea e consapevole del mondo popolare.
Canti sacri, d’amore, di lavoro, di pianto, di festa, ninne nanne. Attraverso il canto gli uomini e le donne di ogni razza hanno trovato ristoro se sopraffatti dalla guerra, conforto se braccati dalla sofferenza. Per tutta l’opera teatrale, nella scrittura vocale di Sonia Bergamasco la poesia è la voce e il testo la sua eco.

All’energia del verso si accompagna l’essenzialità del gesto. Ogni frase si fa vivo palpito della carne, tutto è staccato musicalmente, intento a vestire l’ascolto, senza alcun orpello. Nella lingua sobria ma concreta di Sonia, affondano come lame i ricordi dell’adolescente Violette. La sua è una recitazione che segue con religiosa passione lo slancio potente e febbrile di chi le ha scritte.
A volerne descrivere il processo di lettura si potrebbe ricorrere ad un monito di Luca Ronconi: “ Le battute sono il salto in superficie dei delfini, li vedi, sono belli e spariscono subito, ma i delfini vivono sott’acqua e non li vede nessuno. Recitare è ricreare la vita del delfino sott’acqua e non le battute”. L’unica figura maschile, ‘L’uomo seme’ appunto, è un maniscalco che ha con sé pochi arnesi, disposti al lato destro della scena. Si tratta di Jean, interpretato da Rodolfo Rossi, percussionista di valore. La sua presentazione è quella di un uomo intento a leggere. ‘E’ una cosa rara- dice Violette- Questa scoperta mi fa battere il cuore. Per me un uomo che legge non può essere che una brava persona’. Solo quando porterà a termine il suo lavoro, Jean abbandonerà il villaggio. E’ un personaggio nobile che aiuta queste donne a reagire con tenacia e determinazione contro il viso feroce del potere, esaudendo il loro desiderio di rinascita e di rigenerazione, elemento centrale all’interno di tutta la drammaturgia. E il desiderio sfocia nella scena dell’incontro passionale tra la protagonista e Jean. La donna in bilico tra curiosità e timore verso l’altro sesso, si abbandonerà infine al piacere atteso per due anni, alla fame di carezze, abbracciando l’amore senza però tradire il patto che la unisce alle altre. E’ la storia di donne che hanno sostituito alle armi rastrelli e forche, unite alla natura da un rapporto terrigno e sensuale, donne che non hanno ceduto ai colpi inferti dalla guerra, tutte tese verso quel bisogno primario, quell’inarrestabile richiamo di vita. La stessa vita che ora girava, che era stata dura e bella, e che lo sarebbe stata ancora.

Diana Morea

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