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L’Ospite, un dramma noir ai tempi della crisi

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L’Ospite, un dramma noir ai tempi della crisi

La recensione di Diana Morea

Dal 12 al 14 aprile al teatro Argot, nel cuore di Trastevere, è andato in scena in anteprima nazionale, L’Ospite- una questione privata, testo di Oscar De Summa e produzione di Pupi e Fresedde- Centro nazionale di Produzione teatrale- Firenze/ Uthopia. Sotto due fasci di luce, con voci amplificate da microfoni e di spalle al muro, Ciro Masella e Aleksandros Memetaj hanno dato avvio al racconto del loro dramma personale. La scena semplice ma suggestiva è ambientata nel salotto di un appartamento nel quale “un topo di merda” si è infiltrato sperando di portar via un cospicuo bottino. Tutto è sottosopra, una montagna di oggetti e vestiti è sparsa sul palco. Il ladro però non fa i conti con il proprietario di casa che rientra prima del previsto e manda all’aria tutti i suoi piani. Una volta immobilizzato e imbavagliato il delinquente, il proprietario comincia il suo sadico interrogatorio, un processo fai da te, prima dell’arrivo della polizia chiamata dai vicini, preoccupati per le grida. Una piece suddivisa in quadri dai contorni sfumati in cui i due attori si contendono strenuamente il torto e la ragione, il ruolo del buono e del cattivo come negli spaghetti- western, su quel confine pericoloso e sempre meno netto tra bene e male, in un’escalation di brutalità perpetrata ai danni del malfattore. All’inizio si potrebbe essere d’accordo nel far passare un amaro quarto d’ora a colui che ha violato la nostra piccola e umile casa, messa su con tanti sforzi, rinunce e sacrifici, con lunghe e faticose ore di lavoro, il nostro rifugio, la nostra piccola tana, l’unico pezzettino di mondo arredato con amore e cura. Ma lo spettacolo indaga anche sulle relazioni all’interno della società, strutturate su un rapporto quasi sempre di potere. L’accento è posto sull’espressione della violenza, una violenza che spesso serpeggia silenziosa nelle fiumana di vicende quotidiane per poi esplodere in modo errato se la società non predispone delle giuste uscite di emergenza attraverso cui lasciarla fluire. La lettura che si fa dello spettacolo è come quella di un Giano Bifronte, da un lato ci si interroga sulla figura del malvivente che è smanioso di fare il colpo del secolo, dall’altro L’ospite è anche una persona esterna, qualcosa che vive sotto pelle. E’ ciò che ci portiamo dentro, una paura. Incarna un fantasma che può essere ferocia, cattiveria e anche fragilità, insicurezza. De Summa affonda così la penna in una storia che nasce da un fatto di cronaca e che pone fin da subito lo spettatore in una situazione scomoda, gli dà un abito troppo stretto da indossare, ossia scegliere nettamente da che parte stare, orchestrando un gioco a tratti beckettiano e con tinte “alla Tarantino”. La vicenda che trascina con sé L’Ospite è quella di un altrove e si va ad incrociare con il mero meccanismo etico e politico dell’attualità che si affronta. Si tirano in ballo i clichè, si fa a cazzotti con il pregiudizio. In questo particolare e delicato momento storico, infatti, si avverte una grandissima elettricità, i temi come l’accoglienza, il rispetto delle differenze (di razza, di religione, di orientamento sessuale) sono all’ordine del giorno. E ancora i confini della propria e della altrui libertà, i limiti del sacrosanto diritto alla giustizia, quando in troppi pensano di potersi sostituire agli organi preposti ed ergersi a giustizieri armati. Si respira una grandissima tensione, per cui per una sciocchezza reagiamo con una quantità di aggressività repressa incredibile. E’ come se fossimo delle pentole a pressione, pronte a scoppiare per delle inezie come ad esempio una fila alla posta. Tutti quanti possediamo un’enorme incertezza a cui si accompagna la caduta delle ideologie e la perdita irreparabile del concetto forte di spiritualità. Non ci sono valvole da sfogo per la rabbia, per questo siamo in continuo disequilibrio e allora iniziamo a sbraitare. Cos’è allora la belva che ci portiamo dentro e che al minimo inceppo prende il sopravvento? In questo i due attori, formidabili nei vari cambi di registro, tra citazione musicali e cinematografiche come il ballo di Masella sulle note di “Stuck in the middle with you”, riescono a fornirci lo spettro con i vari riflessi di ciò che l’uomo può diventare. Da vittima a carnefice crudele. Più volte Masella chiede a Memetaj “Cosa credi sia giusto farti?” come se invitasse in realtà la folla spettatrice a scegliere tra Gesù e Barabba. E’ nella paura che gli uomini si incattiviscono e si lasciano sopraffare dall’odio. L’uomo del XXI secolo appare quindi come una figura alienata e frustrata, preda dei mille appetiti che la società del consumo gli propina. E’ in questa direzione che si incunea il lavoro de L’Ospite che come specchio fedele traduce sul palcoscenico i tempi critici che stiamo attraversando. Svariati i punti di riflessione che emergono quali l’importanza di far valere le parole che abbiamo o la necessità di mettere in discussione noi stessi in relazione agli altri. Non si tratta di vuota celebrazione, ma calarsi in uno spettacolo simile significa cimentarsi con le contraddizioni, confrontarsi dialetticamente con ciò che è altro da noi, con il diverso. Una testimonianza preziosa che avverte, capisce, capta, approfondisce quello che accede intorno facendosi atto politico dalla potenza dirompente.

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