Connect with us

L’intervista a Tiziano Tarli

Interviste

L’intervista a Tiziano Tarli

Sono freschi e dotati di un suono davvero unico nel panorama rock-pop italiano. Stiamo parlando degli Zac, formati dal chitarrista e mente creativa dei Giuda, Lorenzo Moretti, insieme al polistrumentista Tiziano Tarli (già Sweepers e Gli Illuminati),

L’11 ottobre debutteranno con il singolo “I got something in my mind”, seguito il 15 novembre dal loro omonimo full lenght. Entrambi verranno licenziati dall’inglese Damage Goods Records, un’autentica sicurezza in materia di rock d’autore.

Abbiamo parlato un po’ del progetto con Tiziano.

Ciao e, innanzitutto, complimenti per il contratto con la Damage Goods Records, un marchio storico per il rock e per il punk (in catalogo, tra i tanti: Adam & the Ants, Asian Dub Foundation, Buzzcocks, Manic Street Preachers). Come siete arrivati a firmare con loro?

Sì, si tratta davvero di una label con un pedigree di livello, in effetti. Quando abbiamo finito le registrazioni, abbiamo spedito il materiale a diverse etichette. A loro, che avevano già lavorato con i Giuda, è piaciuto molto e in breve ci siamo messi d’accordo per la realizzazione del singolo e dell’album.

Ci racconti quando e come è nata la collaborazione tra te e Lorenzo?

Credo un paio di inverni fa, tra i tavolini di Hop Corner (il birra bistrot in via di San Barnaba 1, ndr) e casa mia. Noi ci conoscevamo da tanto tempo, fin da quando lui suonava nei Taxi e gestiva un locale a San Lorenzo. Poi, quando mi sono trasferito qui a Tor Pignattara, abbiamo preso a frequentarci e a vederci molto di più e mi ha chiesto se fossi interessato a collaborare con lui ad un progetto extra-Giuda. Io ho accettato e da quel momento in poi ci siamo incontrati spesso a casa mia e abbiamo cominciato a lavorare su un po’ di materiale. Che via via si è fatto sempre più numeroso fino a includere le 10 canzoni dell’album e più la b-side del singolo.

La musica dei Zac è un caleidoscopio di influenze che vanno dal pop al rhythm and blues, al quale una produzione di impronta molto vintage regala ulteriori, particolari colori. In che modo avete assemblato tutto questo e per andare dove, musicalmente parlando?

Eh, per andare dove lo scopriremo a breve con l’uscita dell’album! Il nostro è un progetto che funziona in modo piuttosto diverso dal solito: infatti, ci siamo prima concentrati sulla realizzazione del platter e adesso stiamo pianificando l’attività di supporto dal vivo. Che però, e questo voglio che sia chiaro, io e Lorenzo consideriamo sempre come il banco di prova per eccellenza per testare la bontà di quello che si è scritto e per valutare i riscontri da parte del pubblico. Per quanto concerne un’eventuale definizione di quello che facciamo, ti dico che a noi piace l’espressione quirky pop, che suona tipo: “pop bizzarro”. Ci consideriamo una band composta innanzitutto da persone molto libere e, andando avanti con il progetto, l’unico reale paletto che ci siamo posti è stato questo: “Se la canzone funziona la portiamo avanti, se non ci convince la buttiamo via.” Il giudizio sul risultato che abbiamo ottenuto spetta ora a chi lo ascolterà. Per noi, ognuno può, anzi, deve interpretare come vuole e secondo quella che è la sua sensibilità musicale (e non solo). Dal punto di vista dell’assemblaggio sonoro di cui parlavi, che dirti? Noi proveniamo da esperienze musicali molto variegate, penso che fosse quasi scontato che il disco le riflettesse un po’ tutte. Oltre all’amore per i sessanta e i settanta, mi sento molto legato anche alla musica degli anni novanta e a quella dei duemila (anche se in modo minore), quindi se devo far “suonare” una canzone in un certo modo mi trovo a mio agio a ricorrere a strumenti e sonorità differenti: nel caso degli Zac, il nostro è un disco realizzato in analogico, non abbiamo usato né computer né campionatori e aggiungerei che la produzione di Danilo Silvestri e lo stesso Lorenzo ha saputo dare ancor di più la direzione e il sound giusti al progetto.

“Zac” sembra permeato da un umore e da un’ispirazione palesemente british. Se ne deve desumere che il mercato di riferimento al quale punterete con più attenzione sarà quello oltremanica? E, più in generale, che riscontri ti aspetti dentro e fuori l’Italia?

Eh, chi vivrà vedrà! Credo che, almeno a livello potenziale, possa essere un full lenght con più riscontri all’estero che da noi, non fosse altro perché qui in Italia, questo tipo di proposta non è certo sulla cresta dell’onda. Non ci piace ovviamente incasellarci o essere incasellati in una categoria precisa, ma è innegabile che ci sentiamo vicino a tante band d’Albione, per sonorità e attitudine. Ma è anche vero, come ho appena detto, che abbiamo una gamma espressiva non circoscritta. When you go to bed, per dire, è un brano psichedelico dal sapore molto californiano.

Oltre ad essere un polistrumentista, sei anche uno studioso con diverse pubblicazione di rilievo negli ultimi 20 anni e un insegnante di canto e di musica presso le scuole. Come concili tutte queste tue diverse “nature”?

Facile, ragiono così: è tutta musica! La scrivo, la suono, la insegno. Senza troppe “pippe” mentali. Per esempio quando ho scritto “Beat italiano. Dai capelloni a “Bandiera Gialla”” (Castelvecchi, 2005), la casa editrice aveva pensato di fare un po’ di promozione per il libro con un gruppo che suonasse qualcosa del genere di riferimento. A quel punto, a me è venuto in mente di formare gli Illuminati, che, da band nata per supportare in modo estemporaneo un’iniziativa editoriale, sono poi stati in attività (in fervida attività!) fino al 2016, quando hanno concluso la loro esperienza con due, per me, indimenticabili concerti al Cavern di Liverpool. Ecco, io sono uno da questo tipo di iniziative estemporanee, diciamo.

A proposito di combo nei quali hai militato: per tanti anni sei stato la mente degli Sweepers, con i quali siete stati sul punto di fare qualcosa di grande senza, purtroppo, poi riuscirci. Che ricordi hai di quella avventura e cosa è andato storto?

Considero gli anni con i Sweepers come una lunga, bellissima storia d’amore che mi ha portato a suonare praticamente in ogni angolo del paese e anche all’estero. Cosa non ha funzionato? Chissà. Oggi potrei dirti che ai tempi avremo forse peccato di inesperienza, o forse che siamo stati più semplicemente sfortunati, o mille altre cose. In realtà è difficile capire perché sia andata a finire così, meglio guardare avanti e conservare i bei ricordi.

Nei Zac della batteria si occupa (ed egregiamente, ndr) tuo figlio Pablo. Che sensazioni ti regala vivere un’esperienza del genere con lui?

Mah, considerando mio figlio un musicista, non ci trovo niente di strano, niente di particolare. Tra l’altro lui è praticamente nato e vissuto tra concerti, backstage e ambienti a sette note. I figli devo vivere la loro vita e lui lo sta facendo. Anche se ha il papà tra i “colleghi” di band, certo.

Hai altri progetti in piedi oltre a questo, attualmente?

Altri due, sì. Il primo, The Family, è un gruppo funky strumentale in cui suono l’hammond. Il secondo, Le anime leggere, è un progetto di cantautorato un po’ particolare, che strizza l’occhio allo swing e al ragtime. Con loro canto e scrivo i pezzi.

Tu vieni da Ascoli Piceno, anche se vivi a Roma da 25 anni. Ti sei fatto un’idea sul perché né il circuito musicale di provincia, né quello della grande città riescano a garantire un’attività live continua? È solo una questione economica o secondo te ci sono anche delle motivazioni culturali e imprenditoriali dietro?

Se è vero che l’aspetto economico può sembrare determinante (e lo è), è altresì vero che anche quelli legati al discorso culturale e imprenditoriale hanno un loro peso sulla pessima situazione in cui versa la musica nel nostro paese. Io credo, per fare un esempio altisonante, che, se fosse vissuto ai giorni nostri, un genio come Lucio Dalla, che ha avuto bisogno di tempo e di fiducia per poter sbocciare e trovare una sua giusta collocazione nel mercato discografico, avrebbe potuto non uscire mai dal limbo dell’anonimato, oggi come oggi, dove a farla da padrone sono i talent. Che, inutile dirlo, io considero molto poco attendibili e deleteri, visto che fanno e disfano le sorti di un progetto o di un singolo musicista in un batter di ciglia e senza fornire tutta una serie di strutture mentali decisive per una carriera longeva e consapevole. Oggi chi culla il sogno di voler vivere della propria musica, è giusto che sappia che per farcela è come se stesse compilando una schedina e si stesse affidando al destino. E non mi pare una gran cosa, proprio no.

Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

More in Interviste

To Top