Eventi musica teatro mostre cinema mobilitazioni a Roma

Lear, Schiavo d’Amore dall’11 al 16 dicembre al teatro Vascello

Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa in anteprima regionale al teatro Vascello. Intervista a Maria Luisa Abate

marcido5

In prima regionale al teatro Vascello, la famosa compagnia torinese dei Marcido Marcidorjs porta in scena il nuovo lavoro del poeta e drammaturgo Marco Isidori, Lear schiavo d’amore.

Fondata nel 1984 da Marco Isidori, Maria Luisa Abate e Daniela Dal Cin, i Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa, sono noti al pubblico per il loro teatro di ricerca. Hanno tuttavia il grandissimo pregio di non utilizzare questo termine per proporre un teatro avulso dai testi, lontano da ogni logica e respingente nei confronti del pubblico. La loro ricerca è all’interno del testo, rispettandolo e, come è giusto che sia, tra-ducendolo ad un pubblico che non è più quello dei tempi in cui le grandi opere del teatro classico sono nate. Tutto questo con l’obiettivo di riavvicinare il pubblico moderno al grande teatro che rischia di morire sotto il peso delle ragnatele del tempo o, peggio ancora, trasportato in scenari avveniristici con manipolazioni che lasciano intatto solo il titolo. Amleto, ad esempio, forse il più rappresentato ed abusato personaggio shakespeariano, non è più vicino allo spettatore se “lo fai strano”.

Il Lear dei Marcido è lo stesso testo di Shakespeare, pur muovendosi su una scenografia che non ricorda i teatri elisabettiani, ma che diventa parte stessa della drammaturgia. I personaggi indossano abiti clowneschi, ma la drammaturgia resta la stessa, una summa di fallimenti familiari ed umani, in un mondo ai confini del tempo dove né dio né gli dei hanno voce in capitolo. Resta solo l’uomo, unico artefice delle proprie azioni.

 

marcido 2

 

Abbiamo chiesto proprio ad una delle fondatrici dei Marcido, Maria Luisa Abate, di guidarci alla scoperta del loro nuovo lavoro.

È una riscrittura di Marco Isidori del Re Lear di William Shakespeare. Come avete lavorato sul testo?
È una riscrittura nel senso che è un alleggerimento del testo, riducendo il tempo di rappresentazione da oltre tre ore e mezza ad un’ora e venti circa. Per il resto, il testo è stato completamente rispettato; anche la cronologia delle scene è mantenuta come nel testo shakespeariano. Il Lear è stato sfrondato da tutti quei giochi verbali molto cari a Shakespeare e al pubblico al tempo del teatro elisabettiano. Il discorso è più diretto, pur mantenendo la forma poetica, grazie al lavoro di Marco Isidori, poeta della compagnia Marcido, che in scena interpreta Lear.

Che ruolo interpreti?
 Io sono Gonerilla, una delle figlie di Lear, e Glaucester, il suo braccio destro e consigliere. Edmund, l’anima nera della storia, il contraltare di Edgardo, l’anima bianca, sono invece interpretati da Paolo Oricco, che si troverà ad affrontare addirittura tre ruoli diversi. Siamo tutti in scena, attuando una formula tradizionale del teatro elisabettiano, il doubling, cioè il raddoppio dei personaggi.

Il Lear è il dramma della pazzia o dell’incapacità di vedere?
Direi che è più la tragedia della vecchiaia e della sordità umana. Lear è anziano, però la sua pazzia nasce dalla contraddizione tra la realtà che aveva immaginato e quella che si trova a vivere, dopo aver scoperto l’inganno delle due figlie. La pazzia c’è, ma è una pazzia dovuta ad un’ingenuità. Lui crede alle parole delle due figlie, astute, che lo imboniranno attraverso parole false, e non crederà alla sincerità di Cordelia. Questo suo errore lo porterà ad una confusione mentale più che ad una pazzia, che alla fine, prima della morte, si risolverà. Per Glaucester accade qualcosa di simile. Viene ingannato dalle parole di Edmondo, che gli fa credere che il figlio legittimo Edgardo lo voglia uccidere. Anche lui sarà ingannato dalle parole, ma in questo caso riuscirà a vedere la verità solo dopo essere stato accecato dal duca di Cornovaglia per la sua fedeltà a Lear. È certamente anche il dramma dell’incapacità di sentire e di vedere. Infatti il Matto, personaggio straordinario interpretato Valentina Battistone, che svolge anche il ruolo di Regana, è l’unico che dice la verità. Era una convenzione del teatro elisabettiano, dove il Fool è colui che dice la verità e spesso è la voce travestita dell’autore stesso.

Il vecchio coro greco?
Sì, che vede, prevede e illustra ciò che sta avvenendo.

 

marcido4

 

Perché schiavo d’amore? Semmai Lear è schiavo del suo ruolo, del potere, delle convenzioni sociali.
Schiavo d’amore perché c’è un inganno sull’amore, che lui pretende come tributo: come re e come padre. Marco Isidori vuole soprattutto sottolineare una schiavitù nostra, in generale, di inganno d’amore. Ecco perché schiavo d’amore. E poi è anche autoreferenziale, legato a Marco Isidori, schiavo d’amore per il teatro.

Glaucester ad un certo punto dice che noi siamo come le mosche per i monelli. Il Lear può essere considerato la più tragica delle tragedie shakespeariane?
In Shakespeare viene ripetuto spesso il concetto della caducità della vita. Anche in Macbeth – la vita è solo un’ombra che cammina…un attore che cammina per qualche ora sulla scena e poi non se ne sa più nulla – è proprio una relazione che ha il bardo con la nostra esistenza di uomini, che non è solo shakespeariana, ma parte da filosofie molto più antiche. Viviamo con la convinzione di non morire mai e moriamo senza aver vissuto.

Però nel Macbeth, Malcom alla fine rappresenta una speranza positiva, mentre nel Lear non c’è nessuna speranza finale…
No, qui c’è solo l’amore che vince nella coscienza ultima. Ma la fine è fine, non c’è risoluzione.

Viene definita una tragedia non storicizzata, slegata da un tempo storico. Questo aiuta a rendere il testo più moderno?
Tutti i testi hanno ancora cose da dirci. Lear, liberato dal pleonastico di ripetizioni che al tempo di Shakespeare avevano un senso che ora non hanno più, è sicuramente moderno. I fondo, però, tutti i testi hanno un nocciolo di verità che può essere portato nella modernità. Bisogna solo scovarlo.

I Marcido sono considerati uno dei più significativi gruppi di ricerca. Siete cresciuti nel teatro di ricerca degli anni Ottanta. Questa è la terza drammaturgia shakespeariana che portate in scena, oltre ad altri classici. Cosa cercate in questi testi non moderni?
La parola importante che vogliamo restituire nella sua importanza poetica. Questo è ciò che cerchiamo. Il testo importante, anche se rivisitato, riscritto, ritradotto, come Marco usa fare, ha una base di forza che altri testi non classici difficilmente hanno. Però abbiamo fatto anche dei testi scritti da Marco Isidori. Siamo anche autoverbanti! 

 

marcido 7

 

Nel libretto di sala leggo: per un teatro della battaglia non per un teatro della rappresentazione. Cosa intendete?
È la poesia che sta combattendo con i Marcido, e non solo con loro, da sempre. Fare teatro oggi è un atto di coraggio, di eroismo. Parlare di teatro di ricerca, di non rappresentazione, può sviare le persone, che immaginano qualcosa che non sia de-vertente, cioè trasformante, che non sia teatro anche godibile. Noi non ci rappresentiamo, cerchiamo di essere come doveva essere il teatro antico: esemplari. Come diceva Nietzsche: teatro come esempio di salvezza per l’umanità. In questo senso l’arte può essere l’unico rifugio. Il teatro comunque combatte, tutti i giorni!

Aristofane nelle Rane vedeva nel teatro la possibilità di salvare il mondo. Il teatro al posto della bellezza?
Più che il teatro, la poesia attraverso il teatro. Isidori nasce come poeta e ha usato il teatro come mezzo più diretto. Perché se il teatro oggi è anacronistico, la poesia lo è ancora di più.

Sia te che Marco Isidori siete sulla Treccani. Se però chiediamo alla gente che tipo di teatro ha in mente, la maggior parte delle persone pensa, ad esempio, alle produzioni del Sistina, a prodotti molto più visibili, mentre voi diventate un prodotto per intenditori. Perché non si riesce a scardinare questa visione del teatro come spettacolo di nicchia?
Accade spesso. Questo Lear è stato prodotto dal Teatro Stabile di Torino, a riprova che anche i grandi teatri nazionali, si occupano dei Marcido. Però è come se se ne occupassero semplicemente perché non possono farne a meno. Meno si vede questo tipo di rappresentazione, che non è né commerciale né la classica avanguardia, meglio è. È una commistione di forze. Non lo so perché. Bisognerebbe forse dare un’occhiata alla produzione nazionale. Come se non si volesse dare visibilità alla possibilità di fare un teatro di intrattenimento ma al tempo stesso forte, serio, poetico. Come se queste due formule non si fossero ancora sposate. Si sono sposate nei Marcido. Forse saremo più conosciuti postumi. Per fortuna, anche se lentamente, le cose stanno evolvendo.

Com’è la scenografia di Daniela Dal Cin?
Siamo anche questa volta di fronte ad un capolavoro. L’azione dove si svolge l’azione dei Marcido, è un allestimento quasi indescrivibile. È una scenografia bianca, un’imponente struttura che viene agita dagli attori, e dove il movimento di colore viene dato dai corpi dei personaggi e dalla costumistica. La caratterizza un doppio declivio. Potrebbe essere un castello, una nave che affonda, un sommergibile che si sta immergendo, ma ha anche, a lato, una struttura che gli da una vaga voglia di prendere il volo. Lo spettatore resterà, anche in questo caso, stupefatto.

Hypatia