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Le tecniche del digitale per schernire conformismo e regimi

Arte

Le tecniche del digitale per schernire conformismo e regimi

La pop arte di Max Papeschi lascia il segno anche a Roma

Leoni. Non i felini, si intende. Leoni sono gli uomini, inseriti in sistemi di regole e schemi socio-economico-culturali di cui sono spesso vittime, o a volte, quando gli va bene, complici. Leoni in gabbia, appunto, che il visionario digital-artista Max Papeschi ha reso protagonisti del progetto multimediale “Hic sunt leones” andato in scena tra luglio e agosto a Trastevere, Roma, negli spazi di WeGil.

Promossa dalla Regione Lazio, organizzata da LAZIOcrea in collaborazione con la Fondazione Maimeri e l’art director Flavia Vago, la mostra ha costruito intorno ai contrasti tra opposti e alla sovrapposizione di piani la sua cifra stilistica e semantica.

Personaggi del mondo dei fumetti e dell’animazione da una parte, scenari di guerra e icone totalitarie dall’altra. Consumismo e sorrisi, bombe e abbracci, fiamme e scene di ballo. Le “tele” pop di Papeschi sono dissacranti, sarcastiche, ironiche, irriverenti, spietate, spiazzanti.  Una produzione assolutamente originale e che non smette di stupire a 12 anni dal primo collage digitale firmato dal performer milanese. Un pioniere di questa tecnica e che ora evolve verso le “cut-out” figures.

Nella “tana dei leoni” – lo WeGil, che ricordiamo essere stato in origine Casa della Gioventù Italiana del Littorio – l’arte di Papeschi schernisce il razionalismo architettonico, il fascismo e i regimi dittatoriali in genere, si fa un baffo della rassicurante repressione e denuncia in lingerie l’orrore delle persecuzioni e la schiavitù del consumismo. C’è anche una clip a supporto di questa tesi denigratoria, il video d’arte It’s All DEVO, creato in collaborazione con Maurizio Tamporin per l’omonimo brano di Gerald Casale, cantautore statunitense dei DEVO.

 

Papeschi, nel ruolo di guardiaparco, conduce il pubblico in un safari per allegoriche savane dove l’innocuo è solo apparente e pur rimandando all’ingenuità dell’infanzia nasconde altresì nuovi messaggi subliminali. Messaggi che equivalgono a nuove paure, a nuovi “leones”. Ma tutto sommato, ridiamoci sopra: è questo il suggerimento di Papeschi, che speriamo di rivedere presto a Roma. Intanto gli abbiamo rivolto un paio di domande…

Max, ci descrivi la tua tecnica? Da dove trae origine, e con quali strumenti si esprime? Il mi lavoro trae origine da fatti di storia, politica e attualità. La mia tecnica consiste principalmente nello studiare i macrofenomeni, le loro molteplici sfaccettature il loro storytelling passato e presente per poi sintetizzare il mio pensiero in una o più immagini realizzate digitalmente. 

La pandemia da Covid-19 ha rimescolato le carte su tutti i fronti. Il consumismo si sta polarizzando verso i territori dell’ecommerce e del km0, i rapporti cittadini-istituzioni si sono rinsaldati in un’ottica di restrizione delle libertà di movimento e di azione, le tensioni sociali crescono a vista d’occhio un po’ in tutto il mondo “occidentale”. Le tue opere forse preannunciavano in qualche modo quanto stiamo vivendo, sei d’accordo? Credo che la pandemia abbia solo evidenziato e acuito una serie di problemi e dinamiche preesistenti. Le tensioni sociali in occidente erano pregresse, come la crisi economica. Per quanto riguarda la libertà, salvo improbabili mutamenti del virus,  non penso che sul lungo periodo questo pandemia costituisca un problema, penso invece che sia stata un interessantissimo laboratorio per capire in grado di impreparazione dei nostri governi a reagire a un’emergenza e a collaborare uniti alla sua soluzione. In questo senso hanno decisamente fatto una figura di merda che spero, ma non credo, serva come lezione per il futuro. 

 Hai già in mente nuovi soggetti e nuovi scenari d’ispirazione su cui lavorare? Si, vorrei lavorare sulla stupidità, argomento molto pià complesso di quello che si possa pensare e che credo sia il vero punto debole della nostra specie.

Claudio Riccardi

 

 

 

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