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La volgarità che predomina la società nell’agghiacciante monologo di Ceresoli: La Merda

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La volgarità che predomina la società nell’agghiacciante monologo di Ceresoli: La Merda

Torna a Roma fino al 20 Marzo lo spettacolo che ha scioccato il Fringe festival di Edimburgo. Il genocidio culturale messo in atto dalla “civiltà dei consumi” raccontato con rabbia ironia e disperazione da una donna nuda e appollaiata su un trespolo.

Un affresco dell’orrore del nostro tempo, in cui farsa e tragedia si fondono alla perfezione. I racconti di una donna che subisce soprusi di ogni tipo, ai quali però non si ribella: li subisce, li asseconda fino al totale annientamento di se stessa, del proprio corpo e del proprio vissuto. Una ragazza qualsiasi pronta a fare di tutto per realizzare il  sogno di apparire, di arrivare al successo, di essere riconosciuta dai passanti, una donna pronta perfino a mangiare le proprie “cosce troppo grasse”, questa è la protagonista di La Merda, che Silvia Gallerano interpreta magistralmente.

Lo spettacolo, in scena al Teatro Due di Roma, si inserisce nella ciclo di spettacoli “Lei. Attraversamenti in territori femminili”; una rassegna teatrale che rappresenta la complessità delle dinamiche della vita, dal punto di vista femminile.

Seduta al centro della scena una donna nuda, con un microfono in mano che, come spiega l’autore “costruisce una maschera fisica/vocale sfidando un testo scandaloso, provocatorio e rabbioso. La scrittura è cantabile, ma il canto non emerge mai, ed è invece preponderante la chiave dell’invettiva, del grido, del corpo che sussulta la sua storia personale in un flusso di pensieri e di parole raccontati come suoni strazianti”.

Le Cosce, il Cazzo, la Fama e un controtempo: l’Italia, questi i tempi dello spettacolo, scritto da Cristian Ceresoli, che riflette le conseguenze e gli effetti disastrosi del totalitarismo sulla società contemporanea. La spinta propulsiva del testo parte dal disperato tentativo di arrivare al corpo idealizzato, perfetto e quindi televisivo, imposto dal potere dei mezzi di comunicazione di massa, un modello di corpo che però la protagonista non riesce ad ottenere e qui è il dramma, la tragedia e la disperazione grottesca. Una donna archetipo della società post moderna che il sociologo e filosofo Zygmunt Bauman, recentemente scomparso, definì come liquida, dispersa, inafferrabile e soprattutto fondata sull’omologazione, sull’assorbimento passivo dovuto a usi e consuetudini, a modelli culturali imposti dal contesto sociale.

Ed è proprio lo stesso consumismo a rendere immediatamente obsoleto o inarrivabile l’oggetto del desiderio, creando così una società fatta di individui insoddisfatti che passano da un consumo all’altro in una sorta di bulimia senza scopo. Questa vulnerabilità intesa come perenne frustrazione, porta la protagonista ad accettare qualsiasi cosa sottoponendo così se stessa al becero maschilismo, alle diete massacranti consigliate da sua madre, a provini imbarazzanti per spot pubblicitari; e a tutta una serie di  esperienze raccontate ad un pubblico infastidito, come in un flusso di coscienza di una “femmina” che si offre dal vivo come in un banchetto, pronta a venire sbranata da tutti. Una partitura poetica che nasce così dalla carne e alla carne ritorna, pur dentro a una rigidissima confezione estetica.

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