Eventi musica teatro mostre cinema mobilitazioni a Roma

La Pequod di Moby Dick attracca al teatro Vascello

Moby Dick, la Balena Dentro il 10 e l’11 ottobre al Teatro Vascello la riscrittura di Davide Sacco

1533135350

Moby Dick, la Balena Dentro, è la riscrittura del famoso romanzo di Melville che, il 10 e l’11 ottobre, la Compagnia del Loto di Teatri Molisani, porta in scena al Teatro Vascello di Roma.

In scena Stefano Sabelli e Giammarco Saurino. Regia e drammaturgia sono di Davide Sacco.

Vista la peculiarità di questa trasposizione teatrale, che vede sul palco solo due personaggi, Achab ed Ismaele, abbiamo chiesto al regista, Davide Sacco di parlarci di questo suo nuovo lavoro.

Davide, hai realizzato una riscrittura del romanzo che prevede molti cambiamenti. Ce ne parli?
Sì, è un testo che vede sostanziali modifiche, perché, partendo da Moby Dick, il ripercorre la storia di grandi uomini che hanno affrontato grandi sfide: infatti parliamo con le parole di Shakespeare, di Artaud, del Don Giovanni. E’ un percorso di coloro i quali hanno navigato nel mare della conoscenza fino al punto da diventare incoscienti.

Non hai recuperato tutti i personaggi del romanzo. Chi resta?
In scena ci cono solo due personaggi, Ismaele e Achab, pertanto il rapporto tra i personaggi è completamente diverso: Achab diventa un padre di Ismaele, ma un padre orientativo, che sostituisce quello che lui ha lasciato; così come Achab ha lasciato suo figlio. Sono due facce della stessa medaglia, speculari a loro stessi. Sono un ciclo della vita tra l’adulto andante e il giovane impetuoso. Li accomuna un grande desiderio di scoperta.

 

 

Il mare del testo di Melville si è prestato a varie interpretazioni, ad esempio come metafora dell’inconscio. Tu in che chiave lo leggi?
Più che il mare dell’inconscio è il mare del seguire il proprio sogno fino al limite dell’eccesso, coscienti di lasciare alle proprie spalle anche morti e feriti, perché non c’è bene più grande del bene dell’umanità. E’ la ricerca spasmodica dell’essere umano che si spinge oltre i suoi limiti fisici cercando di superarli. È una condizione che ha accomunato anche grandi uomini di cultura, come nel caso di Mejerchol’d che sopravvive alle torture russe, Artaud che resiste alle terapie violente in manicomio: riuscendo a superare i limiti del proprio corpo, tutto diventa possibile.
Ho scritto che la balena non è così lontana dalla luna e la luna non è così lontana da noi, perché la grande utopia è ciò che spinge l’uomo a superare se stesso, come quando si lavorava alla Cappella Sistina cercando Dio: è la forza dell’essere che in questa ricerca tenta di trovare l’altro.

E in Achab vedi questo? Non vedi anche una persona estremamente arrogante? E’ un uomo che porta alla morte il suo equipaggio…
Più che un arrogante, Achab è un uomo che si è obbligato a non vedere null’altro se non il proprio scopo. Achab stesso dice: una mattina di trent’anni fa io ho ucciso la mia balena. Ma quanto è felice Achab? Dice anche: Io, a casa, avrei potuto avere pane fresco, cibo, invece ho scelto pane freddo e salato. Ho lasciato una moglie quando potevo essere felice. Ho fatto dei sacrifici enormi: per che cosa? Per quell’obiettivo.
Che cos’è la balena? E per di più bianca? Achab non è arrogante, è semplicemente concentrato, determinato, al limite della pazzia, come lo è il Don Giovanni quando sfida persino il diavolo. Come lo è l’Amleto, che si spinge fino al punto di sfidare le stelle. È una grande sfida fino al punto più estremo. La domanda che uno dovrebbe fare agli altri è: ma tu saresti disposto ad essere Achab? A lasciare tutto per inseguire il tuo sogno?

E’ veramente necessario essere un Achab e lasciare tutto? Non è necessario lasciare tutto, ma è necessario non arrendersi mai. Non arrendersi non è un diritto, è un dovere.

 

1530519929

 

Hai scelto, come titolo, Moby Dick la bestia dentro. Perché?
La balena bianca che cerchiamo noi non è, come anche nel testo originale, fuori. E’ un animale, ma che vive nell’uomo. Infatti il primo monologo parla di due mondi nel fondo dell’uomo: il primo emerso, il secondo subacqueo. Il primo appartiene alla coscienza, il secondo all’inconscio; il primo riguarda le cose che facciamo, il secondo il perché facciamo quelle cose e perché ci muoviamo nel mondo in questo modo. È una balena interiore che accomuna Molière, Shakespeare, Artaud e i vari personaggi che hanno animato il testo.
Questa estate hai portato in scena un altro mare con il tuo Ulisse l’emigrante. Che mare era? Quello era un mare che nasce nel notte dei tempi e continuerà a bagnare fino alla notte dei tempi. E’ la ricerca e l’arrivo, lo sbarco: è un mare modernissimo proprio nella sua forma classicheggiante. Abbiamo riletto tutto il mito di Ulisse riportandolo ai giorni nostri, dove Eolo, nella sua casa bianca dalla quale gestisce i venti a suo piacimento, diventa Trump. Dove l’Europa condanna i poveri che arrivano dalle sponde opposte, li tratta come stranieri e come ladri, ma loro hanno semplicemente fame. L’Odissea è un testo che, ancora oggi, ci racconta quanto sia difficile navigare, ma anche quanto sia difficile, poi, essere accolti. Quando si è utili per una causa, allora si parte con una flotta di trenta navi per andare a distruggere Troia. Si è però soli quando si deve tornare a casa, mentre la tua casa è piena di uomini che vogliono possedere tua moglie e stuprare la tua terra durante la tua assenza. Allora si cerca un’Itaca. Ma dov’è quest’Itaca? Fondamentalmente Itaca è a casa e in ogni luogo: come ogni cittadino è sempre un cittadino, ogni uomo è sempre un uomo.

Ricorda molto Calvino… Calvino è stato un liberatore. Parte dal presupposto che le città non esistono, così come per me non esistono i Paesi. Io credo in un rapporto europeistico e questo è quello che mi ha spinto a mettere in scena, con la grande forza della musica di Alfio Antico e l’interpretazione straordinaria di Francesco Montanari, questo progetto, questo emigrante totale che è il nostro Ulisse.

Hypatia

 

moby-dick-la-bestia-dentro-1536673351