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Karmamoi, sulla breccia del prog rock 

Musica

Karmamoi, sulla breccia del prog rock 

Intervista di Domenico Paris

Dopo averli ascoltati dal vivo al “Progressivamente Free Festival” dello scorso settembre ed aver ammirato le bellissime canzoni che compongono la loro ultima fatica discografica, The day is done, ci siamo fatti raccontare dal loro chitarrista Alex Massari come vanno le cose in casa Karmamoi, ormai da una dozzina di anni sulla breccia del prog rock tricolore e non solo.

Innanzitutto: la formazione di The day is done è da considerare la line up stabile della band o i Karmamoi continuano ad essere un progetto tuo e del fondatore Daniele Giovannoni?

Al momento sono ancora fondamentalmente un nostro progetto, però il quartetto dell’album ha una sua stabilità. Negli album precedenti abbiamo cambiato spesso diversi elementi, soprattutto per quanto riguarda gli interpreti dietro il microfono. Diciamo che adesso stiamo molto bene, ecco.

Da dove è nata l’idea di scrivere un concept album sulla tragedia della Grenfeel Tower di Londra (un catastrofico incendio avvenuto il 14 giugno 2017 in un grattacielo situato a North Kensington nel quale morirono ben 72 persone, tra cui due ragazzi italiani, Marco Gottardi e Gloria Trevisan)?

Inizialmente non eravamo partiti con un progetto così chiaro. L’enorme lutto provocato da questo evento ci aveva colpito molto ed avevamo pensato di scriverci una, al massimo due canzoni su, tanto più che la maggior parte del materiale strumentale era stato già composto. Poi, le cose sono venute invece fuori in modo spontaneo e siamo arrivati alla forma concept. Delle parole si è occupata Sara Rinaldi, che vive a Londra e che meglio di tutti noi poteva captare nell’aria le vibrazioni suscitate da questa sciagura. Non dimentichiamo poi che anche Daniele ha un rapporto molto forte con la capitale inglese avendoci vissuto per diverso tempo.

Nella vostra release è possibile cogliere degli echi pinkfloydiani molto forti. Il gruppo di Waters e compagni è la vostra fonte di ispirazione principale o no? Ci dici qualcosa del vostro bagaglio musicale?

Sì, la matrice è piuttosto evidente, soprattutto nei suoni della mia sei corde. Che dirti, noi proveniamo da influenze e background variegati: io amo molto i chitarristi dei tardi Sessanta e Settanta come Hendrix, Clapton e Gary Moore, mentre Daniele ama un altro tipo di rock e anche certo pop d’autore. Quando componiamo, cerchiamo di essere sempre piuttosto equilibrati rispetto a questi nostri punti di partenza differenti e di amalgamare le nostre “anime” in un modo che risulti soddisfacente per tutti e due. Ti direi quindi che lo “sbilanciamento” floydiano che hai riscontrato non è frutto di premeditazione ma un dato di fatto che ci siamo limitati ad acquisire e basta. Inutile, ovviamente, sottolineare quanto li amiamo. Però, secondo me, nel disco ci sono altre componenti, per esempio suoni e architetture che rimandano ai Porcupine Tree.

I componenti dei Karmamoi attuali vivono in tre città differenti (Roma, Milano e Londra). Come avete affrontato il processo compositivo e quello di registrazione?

Eh, tutto molto complicato! In fase di scrittura, abbiamo lavorato quasi sempre attraverso uno scambio di file via mail. Partivamo da uno spunto e lo sviluppavamo separatamente per poi ricomporlo in una bozza di arrangiamento. Arrivati a quel punto, trovavamo modo di vederci di persona, perlomeno noi tre strumentisti, e portare la canzone ad una fase di avanzamento più o meno definitiva. In un secondo momento, abbiamo inciso tutte le parti di basso di Alessandro Cefalì e quelle vocali di Cefalù a Roma, dopodiché, approfittando di una trasferta oltremanica mia e di Daniele per una serie di concerti, abbiamo affittato uno studio ad Oxford, dove, grazie all’ausilio di Mark Tucker (che può definirsi senza problemi il vero produttore dell’album), abbiamo messo dentro il resto e missato. A mio modo di vedere, ne è venuto fuori un ottimo lavoro, di certo molto più accurato a livello di resa rispetto ai suoi predecessori.

A proposito, come è nata la collaborazione con Sara Rinaldi?

Daniele registrò le parti di batteria per una canzone del suo progetto, gli Alice in the Cruel Sea, e rimase colpito dalle sue possibilità espressive, pensando che sarebbe stata perfetta anche per i Karmamoi, che in quel momento si trovavano sprovvisti di una voce. Mi partecipò di queste sue impressioni, provammo e, sì, il timbro di Sara era perfetto per quello che volevamo fare in The day is done.

Vi siete esibiti in diverse, prestigiose venues europee e anche al Rosfest di Saratosa, Florida, un contesto di assoluta eccellenza per chi suona il vostro genere: dall’immediato futuro vi aspettate magari un tour più esteso? So che state lavorando su nuovo materiale…

Sì, siamo occupati nella realizzazione del nuovo disco, effettivamente. Per quanto riguarda il suonare con maggiore frequenza, che dirti? Noi siamo sempre pronti con le valigie in mano per andare dovunque ci sia possibilità di esibirci, anche se oggi come oggi non è facile programmare un tour vero e proprio. Soprattutto per chi, come noi, gestisce quasi tutto “in solitudine” con  il solo (prezioso) aiuto di due amiche-promoter, Marina Montobbio e Octavia Brown. Speriamo soprattutto che in futuro ci sia una produzione in grado di supportarci meglio sotto tutti i punti di vista, non solo sugli spostamenti.

Dopo aver partecipato alla vostra ultima gig romana al Planet, mi domandavo come mai, almeno dal vivo, non utilizziate un session man per le tastiere, che sembrano avere grande importanza nell’economia del vostra proposta musicale?

Ne abbiamo discusso più di una volta e sono d’accordo con te, però esistono anche altre considerazioni extramusicali. Economiche, innanzitutto: per inserire stabilmente un altro membro in formazione avremmo bisogno di un budget più certo e più adeguato. E poi anche umane: per essere il tastierista di un gruppo come il nostro, c’è bisogno di dimostrare un affiatamento non indifferente con gli altri, perché può capitare dalla mattina alla sera di dover partire per l’altra parte del mondo a suonare magari una sola data e con un cachet che potrebbe non essere sempre all’altezza delle aspettative. Insomma, ci sarebbe bisogno di una grande passione, innanzitutto. Vedremo.

A proposito di questo aspetto: ti sei mai chiesto come mai le prog rock band italiane siano spesso oggetto di venerazione all’estero, mentre da noi facciano una fatica terribile ad uscire dai circuiti underground e a rimediare date dal vivo?

Me lo chiedo tutti i giorni, purtroppo! E la risposta è che in Italia la situazione è davvero difficile per chi suona qualcosa di non mainstream. Non ne faccio neanche una questione legata a quello che proponiamo noi, dico solo che, a livello generale, chiunque si sforzi di fare qualcosa di diverso vada a sbattere contro lo scarso interesse delle radio e dei grandi network in generale. È stato sempre così, inutile girarci intorno. La gente ha poca voglia di scoprire, sperimentare, andare oltre con i propri ascolti. Lo ritengo un fatto proprio culturale, anzi, di arretratezza (o proprio mancanza) culturale. E quel che è peggio che oggi questo tipo di fenomeno si sta espandendo su scala globale. Tempi duri, altroché!

Prima di salutarci: oltre ai Karmamoi hai in piedi altri progetti?

Io faccio il musicista di mestiere e lo faccio davvero a 360 gradi. Suono come session man in diversi gruppi che gravitano in generi differenti. Proprio durante una di queste esperienze, con il tastierista Gianni Ferretti, ho conosciuto Daniele. Siamo diventati subito amici e, dopo quella collaborazione, abbiamo pensato di mettere su qualcosa insieme. In più, lavoro molto anche in studio e come insegnante. Fino quando è stata in piedi, poi, ho scritto anche per la rivista specializzata “Chitarre” con la quale ho collaborato per oltre 15 anni. Insomma: musica, musica e ancora musica tutti i giorni della mia vita!

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