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Intervista esclusiva con Enzo Avitabile, l’artista dalla Pelle Differente.

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Intervista esclusiva con Enzo Avitabile, l’artista dalla Pelle Differente.

Sarà il 9 aprile in concerto all’Auditorium Parco della Musica. Canta in napoletano con i big della musica internazionale e spazia dalla classica al soul, dall’italiano allo swahili. ‘Non importa, sono tutti suoni di un’unica razza umana’

E’ appena uscito Pelle Differente, il primo best of della sua carriera: con due inediti, tra cui  Il coraggio di ogni giorno, presentato a Sanremo con Peppe Servillo. Pelle Differente è una guida nell’universo musicale di Enzo Avitabile, un grande cantautore capace di muoversi tra i suoni del mondo, conservando una propria autenticità e sposandola con i ritmi e gli stimoli provenienti dagli altri popoli.

Questa l’essenza della sua musica: partire da forme codificate, per ritrovarsi in un nuovo linguaggio, che sfugge a qualsiasi definizione.
Ha vinto due premi Tenco, due David di Donatello, due Nastri d’argento, un Globo d’oro e un Ciak d’oro, ha partecipato all’ultimo festival di Sanremo, ha collaborato, tra gli altri, con James Brown, Tina Turner, Randy Crawford, Afrika Bambaataa, Pino Daniele, Mory Kante, Manu Dibango, Khaled, Franco Battiato, Francesco Guccini, David Crosby, Bob Geldof, Francesco De Gregori, Renato Zero, Giorgia, Mannarino, Caparezza, Paolo Fresu, Goran Bregovic.

In attesa di ascoltarlo il 9 aprile all’Auditorium Parco della Musica, noi di Postit lo abbiamo intervistato.

Ne Il coraggio di ogni giorno canti “Scrivo la mia vita….e ho gli stessi occhi di Scampia”. Quali sono gli occhi di un uomo di Scampia? Cosa vedono? Gli occhi di Scampia sono gli stessi occhi della città non frontale, quella che non si vede dal mare, gli stessi occhi degli out of sight, come diceva James Brown,quelli fuori dallo schermo visivo, gli stessi occhi di chi vive una situazione di svantaggio perché c’è qualcuno che vuole mantenere una condizione di degrado, gli stessi occhi di un bambino che sogna e che crede nei sogni e nelle probabilità, gli occhi delle periferie del mondo, delle periferie dell’anima, gli stessi occhi che guardano la straordinarietà della vita di tutti i giorni, gli occhi del tuo vicino di casa che fa fatica per arrivare a fine mese magari con un solo stipendio, con quattro figli, che fa fatica per far arrivare un figlio all’università, magari fuori sede.

In “Il coraggio di ogni giorno” canti Accetto il mio dolore. È il prezzo da pagare per stringerti le mani. In che senso accetti il tuo dolore? Perché è un prezzo da pagare? Non pensi che un uomo come te, che ha vinto, potrebbe mostrare agli altri come riuscire a fare lo stesso? Innanzitutto un testo non è sempre autobiografico. Quando uno scrive un testo, lascia una porta aperta e ognuno ci entra dentro come vuole. Io non ho niente da insegnare. E’ solo un messaggio, un inno alla vita, che nasce comunque e ovunque. E’ un incoraggiamento a tutti i signor nessuno che meritano il rispetto che spetta alla vita di ogni singolo individuo. Accetto il mio dolore vuol dire che riconosco la mia sofferenza come punto di partenza, come una goccia da cui si origina un oceano. Perché la Napoli che ha dato tanto al mondo, almeno vista da fuori, non sa dare a se stessa? Napoli è una megalopoli. Possiamo cambiare nome e non cambia niente. E’ un grande insediamento urbano che ha una storia antica alle spalle e che, fin dai tempi dell’antica Roma e della Grecia, ha dato tanto, anche a se stessa. Perché, alla fine, la Napoli che tutti vedono è la Napoli di Saviano? A me non interessa parlare di Saviano. Io parlo della Napoli non frontale. Le periferie di Napoli sono quelle che racconto da anni nei miei testi, a partire da Salvamm’ o munno a Tutt’ egual song’ ‘e criature a Black tarantella . Chi vuole conoscere la vera anima delle periferie di Napoli, la trova nelle mie canzoni, cantate in dialetto napoletano, dove racconto quella parte non visibile, forse meno commerciale, ma autentica, delle persone di questa terra. Io dico “lasciate che le vostre opere parlino di voi”. Ognuno fa un percorso, durante il quale magari ti ritrovi a dire certe cose, ad usare i territori come se fossero set cinematografici. Io credo che ognuno debba esprimere la sua opinione attraverso il suo operato. E’ inutile dire che ho un pensiero diverso dal tuo se non te lo dimostro con i fatti. Io conosco la mia periferia, quella che vivo, quella che frequento. Io ho scelto di rimanere a Napoli, frequento Marianella, Piscinola, Secondigliano, quella che è la mia terra di origine e ti garantisco che è una realtà completamente diversa. Quella che racconto nel De Profundis, quella che canto con Francesco Guccini. E’ una periferia un po’ meno far west, un po’ meno epopea della old America. Ma queste sono sensazioni che si possono solo trasmettere da persona a persona. Parlarne diventa retorica.

Uomini e donne hanno fame per colpa della guerra … Riflettiamoci su e fermiamo questa guerra distruttiva mano nella mano (Mane e mane). E’ il tuo messaggio a favore di un’unica razza, quella umana? Certo! Io sono un musicista, la mia fonte è Napoli e la musica Napoletana, che dai greci è arrivata a noi, ma poi la musica riesce ad andare oltre. La musica riesce davvero a dimostrare che esiste un’unica razza, quella umana. La musica è common ground, è terra comune. Chiaramente è importante conservare la propria identità. Io la chiamo contaminazione felice. Se ognuno di noi ha chiara la sua identità, quando si relaziona con gli altri, si verifica una contaminazione felice, dove io prendo da te e tu da me. Il vero problema è la colonizzazione e questo è pericoloso anche nei rapporti interpersonali, all’interno dei quali ognuno deve conservare la propria identità e unirsi in un terreno nuovo, un terreno comune. Questa cosa è ancora più vera nella musica, come diceva Mozart, per cui più voci diventano coralità. Questa torre di Babele che si crea, fatta di suoni, di voci, di fonemi, di rituali, di popoli della terra, diventa una disarmonia armonica.

Tu sei un grande artista che è arrivato a suonare con musicisti di fama internazionale. James Brown, Pino Daniele, Tina Turner, Franco Battisti, José Feliciano, Bob Geldof solo per citarne alcuni. Cosa ti hanno dato e cosa hai dato tu a loro? Ho dato le mie miserie, i miei sogni, i miei desideri, la mia fede. Quando riesci a realizzare un tuo desiderio, un tuo obiettivo, e riesci ad affidarti alla tua vita, quando tu conosci la via per realizzare qualcosa a cui tu ambivi fortemente, impari a ringraziare la vita per averti dato la possibilità di fare questa esperienza e diventa un’esperienza di gioia.

Qual è la canzone che più ti rappresenta? Non può esistere, perché ogni canzone rappresenta un momento importante. Se non ci fosse stato Soul express, non poteva esserci Don Salvatò; se non ci fosse stato Mane e mane non poteva esserci Il coraggio di ogni giorno. Una ne prepara un’altra, sono i pioli di una scala, che sale e scende. Come la vita.

Enzo non è un italiano all’estero, non è un cervello in fuga, è un cittadino del mondo che vive nella sua città, che non ama standardizzazioni e sensazionalismi, un uomo che sa ascoltare e condividere, che ha fatto tesoro di tutto ciò che la vita gli ha offerto, nel bene e nel male. Non critica e non si lamenta. Ama la vita così com’è, per il semplice fatto che ti è stata data la possibilità di viverla.

Alessia de Antoniis

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