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Intervista a The Niro

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Intervista a The Niro

A quel nome che continua a far tremare i cuori di milioni di persone a oltre quattro lustri dalla scomparsa, Davide Combusti, in arte The Niro, è stato accostato fin dai primi anni della sua carriera. Merito di una voce straordinaria e di un songwriting che, dall’EP d’esordio “Ordinary Man” in poi, lo ha visto consacrarsi nel panorama della musica italiana e internazionale guadagnando prima supporting acts prestigiosi (Deep Purple, Amy Winehouse, Lou Barlow e Isobel Campbell) e poi un nutrito stuolo di fan e ammiratori in ogni angolo del globo. Tra questi ultimi, molti illustri colleghi che hanno riconosciuto nelle composizioni del cantante-chitarrista romano la scintilla creativa del cavallo di razza. Come il grande Gary Lucas, universalmente celebrato quale geniale e inimitabile maestro della sei corde e altrettanto universalmente noto per aver firmato insieme a Jeff Buckley due delle tracce più amate di “Grace“, l’omonima canzone e Mojo Pin. Ebbene, proprio Lucas in persona, alla fine dello scorso anno, ha pensato di chiamare alle armi The Niro e la sua ugola per un progetto ambizioso che farà la gioia di tutti coloro che, nonostante siano ormai passati più di quattro lustri dalla morte del cigno di Anaheim, continuano a celebrarne la magia: il prossimo autunno, infatti, vedrà la luce “The complete Jeff Buckley & Gary Lucas songbook“, una raccolta di tutto il materiale audio scritto dal duo durante l’esperienza nei God and Monsters (e non solo), comprensiva di ben cinque inediti.

Ma lasciamo che sia Davide a raccontarci come sono andate le cose.

“Tutto è nato da una fortunata coincidenza: dopo un concerto di Lucas di qualche anno fa a Bologna, Gigi Pastore, collaboratore dell’etichetta indipendente La Fabbrica, conobbe questo fantastico musicista e venne a sapere che aveva grande desiderio di tornare ad esibirsi nel nostro paese. Voleva farlo però con un cantante in grado di interpretare quello che lui aveva scritto con Jeff Buckley. Gigi gli fece il mio nome e lui, incredibilmente, gli disse di avermi ascoltato più volte e di apprezzare molto quello che facevo. Da quella prima “triangolazione” in poi, le cose hanno preso il volo: Lucas, infatti, mi spedì un We Transfer con il materiale che avrebbe avuto voluto suonare. Provate a immaginare la mia sorpresa quando, aprendolo, oltre ad ascoltare delle canzoni già conosciute o diffuse in rete, scoprii che ce n’erano alcune mai comparse in precedenza! Quando mi sono imbattuto nella prima, una stupefacente traccia lunga dodici minuti, ho cominciato a realizzare con la dovuta cognizione di causa la portata della proposta e mi sono deciso ad accettare. E da quel momento in poi tutto è filato di conseguenza. Lucas mi ha affidato la realizzazione artistica del progetto per potersi concentrare sulle sole chitarre, così io ho tirato dentro l’amico e produttore Francesco Arpino, che a sua volta ha coinvolto Pierre Ruiz con la sua Esordisco e il progetto ha preso definitivamente corpo.”

Come avete lavorato con Lucas? Avete registrato tutto in Italia o c’è stata una parte del lavoro di studio assemblata a distanza? No, il disco è stato realizzato interamente in Italia. Alla fine dello scorso anno, lui è venuto a Roma e in una decina di giorni abbiamo inciso tutte le tracce, ripartendo completamente da zero anche per quelle che nel corso degli anni sono già comparse in raccolte e bootleg vari. Per cinque episodi poi, oltre alla versione studio, abbiamo buttato giù anche delle versioni live, che adoro. Io, oltre a tutte le voci principali, ho suonato qualche piccola parte di chitarra e co-prodotto la release insieme a Francesco Arpino.

Cosa hai provato quando hai potuto lavorare su dei pezzi inediti di un musicista iconico come Jeff Buckley? Certamente è stato un grande onore, ma ho anche avuto la possibilità -finalmente, direi- di poter dimostrare che, al di là degli accostamenti tra noi sempre messi in evidenza dai media fin da quando ho iniziato, i nostri modi di esprimerci in musica sono molto personali e differenti. Ho sempre pensato che “clonare” un altro, in particolar modo un mostro sacro come Jeff, sia un’operazione piuttosto sciocca per chi accetta di metterla in pratica. Bisogna invece trovare una propria chiave espressiva, essere in qualche modo sempre distaccati. Non per mancanza di rispetto, sia chiaro,  ma perché è fondamentale essere creativi e consapevoli di quello che si sa fare e di come lo si vuol fare. Quando uscirà il disco, sono sicuro che chi avrà la bontà di ascoltarlo si renderà perfettamente conto che non è in alcun modo un esercizio di maniera e che dietro al microfono ci sono io. Piuttosto, sono contento di aver potuto prendere parte ad un progetto di questo tipo per altre due ragioni: la prima è ovviamente legata alla straordinaria qualità delle composizioni e la seconda al fatto che, collaborando con un artista così eclettico e ricercato come Lucas, mi sono sentito estremamente rivitalizzato e motivato a scrivere in modo personale, quand’anche questo dovesse presupporre una certa complessità e ricercatezza lontana dagli attuali standard mainstream.

Dove e come si colloca quindi questo disco nella tua produzione? Al momento non è facile neanche per me capirlo, ma so al cento per cento che sarà molto “The Niro”, dunque si porrà in una naturale condizione di continuità ed evoluzione rispetto al passato. Pur non potendo entrare nei dettagli di tutto quello che si potrà ascoltare, penso che chi ci si accosterà, rimarrà molto sorpreso dai fraseggi messi su dalla chitarra di Gary con la mia voce.

Se non puoi sbottonarti troppo in questo senso, puoi almeno dirci se stai preparando qualcosa di nuovo che seguirà questa esperienza di coppia e l’EP digitale “Homemade”?

Certo! Prima di iniziare a lavorare con Lucas, avevo praticamente quasi ultimato un mio nuovo disco, che finirò quanto prima e che, come per “1969“, sarà caratterizzato da testi in italiano. So che è passato un bel po’ di tempo da quell’ultima release, ma io, al di là dei live, non me ne sono certo rimasto a braccia conserte a livello compositivo. Purtroppo, certi processi sono stati rallentati anche da un periodo personale poco felice, con la scomparsa di mia madre e del mio primo produttore Gianluca Vaccaro. Adesso, però, il peggio è passato e sono pronto a tornare in pista sulla lunga distanza.

A dieci anni abbondanti dal tuo debutto, come ti sembra cambiata la musica e come ti senti cambiato tu come musicista? Io personalmente non mi sento per niente diverso dai miei esordi. Certo c’è un po’ di esperienza in più, è chiaro, ma mi sento proprio come allora. Per quanto riguarda la musica più in generale, direi invece che negli ultimi tempi la componente “pop”  mi sembra che abbia preso decisamente il sopravvento rispetto a quando ho cominciato io: alla fine del primo decennio del Duemila, infatti, le etichette, soprattutto quelle indipendenti, rischiavano molto di più rispetto ad oggi, dando spazio a musica più coraggiosa, più complessa, più… avanguardistica, ecco.

Che ascolta The Niro, di questi tempi? Mah, a parte i soliti vinili di una vita, Bon Iver, Ben Howard, Sufjan Stevens, gli I am Kloot. Non ho avuto molto tempo di allargare i miei orizzonti ultimamente, ad essere sinceri.

Per concludere, la domanda forse più importante: è previsto un tour di supporto per  “The complete Jeff Buckley & Gary Lucas songbook”? La prima data, quella della presentazione ufficiale (immediatamente dopo la quale, il disco uscirà nei vari store fisici e digitali), sarà il 20 settembre al The Cutting Room di New York. Non so se ci sarà qualche possibilità di anticipazioni italiane, ma sono invece certo della volontà da parte mia e di Gary di voler suonare il più possibile queste canzoni, quindi sì, aspettate di sentirci prima della fine dell’anno. Intanto, per tutti coloro che sono a Roma, ci vediamo il prossimo 3 luglio per una gig al Lanificio.

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