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Intervista a Mariné Galstyan. In scena la vita che non si arrende, nonostante il dolore.

Mariné Galstyan sarà la protagonista dall’8 al 18 marzo al Teatro Sala Uno dello spettacolo – in prima nazionale – Se la terra trema, scritto e diretto da Maria Inversi.

Marine-Galstyan

Quella che va in scena al Teatro Sala Uno è una storia universale, perché non importa quale tragedia ci colpisca, l’importante è saperla usare per trasformare in positivo la nostra vita. Incontriamo la protagonista, Mariné Galstyan, unica interprete dello spettacolo.
Mariné interpreta una donna che trasforma il veleno della tragedia subita, in gratitudine per la vita che ancora ha. Non cerca quella giustizia che spesso è sorella della vendetta, ma vuole solo ricordarci che il nostro cuore non è fatto per odiarci l’un l’altro e che le nostre mani non servono per sgozzarci a vicenda.

Lei è attrice e ballerina di danza classica e di tango. La danza è un linguaggio universale. Va al di là delle parole e della loro comprensione. Quale dei due linguaggi trova più espressivo? Io ho fatto sia danza che l’accademia di teatro e cinema. Ho fatto spesso spettacoli dove c’era la parte recitata insieme alla danza. Per me sono uguali, non vedo la differenza. L’importante è il messaggio. E’ stato così anche quando studiavo e i miei professori non riuscivano a capire quale fosse la strada giusta per me.

Che tipo di donna è la protagonista di “Se la terra trema”? E’ una donna che si risveglia dopo un disastro che, volutamente, non è specificato e che può essere un aereo abbattuto o una città rasa al suolo da un terremoto. Ha perso la memoria ed è diventata cieca. E’ una donna molto forte, molto coraggiosa, presenta molteplici sfumature e, nonostante la tragicità della sua situazione, trasmette un messaggio positivo. Grazie ad alcuni frammenti di memoria, che via via recupera, crea un legame con il suo passato, con le sue radici, e scopriamo che lei è un’immigrata. E’ una donna che simboleggia elementi forti: il legame con la propria terra, che i migranti sono stati costretti a lasciare, l’essere vittima di avvenimenti più grandi di noi, davanti ai quali siamo costretti a reagire. Nonostante tutto, lo spettacolo è caratterizzato da una forte positività. La protagonista dice che vuole vivere e che ama la vita, anche se non potrà più vedere. La forza che dimostra è, secondo me, molto importante ed è il vero messaggio che vorremmo inviare ad ogni persona che verrà a vedere questo spettacolo.

La donna che lei porta in scena, quindi, è senza memoria e senza vista. Quanto è importante, invece, in questo particolare momento storico, avere memoria e buona “capacità visiva”? Dipende da cosa intendiamo per vista, perché spesso le persone guardano ma non vedono. Così come è importante la memoria. Voler vedere e ricordare è fondamentale. Io sono di origine armena, appartengo alla terza generazione dal genocidio accaduto all’inizio nel 1915; i miei bisnonni lo hanno subito. Per me la memoria è fondamentale, perché è un deterrente a compiere altri atti criminali, disastrosi, che purtroppo continuano ad accadere. Finché la memoria vive, la paura che certi orrori si verifichino nuovamente diventa un fattore positivo.

Già nel 1915, lo storico inglese Arnold J. Toynbee, funzionario del Ministero degli Esteri inglese, denunciava un milione e ottocentomila vittime armene da parte del governo turco. Il pontefice Francesco I ha apertamente usato la parola genocidio durante la sua visita in Armenia nel 2016, definendolo il primo grande genocidio del nuovo secolo, incontrando poi la dura opposizione del governo di Ankara. Eppure Erdogan è stato recentemente accolto in Vaticano. Stiamo toccando un argomento molto doloroso. Io e il mio compagno Sargis Galstyan, con la compagnia italo-armena Incontroverso,  abbiamo realizzato lo spettacolo che si chiama Il grande male, uno spettacolo civile dedicato al centenario del genocidio armeno.
Il papa ha fatto un gesto generoso a parlare di genocidio, ma sono passati cento anni. Andava fatto molto prima. E’ stata usata la parola genocidio e ciò ha suscitato reazioni forti, ma poi non è cambiato nulla e il Paese che ha compiuto quel crimine ancora lo nega. Il resto è solo un gioco politico.

Nella fiction che andrà in onda su Raiuno, con Beppe Fiorello, ispirata alla vera storia del sindaco di Riace Mimmo Lucano, per la Regia di Giulio Manfredonia, Tutto il mondo è paese , lei interpreta la signora Sharif, moglie di un rifugiato curdo, facente parte del primo gruppo di emigrati arrivati a Riace. Lei è  armena e interpreta una donna curda. Ha avuto delle difficoltà? Come artista io non devo mai avere questi problemi. In ogni popolo ci sono persone positive e negative. Il genocidio armeno è durato vent’anni e il popolo curdo è stato prima usato e poi massacrato come noi. Tanti curdi hanno aiutato gli armeni in quegli anni. Siamo stati tutti delle vittime di un crimine mostruoso organizzato dal governo turco.

Come artista, ha qualche progetto che vorrebbe realizzare per dare il suo contributo in questo momento di forti rigurgiti razzisti? Oltre allo spettacolo La terra trema, continuiamo a proporre ai teatri Il grande male, uno spettacolo dal valore immenso. Abbiamo poi un progetto che presentiamo nelle scuole che si chiama La storia attraverso le scuole: è una lezione di storia raccontata e rappresentata ai giovani, che possono così ricevere un messaggio più immediato attraverso la recitazione. Il nostro obiettivo è quello di far conoscere il genocidio armeno, in attesa che venga trattato anche sui libri di scuola. L’arte è un mezzo potente e va usato nel modo corretto.

Martin Luther King era spaventato dall’indifferenza dei buoni più che dalla violenza dei cattivi e questo spettacolo di Maria Inversi è un esempio di come l’arte, se usata correttamente, sia un potente mezzo per superare il muro dell’indifferenza e dell’ignoranza e per contribuire a creare nuove coscienze.

Alessia de Antoniis