Connect with us

Intervista a Lorenzo Moretti dei Giuda

ARTICOLI

Intervista a Lorenzo Moretti dei Giuda

Dopo l’affollato concerto che li ha visti protagonisti sul palco di Villa Ada lo scorso 22 giugno accompagnati dai The Winstons, abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Lorenzo Moretti, chitarrista e principale compositore dei Giuda, la rock band romana da poco tornata sul mercato discografico con il nuovo, attesissimo “E.V.A.”.

“E.V.A.” segna una svolta importante sia rispetto a “Speaks Evil” che a “Let’s do it again”. L’uso dei sintetizzatori e di arrangiamenti più articolati ha, se non cambiato il volto dei Giuda, hanno quantomeno definito nuovi orizzonti sonori per il gruppo. Puoi raccontarci come è andato il making of dell’album? Se c’è una cosa che mi rende orgoglioso dei nostri dischi è che non sono mai fotocopie l’uno dell’altro. Trovo sia giusto che l’ascoltatore non sappia cosa aspettarsi, dove andrà a parare un disco dei Giuda. Per esempio se “Speaks Evil” suonava evidentemente bluesy, “E.V.A.” è un lavoro molto più cupo e molto più punk. La linea compositiva è piuttosto uniforme e, se ascolti l’ellepì nella sua interezza, ti rendi subito conto di questa nostra impostazione. Il lavoro in studio è stato particolarmente veloce ed agevole, grazie anche all’ormai lunga esperienza live che abbiamo maturato nel corso degli anni. Abbiamo registrato le tracce in due soli giorni senza overdub e incidendo separatamente solo le voci.

Il concept spaziale di questo vostro quarto full lenght, al di là della vostra passione per la fantascienza, vuole veicolare qualche messaggio in particolare? Dentro “E.V.A.” c’è tutta la nostra passione per la fantascienza, sì, soprattutto quella legata a certi b-movie italiani (quelli di Bava su tutti) e poi anche per John Carpenter. Nel corso dell’ultimo anno, ho avuto la fortuna di lavorare come consulente musicale per una bella trasmissione su Rai 3, “Prima dell’alba”, condotta da Salvo Sottile, e questo mi ha dato la possibilità di approfondire molto la mia conoscenza delle colonne sonore legate al genere e ha sicuramente influenzato la stesura delle canzoni. In ogni caso, al di là della tematica immediatamente identificabile, per noi la fantascienza è anche una sorta di metafora, da intendere come viaggio, evasione. Lo spazio è stato anche un pretesto per affrontare tematiche più delicate, per parlare del momento storico che stiamo vivendo in cui l’incontro tra diverse culture è visto con paura più che come un’opportunità da cogliere.

Negli Stati Uniti  avete una nuova, prestigiosa distribuzione da parte della Burger Records. Credi che possa rappresentare un punto di svolta definitivo e aiutarvi a diventare la prima rock band italiana a farcela davvero sull’altra sponda dell’Atlantico?Da quando siamo stati lì la prima volta, i consensi nei nostri confronti nel corso degli anni sono aumentati in modo esponenziale e, sì, il contratto con una realtà prestigiosa come la Burger Records può rivelarsi decisivo per crescere ancora in termini di popolarità, soprattutto se il tour che intraprenderemo da quelle parti a partire dal 5 settembre, e che ci porterà in tutte le zone del paese con ben 27 date, dovesse andare bene. La Burger ci sta permettendo di passare nelle programmazioni di tantissime radio universitarie che negli Stati Uniti hanno sempre rappresentato una tappa fondamentale per tutte le band che si sono affermate dopo aver magari tanto seminato. E noi è dal 2012 che attraverso i nostri live stiamo seminando. Abbiamo registrato diversi sold out, suonato con mostri sacri della musica come Devo e Damned e ci siamo esibiti in contesti prestigiosi come il Burger Boogaloo. Sì, speriamo proprio che “E.V.A.” ci faccia compiere il passo decisivo!

Nelle prime date italiane ed europee all’uscita de disco quale differenze di approccio al live stai riscontrando rispetto al passato? E cosa è cambiato con l’innesto della nuova sezione ritmica nell’economia dei vostri concerti? “E.V.A”., come ti dicevo già a proposito del suo processo di registrazione, è un disco bello e facile da suonare dal vivo, è per questo motivo che nella nostra scaletta attuale ben 5 pezzi provengono da lì. Ma è anche un disco che ha cambiato notevolmente il nostro approccio. L’aspetto più evidente di ciò è la grande importanza data ai sintetizzatori, che sul palco vengono suonati da Tenda, e che, dopo tre anni di tour ininterrotti per Speaks Evil, hanno portato una ventata di novità e aperto nuovi scenari sonori per la nostra dimensione-concerto. Per quanto riguarda i nuovi innesti, che dirti? Sia Alex che Mattia hanno reso il nostro sound ancora più compatto e granitico. Credo che, come live band, questo sia il nostro massimo momento di forma, siamo una vera e propria “macchina da guerra”.

Tu sei il compositore principale dei Giuda: come fai a capire quando il riff o un accenno di una strofa possono poi trasformarsi in quelli giusti e finire su disco? La risposta è molto semplice: quando funzionano di primo acchito in sala prove. Quello è il solo e unico vero banco di prova per ogni nostra ispirazione. Se funziona lì, se “gira” lì, allora vale la pena lavorarci su e dargli una forma definitiva. I nostri pezzi sono fatti per essere suonati dal vivo.

Di fronte a certe concessioni verso sonorità più “addomesticate” e poppy,  fatte da molti gruppi rock o presunti tali, qual è la tua opinione? Più che altro, pensi che ci debba essere una posizione ferma da prendere per non farsi snaturare? La musica oltre ad essere la nostra passione è anche il nostro lavoro, ma arrivare a poter vivere di musica non è stata certo una passeggiata! Come dicono gli AC/DC, “It’s a long way to the top, if you wanna rock ‘n’ roll“. In questi dodici anni di attività, ne abbiamo passate di cotte e di crude, ma siamo riusciti a ritagliarci il nostro spazio grazie al supporto dei fans, degli amici e soprattutto delle nostre compagne. Non c’è mai stata un’occasione in cui ci siamo tirati indietro quando si è trattato di fare armi e bagagli e rimbalzare come trottole da una parte all’altra dell’Italia o dell’Europa. Siamo sempre stati fuori moda e fieri di esserlo, coltivando la nostra identità senza scendere a compromessi. Mai!

Da appassionato di musica, oltre che musicista, dove vorresti suonare un giorno? Mi piacerebbe tantissimo suonare in Giappone, credo che sia il posto adatto per noi ma, fino ad ora non si è ancora presentata l’occasione giusta per farlo. Comunque, nonostante non abbiamo ancora avuto la possibilità di esibirci da quelle parti, abbiamo già un ottimo seguito. A riprova di questo, voglio raccontarti anche un aneddoto: qualche anno fa sono andato in vacanza a Tokyo e, entrando nel bar più fico e rock ‘n’ roll della città, il barista, sentendomi parlare, mi ha chiesto se fossi Italiano e, subito dopo, mi ha confessato il suo amore per i Giuda!.  “E.V.A.”, tra l’altro, è stato commercializzato in Giappone dalla Trooper Entertainment, magari questo ci aiuterà ad arrivare anche lì.

Cosa ne pensi di questo proliferare di biopics su star della storia del rock in un periodo in cui, parallelamente, le vendite di dischi con certe sonorità sono drammaticamente crollate? Non ti sembra un controsenso difficile da interpretare? Probabilmente questo fenomeno  è dovuto ad un fattore “nostalgia” reso oggi ancor più forte ed evidente dalla mancanza di artisti di livello che rappresentino, per così dire, l’immaginario rock’n’roll su grande scala. Dunque, ad assolvere a questa funzione rimangono solo gli eroi del passato. Per quanto riguarda il crollo delle vendite, direi che è stato internet a cambiare drasticamente le carte in tavola. Da ragazzino, l’acquisto di un disco era per me e per la quasi totalità dei miei coetanei una conquista e una tappa obbligata. Quando ne compravo uno, lo ascoltavo fino a consumarlo, imparando a memoria perfino le liner notes all’interno della copertina. Oggi si può avere tutto, gratis e alla velocità della luce. Direi che c’è una gran bella differenza.

Alla luce di questo, qual è, se c’è, la ricetta di Lorenzo Moretti per “salvare” il rock e riportarlo a quella centralità nella storia della musica e del costume che per anni gli era appartenuta? La musica è stata fondamentale per me, ha cambiato la mia vita. Sono cresciuto in un posto  alle porte di Roma dove il massimo a cui i miei coetanei aspiravano era andare presto a lavorare per potersi comprare il macchinone. La musica mi ha reso curioso, mi ha fatto conoscere persone nuove, mi ha dato l’opportunità di viaggiare e di uscire fuori da quel contesto ottuso e provinciale. Non ho ricette per salvare il rock ‘n’ roll, ma posso dire che sono sempre stato concentrato su ciò che amo, su ciò che mi piace, senza fare troppe considerazioni sui funzionamenti delle logiche mainstream.

Non ho mai pensato o programmato un disco a tavolino ma ho sempre seguito l’istinto, anche al di fuori dei Giuda.  Proprio per questo, ultimamente, insieme a Tiziano Tarli (Sweepers, Illuminati), ho messo su un’altra “stranezza”, gli Zac, che alcuni amici inglesi hanno definito “quirky pop”, ovvero “pop strambo”. Presto il nostro primo disco vedrà la luce. Chissà, magari è la volta buona e diventiamo milionari!

 

Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

More in ARTICOLI

To Top