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Il 5, il 6 e il 7 ottobre La Bella Addormentata balla sul palco del teatro Olimpico

…mentre noi seguiamo il coreografo Fredy Franzutti e lo intervistiamo

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Venerdì 5, Sabato 6 e Domenica 7 Ottobre 2018, al Teatro Olimpico di Roma, il Balletto del Sud, ospite della Stagione della Filarmonica Romana, porta in scena uno dei suoi titoli di maggior successo: La Bella Addormentata,… in terra d’Otranto.
Lo spettacolo, che Vittoria Ottolenghi definì frutto di un’idea geniale, è ispirato alla favola Sole, Luna e Talia dello scrittore campano Giambattista Basile, antecedente alla favola di Perrault.

L’idea geniale che colpì la Ottolenghi, è del bravissimo coreografo Fredy Franzutti, con il quale abbiamo chiacchierato di danza e non solo.

Fredy, lei sarà al teatro Olimpico con La Bella Addormentata: cosa attira di più il pubblico, il titolo o il coreografo? E quale dei due è più importante?
La differenza la fa il coreografo, perché è come l’autore di un libro. Se si compra un libro di Isabell Allende o di Dan Brown lo si fa perché si è interessati a quello scrittore. Il coreografo, nella danza, dovrebbe essere importante come lo scrittore in letteratura. Era giusto quando, se giungeva in Italia la compagnia di Maurice Bejart, non importava cosa proponesse, si correva a vedere lo spettacolo . L’interesse dovrebbe, infatti, essere legato ai coreografi. In Italia la situazione è diversa da quella di altri Paesi europei.
La nostra cultura è influenzata da due grandi tradizioni, quali l’opera e la prosa: abbiamo pertanto due comportamenti che il pubblico segue quando deve scegliere anche uno spettacolo di danza. Il modello operistico, per cui è importante il titolo: la Traviata, Aida, Rigoletto. La conoscenza del direttore o del cantante è un elemento secondario. È il melomane che conosce i cantanti d’opera.
Dal lato della prosa, invece, conta l’interprete. Stasera c’è Gigi Proietti. Non importa cosa faccia. Sono gli attori che attirano il pubblico. Ripeto che la danza prevede un criterio differente: è il coreografo che decide come rappresentare un balletto. Il coreografo è legittimato, nel caso de La Bella Addormentata, anche a mettere in scena una ballerina che dorme per due ore. Anche la nostra versione di Bella Addormentata non è quella di Marius Petipa. Ma quanta parte del pubblico lo sa? Il coreografo può sicuramente fidelizzare il pubblico, ma è un lavoro duro, che richiede molto tempo.
Il discorso è un po’ diverso per chi raggiunge la notorietà tramite un format televisivo, grazie alla notorietà trasversale che viene dalla forza della televisione. Il coreografo del teatro, invece, raggiunge il suo pubblico, aumentandolo, facendo begli spettacoli e incidendo nel pubblico come una goccia nella roccia. Credo comunque che il pubblico italiano, oggi, vada a vedere il titolo, non il coreografo. Dobbiamo ancora lavorarci.

Lei ha citato i Format televisivi che parlano di danza. Perché, nonostante l’Italia sia una delle culle del balletto classico, un ballerino che viene da un format Mediaset, ad esempio , ha più successo di un altro che si esibisce negli enti lirici?
Mi permetto di correggerla, perché, da addetto ai lavori posso darle un punto di vista completamente diverso. La nota trasmissione “Amici”, ad esempio, ha influenzato una generazione facendo entrare la danza nelle case di tutti, facendo una grande operazione di diffusione.
Grazie a questi programmi, la danza maschile in Italia è molto più diffusa, perché la sua trasmissione ha sdoganato certi imbarazzi che erano legati alla danza classica maschile. In generale la ritengo un’operazione positiva. Qual è stato l’aspetto negativo? Ha creato nuovi divi, nel mondo della danza, che non sempre hanno trovato il loro spazio nella dimensione teatrale.
La danza amatoriale, della formazione, è cresciuta. Molti ragazzi si iscrivono ai corsi di danza per emulazione del ballerino visto in televisione; ma questo non influisce, come lei sta pensando, sul mondo del teatro.
Maria De Filippi ha prodotto delle macchine economiche soprattutto per la formazione, per gli stage, non per il teatro. I ragazzi di Amici fanno sold out quando diventano insegnanti e fanno corsi e lezioni in giro per l’Italia. Il pubblico generalista che guarda la televisione, non è comunque abituato ad andare a teatro. E il pubblico teatrale non sempre vede di buon occhio queste intromissioni.
La televisione diventa promozione della danza teatrale quando, ad esempio, trasmette un estratto degli spettacoli che si rappresentano in teatro o presenta un ballerino che ha già una sua notorietà teatrale. In quel caso la televisione promuove la danza con un sano apporto a quest’arte.
Per quanto riguarda il fatto che l’Italia sia la culla della danza, è vero, ma il pubblico rimane comunque legato di più alla danza classica e ai grandi titoli romantici, a discapito della danza ricerca, delle proposte, della danza contemporanea.
Credo con semplicità che molti dei nostri sold out della nostra compagnia siano dovuti alla programmazione romantica del repertorio che proponiamo: abbiamo sicuramente uno zoccolo duro di pubblico di ogni città che segue la nostra attività, ma una gran parte risponde al richiamo dei grandi classici di Čajkovskij, come Lo Schiaccianoci, La Bella Addormentata o Il Lago dei Cigni.

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A febbraio, all’Auditorium Parco della Musica c’è stato un incontro con Brigitte Lefèvre – già direttore dell’Operà di Parigi e direttrice del Festival di Danza di Cannes – che ha dichiarato che la scuola italiana è morta e resta quella francese. Perché in Italia non viene sostenuta la danza classica come accade in Francia?
Uno dei problemi della consapevolezza italiana è l’atteggiamento sciovinista dei francesi. Nessun italiano direbbe mai che la scuola francese è morta, mentre i francesi hanno la forza di dire queste frasi. Penso che neanche Carla Fracci lo farebbe. Sicuramente la signora Lefèvre dice questo perché è francese. Noi pensiamo sempre che quello che arriva dall’estero sia migliore: l’italiano è esterofilo mentre i francesi sono sciovinisti.
La nostra criticità non deriva da una carenza tecnica, quanto dal fatto che altri Paesi, come Francia, Inghilterra, Russia e Stati Uniti, sono riusciti a mantenere la cultura ballettistica al centro della loro società culturale.
Noi abbiamo una grande regina che si chiama melodramma. L’ottanta percento dell’opera mondiale è stata scritta in italiano. Le musiche dei balletti sono russe e francesi, ma i grandi maestri che hanno insegnato la danza al mondo sono italiani, come italiane erano le grandi ballerine. Quindi sicuramente abbiamo fatto la nostra parte nella storia della danza, solo che lo abbiamo dimenticato.

Come reagisce la critica alle rivisitazioni dei balletti classici in chiave moderna?
Credo che la critica guardi oggi al nostro lavoro con rispetto. Può piacere o non piacere, ma non viene stroncata una rappresentazione senza un reale motivo. Anche la rivisitazione deve avere una coerenza. Spesso, poi, le stroncature possono rappresentare un’operazione di marketing: a volte fa comodo che ce ne siano e, personalmente, potrei preferire una stroncatura di due pagine piuttosto che un trafiletto dove mi vengono fatti i complimenti. La recensione negativa ha il pregio di attirare l’attenzione sullo spettacolo. I critici, in genere, sono positivi se l’interpretazione dell’opera è coerente. Il problema si crea quando il testo viene portato in scena in maniera assolutamente incoerente.

Il pubblico, invece, come reagisce alle rivisitazioni?
Il mondo del balletto conosce la trasposizione fin dalla fine degli anni Ottanta, grazie ai successi di grandi coreografi del calibro di Matthew Bourne o Mats Ek. C’è però da sottolineare un aspetto della danza d’oltralpe, dove il pubblico ha una maggiore conoscenza delle versioni classiche e tradizionali e apprezza le trasposizioni. Non si può fare una variazione su tema, se nessuno conosce il tema… In Italia c’è il pubblico degli appassionati e dei conoscitori che, quando assiste ad una rivisitazione sa che troverà una cosa nuova, e il neofita, che, non conoscendo la versione precedente, non subisce alcun trauma.

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Chi viene a vedere la sua versione de La Bella Addormentata, che variazioni su tema deve attendersi? Ha già detto che non è la versione di Petipa…
La trasposizione non tradisce i canoni tradizionali: c’è la bella addormentata, ci sono le attese scarpette da punta, c’è il senso della favola per tutti, c’è la strega, la principessa, il principe. Sono solo trasposti in un’altra epoca. La componente onirica e favolistica del racconto resta invariata. Non è una trasposizione irriconoscibile.

Rimane comunque un balletto classico?
Il vocabolario della danza si è modificato. Nell’Ottocento si ballava in un modo, poi, nel Novecento, nasce la danza moderna e si danza in un altro. La danza classica e la danza moderna non sono tipologie di spettacolo, né sono antitesi di una lotta ideologica, ma dei vocabolari. Se io scrivo oggi un testo in latino, sono comunque un autore contemporaneo. La contemporaneità viene dall’epoca in cui viene fatta l’opera, non dal vocabolario che si sceglie. In questo spettacolo usiamo le punte e una serie di passi che sono del balletto classico, ma quello che diciamo è nuovo. Usiamo quelle parole per dire altro, per dare nuovi aspetti ad una favola antica. La ri-raccontiamo. E’ come raccontare la Divina Commedia in italiano moderno: questa è un’operazione di trasposizione. In questo caso si parte dalla favola di Basile, ambientata nel sud dell’Italia, e la spostiamo nel Novecento: vediamo quindi una bambina che nasce nel Salento, durante la seconda guerra mondiale, si punge negli anni Cinquanta, rimane addormentata per cento anni e si sveglia oggi.

E’ recentemente scomparso Lindsay Kemp. Che ricordo ha di lui?
Lindsay ha lavorato con noi per molto tempo. Dal 2005 al 2013 ha ballato con il Balletto del Sud ne La Bella Addormentata. Era la strega dello spettacolo, Carabosse. Ho un bellissimo ricordo delle tournée fatte insieme. Non solo dell’aspetto lavorativo, ma anche del tempo trascorso insieme: era un grande personaggio e un grande maestro. Ho creato per lui il ruolo di Carabosse e lui stesso ha istruito i suoi successori.

Hypatia