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Fotofinish di RezzaMastrella

Theatre&dance

Fotofinish di RezzaMastrella

la recensione di Fabio Saccomani

Finito lo spettacolo, ho dovuto bere diversi alcolici prima di riprendermi dallo stato di ebetudine stuporosa in cui ero caduto guardando Fotofinish. Ritornato in me, ho cominciato a farmi delle domande.

Com’è possibile che la macchina teatrale Rezza-Mastrella riesca ad essere fruibile? Com’è possibile che un prodotto così non-logico fluisca perfettamente nel pubblico fino a colmarlo e trasportarlo (anche fisicamente) sulla non-scena?

Tutto in Rezza-Mastrella è sottile, a partire da Antonio Rezza, così magro da sembrare un martire divorato dal suo discorso, alla scenografia fatta quasi di carta velina. Eppure, come contrappasso, la potenza espressa è palpabile al punto che il pubblico sembra assistere a un culto in stile evangelico americano, quelli in cui i devoti vengono posseduti dallo Spirito e urlano e piangono.

Rezza non è un attore e nemmeno un performer: è un de-former, apparato di fonazione di un discorso continuamente destrutturato, un successione così rapida di significanti che il significato non riesce a starle dietro e a un certo punto si rassegna e va a sedersi tra il pubblico (e applaude).

Si dice che Ionesco, quando mise in scena la Cantatrice Calva, si fosse stupito delle risate del pubblico. Quello che Rezza-Mastrella mettono in scena è tutt’altro che comico, è la pornografia del dramma, il cadavere dell’assenza. Non c’è pedagogia, non c’è testo, non c’è neanche spettacolo. Rezza-Mastrella hanno raccolto il peso dell’eredità di Carmelo Bene ed hanno creato un non-attore, qualcosa che viene agito piuttosto che agire, che viene detto piuttosto che dire. Hanno sublimato e dis-fatto la volontà desiderante per portarci su un treno che deraglia e dove paradossalmente ci ammazziamo dalle risate.

Com’è possibile allora il successo di pubblico? Com’è possibile che una sperimentazione così complessa, colta e matura, così tragica e dura sia amata e seguita in modo sacrale? Com’è possibile che la macchina Rezza-Mastrella sia letteralmente popolare, anche nella scelta dei teatri, tutt’altro che esclusivi?

Forse la risposta è che Rezza-Mastrella sanno uscire dal linguaggio borghese auto-incensante o dall’intrattenimento d’avanspettacolo e hanno il coraggio e la capacità di sondare i territori non confortevoli oltre il limite del già detto. In questo modo si incontra e rispecchia un’esigenza profonda di tutti noi, quella di vedere l’oscenità del dramma umano, che oscilla tra la necessità del senso e la consapevolezza della sua continua mancanza, ridendoci su.

 

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