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Ficarra e Picone sul palco dell’Eliseo mentre gracidano le Rane dei SeiOttavi

Giorgio Barberio Corsetti fino al 9 dicembre all’Eliseo con le Rane di Aristofane. Postit intervista…la Rana Massimo Sigillò Massara.

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Quando, nel 406 a.C., Aristofane porta in scena le Rane, descrive una società, quella ateniese, in declino e una democrazia minata da populismo e corruzione. Niente di più attuale. Aristofane fornisce poi una soluzione a simili mali: la società in crisi può essere salvata dal teatro, che ha, come scopo sociale, quello di rendere migliori i cittadini.
In una società come quella italiana, con circa il settanta percento di analfabeti strutturali, può il teatro fare ciò che, evidentemente, non possono fare più i libri?
Giorgio Barberio Corsetti si cimenta, con evidente successo, in questa sfida, collezionando, da quasi due anni, una lunga serie di sold out, sia al teatro greco di Siracusa che nei teatri all’italiana che hanno ospitato le sue Rane.

Abbiamo provato ad entrare nell’Ade di Aristofane con Massimo Sigillò Massara dei SeiOttavi, il coro di Rane che da il nome alla commedia, ma anche il coro degli iniziati ai misteri eleusini.

Massimo, il testo è integrale o adattato alla comicità di Ficarra e Picone?
Il regista ha usato il testo in maniera integrale. È stato fatto un taglio solo nella parte dello scontro dialettico tra Eschilo ed Euripide, perché risultava di difficile comprensione agli spettatori. Salvatore e Valentino – Ficarra e Picone – si concedono poche digressioni perché, come ripetono sempre, vogliono far ridere con le parole di Aristofane. Quindi è Aristofane che fa ridere attraverso di loro. La messa in scena è molto fedele all’originale.

Qual è il messaggio contenuto in questa commedia?
E’ un messaggio molto attuale: riguarda la critica alla politica del tempo, che sta portando allo sfacelo Atene che, nonostante abbia vinto la guerra contro Sparta, non ha più valori morali. Per questo Dioniso scende nell’Ade: per recuperare un grande poeta che dia una guida morale alla città. È attuale anche per il messaggio di pace che contiene, con Eschilo che dice: dovremmo considerare le terre dei nemici come se fossero nostre e le nostre come se fossero dei nemici. Il testo di Aristofane riesce a far ridere e, contemporaneamente, a dare un messaggio profondo: ad esempio, di accusa ai buoni costumi che si sono persi. Aristofane, per bocca di Corifeo, fa nomi e cognomi dei politici attivi ad Atene e li condanna. Dice: questi stessi politici che vogliono essere appoggiati da noi, sono quelli che tagliano i fondi per il teatro comico, che sorregge l’idea che il popolo si possa divertire, e quindi vanno uccisi, vanno messi a morte. Viene pronunciata la famosa frase “Cleofonte deve morire”. È un messaggio potente, che rappresenta uno scollamento tra la politica, che va in una direzione, e la città che va in un’altra. È molto attuale.
Un altro messaggio importante arriva alla fine, quando Dioniso capisce che per salvare la città, l’unica possibilità è salvare Eschilo, anche se non è suo amico. Però l’unica possibilità di dare una regola alla città, può arrivare solo da un poeta strutturato, conservatore, portatore di un messaggio potente. È un messaggio politico. Termina in modo inaspettato perché lui porta con sé Eschilo, il poeta che non appoggiava, non Euripide, che era originariamente andato a prendere.

È il motivo per cui le Rane non riconoscono Dioniso: apparentemente perché è vestito da Eracle, in realtà perché, andando a prendere Euripide, Dioniso stava, in fondo, tradendo il teatro…
Esatto, ma c’è un aspetto in più che abbiamo discusso a lungo con il regista. Le Rane appaiono solo una volta nella commedia, quando Dioniso scende nell’Ade. Sono state date varie interpretazioni. Quella più sostenuta è che le Rane rappresentino i poeti. I poeti non vogliono una contaminazione della città dei vivi da parte della città dei morti, che Dioniso vuole invece riportare in vita. I poeti si ribellano all’idea che qualcuno scenda nell’Ade per riportare in vita un altro poeta che ha già lasciato la sua storia: non vogliono essere riportati in vita. Le Rane sono quindi un filtro, motivo per cui c’è questa lotta tra le Rane e Dioniso, che combatte contro di loro pur di entrare. Riesce a passare perché è un dio, però il messaggio è che i poeti non vogliono che ci sia questa contaminazione. È l’interpretazione che il regista fa sua. La frase di Eschilo che dice “noi poeti dobbiamo rigorosamente nascondere il male sulla scena e parlare del bene, perché come i fanciulli li educa il maestro, per gli adulti maestri sono i poeti”, è un messaggio potentissimo. Barberi Corsetti sostiene la lettura che la poesia può salvare il mondo, che non è solo la bellezza, ma è la bellezza, il rigore, il pensiero.

Aristofane prima di Dostoevskij?
In un certo senso sì.

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I SeiOttavi, di cui fai parte, impersonano il coro, elemento caratterizzante del teatro greco. Che tipo di lavoro avete fatto?
Innanzitutto un grande lavoro sulle musiche. Noi abbiamo doppia veste, perché siamo prima le Rane, il coro che cerca di convincere Dioniso a non entrare nell’Ade con la barca di Caronte. Dioniso è un pavido per cui, per scendere nell’Ade, decide di vestirsi da Eracle e, per questo motivo, le Rane non lo riconoscono. Le Rane, devote a Dioniso, non riconoscendolo, gracidano insistentemente per dissuaderlo. Il loro gracidare è fastidioso ma Dioniso, con peti e frasi volgari, passa lo stesso. Poi impersoniamo l’altro coro, quello degli iniziati, che accompagnano Corifeo, che danno forza all’accusa di Aristofane contro il governo ateniese e che danno senso alla discesa di Dioniso nell’Ade. Questa parte del lavoro è stata molto interessante perché il regista ci ha dato un’idea di atmosfere sonore da creare. Noi, che cantiamo a cappella, quindi senza strumenti, abbiamo fatto un lavoro di affabulazione musicale. La partitura ha tanti effetti sonori che creano magie e atmosfere. In un punto, Dioniso e Xantia dicono: sembra un soffio di flauti, quello che sentiamo.
Il regista, Giorgio Barberio Corsetti, è partito dall’assunto che non si sa cosa fossero i cori nella commedia greca, perché non è pervenuta alcuna indicazione al riguardo. L’idea che fossero cantati, recitati o declamati da una o più persone, non è supportata da testi storici. Però al regista piaceva l’idea che ci fosse della musica in scena e, con i nostri cori a cappella, siamo riusciti a dare vita al suo progetto. A volte siamo protagonisti, a volte siamo solo sottofondo, ad esempio quando Eschilo ed Euripide conversano tra loro.  Quando entriamo in scena come coro di iniziati, l’atmosfera è molto seria. Finché non incontriamo Dioniso, siamo una voce contro. Poi, essendo iniziati  ai misteri eleusini, che vivono Dioniso come il dio del vino e della festa, ridiamo con lui e cambiamo idea insieme a lui nel corso della commedia. Dioniso è confuso e cambia spesso idea: noi siamo un po’ la personificazione dell’anima di Dioniso.

Qual’è la scelta registica dell’inserimento, nel finale della commedia, di un frammento dell’intervista di Pasolini ad Ezra Pound?
Aristofane scriveva delle concatenazioni eccezionali, con dei pessimi finali.
Barberio Corsetti risolve ciò attraverso un messaggio attualissimo. La conclusione dello spettacolo è un frammento di un’intervista che Pasolini fece ad Ezra Pound, dopo che il movimento dei poeti lo salvò dal manicomio. Pasolini andò da Ezra Pound e gli disse: ci dobbiamo riconciliare perché ci siamo odiati per troppo tempo. Ma siamo rami dello stesso albero. Quindi che la pace sia ristabilita tra di noi. Lo spettacolo si conclude con un messaggio universale, di unione e non di divisione. Se vogliamo, Eschilo è Ezra Pound ed Euripide può essere accostato a Pasolini. Questo momento di congiunzione nel finale dello spettacolo è incantevole. È una soluzione che Aristofane non era riuscito a trovare.
Noi SeiOttavi abbiamo il grande privilegio, come coro a cappella, di poter cantare e supportare musicalmente la voce di Pasolini. Ezra Pound che conclude dicendo pax tibi, pax mundi, è un messaggio forte e potente!

Ezra Pound, un poeta che ha combattuto la sua battaglia contro l’usura, i grandi sistemi finanziari e le concentrazioni bancarie, chiude la commedia politica di Aristofane. Due precursori, a modo loro, dei tempi moderni?
Il messaggio di pace, in questo momento, è rivoluzionario. I toni della politica odierna, dagli Stati Uniti all’Italia, ma anche in altri Paesi, sono esasperati. Questo incontro politico tra Ezra Pound e Pasolini finisce dicendo pax mundi, pace nel mondo. È un messaggio attualissimo. Lo stesso Ezra Pound verrà salvato dal manicomio dove era rinchiuso dai poeti. Sono i poeti, che non la pensano come lui, che era fascista, a salvarlo, dimostrando una grande coerenza ideologica.
Il regista ha fatto realizzare per Plutone una grande maschera con le fattezze di Ezra Pound dello scultore Dessì. È un’immagine potente.

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Aristofane cerca nell’Ade una soluzione alla decadenza ateniese, come se solo dal passato potesse arrivare una soluzione. Anche oggi le persone rimpiangono un passato migliore. Le Rane, i poeti, si oppongono, perché è giusto che ognuno resti nella sua epoca. Non trovi che la soluzione di Aristofane significhi non dare un’opportunità al futuro?
Eschilo dice: i ragazzi si consumano le chiappe a blaterare, invece che andare nelle palestre ad allenarsi e nessuno è più in grado di fare la danza delle fiaccole. Questo significa non avere più la tradizione. Il tornare al passato, in realtà, non è lamentarsi del presente perché il passato era meglio, è lamentarsi del presente perché ti sta portando in un luogo in cui non c’è più passato. Questo il senso di Corifeo. Le persone che ci stanno guidando devono essere cacciate perché non c’è più libertà di espressione. È un messaggio che non è contro la cultura che si evolve, ma contro la politica che nega la cultura. Ecco perché i poeti, giustamente, si ribellano. È divertente il fatto che Dioniso ascolta tutti ma, essendo pavido, fa come i politici e cambia sempre idea. Dioniso incarna questo andare dove fa comodo andare, senza ideologia. Solo alla fine sceglie ciò che è bene per la città. E sceglie un messaggio di pace. È forte l’interpretazione che dai sul fatto che si nega un po’ la possibilità al futuro. È vero che molto spesso la città ha difficoltà a prendere in mano la possibilità di sceglierlo questo futuro, perché c’è tanta delusione, stanchezza, perché la politica continua a smentire se stessa, quindi alla fine la gente si fa i fatti suoi. Ora come allora. Eschilo dice: dobbiamo considerare la vera forza della nostra comunicazione nelle navi. Sono le navi la nostra vera forza, la nostra vera ricchezza. E le tasse un nostro problema. Se consideriamo che è un testo di 2500 anni fa…

Barberio Corsetti vi ha dato indicazioni precise sul modo di lavorare o vi ha concesso un margine di libertà?
Noi siamo stati coinvolti dal regista a fare qualcosa che non esisteva: la musica, che abbiamo appositamente scritto, doveva rientrare nel progetto del regista, ma Barberio Corsetti non ci ha mai detto voglio questo tipo di musica o un altro. Lui ci ha detto: Atene crolla. Come lo rappresentiamo?

Il fatto di cantare a cappella, quindi, vi ha reso versatili?
Sì, il grande vantaggio del cantare a cappella è che puoi fare tutto. Da una musica di ambiente al jazz, tutto senza strumenti, senza direttore. Abbiamo montato e smontato diverse musiche, perché l’idea del regista era molto chiara, sapeva cosa voleva ottenere per cui, quando la cosa funzionava, ci dava spazio, altrimenti ci interrompeva subito. Era molto diretto. Si è creata un’alchimia inaspettata anche per noi. La nostra non è una musica di accompagnamento, ma è una musica che si intreccia nel tessuto del testo e delle scene in modo inestricabile. Un’indicazione fondamentale che ci è stata data dal regista, soprattutto quando abbiamo lavorato sul coro degli iniziati, è stata: voi dovete condividere un messaggio che gli altri non conoscono.
La musica ci ha aiutato perché ha una funzione evocativa importante. Quando entrano gli iniziati, c’è una musica che ricorda un’idea di ritualità, che si era persa nell’Atene del tempo come, a mio avviso, si è persa nel mondo moderno. Con la musica noi cerchiamo di restituire una ritualità antica di cui abbiamo perso conoscenza.

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Quando Dioniso arriva da Eschilo ed Euripide, questi stanno discutendo alacremente sull’importanza della parola. Oggi si sta diffondendo l’ipoacusia, ossia l’incapacità di saper ascoltare. A questo dobbiamo unire l’impoverimento del nostro lessico. Stiamo perdendo la conoscenza del significato delle parole? 
E’ così. Assistiamo ad un’interpretazione della lingua che dà significati completamente diversi perché oggi si interpreta. Ne parlavo con Valentino Picone. Il significato di condivisione, oggi, è legato all’immagine piuttosto che alla parola. Si condivide una foto sui social. La condivisione è invece il passaggio, la trasmissione di qualcosa da una persona all’altra. È cambiato il significato. Utilizziamo un linguaggio molto più legato all’immagine. Anche la musica deve essere legata ad un video e non deve durare più di un minuto e mezzo. Instagram ha dato addirittura il limite di un minuto. Oggi, chi scrive la musica pop, ha un’introduzione di tre secondi; mentre il compositore che scrive musica sinfonica ha altri ritmi, ma è un pubblico che si sta riducendo. Il teatro ci dà la possibilità di dare peso alla parola e alla musica che l’accompagna. Come SeiOttavi siamo molto grati al regista di averci dato la grande opportunità, di creare insieme un esperimento mai tentato prima.

Com’è stato lavorare in teatro con due comici, come Ficarra e Picone, magari più abituati ai ritmi televisivi o cinematografici?
Sono due professionisti eccezionali. Hanno un grande rigore nel lavoro, sono sempre pronti a correggere e a farsi correggere per cercare di migliorare la loro interpretazione. Hanno dei tempi comici consolidati. Magari hanno la tendenza ad esagerare, perché è il loro modo di fare comicità, ma cercano sempre di rispettare il testo greco. Loro stessi dicono “noi non siamo Ficarra e Picone, ma Dioniso e Xantia, il padrone e il servo”. Hanno una comunicativa molto forte. È chiaro che non si sono formati nel teatro classico, ma sono le persone giuste per il ruolo che hanno.

Siete riusciti a rendere la commedia greca fruibile a tutti, come quando è nata?
E’ la prima volta che una commedia torna per due volte di seguito al teatro greco di Siracusa. Abbiamo registrato due milioni di spettatori su Rai Uno e, in teatro, continua ad essere uno spettacolo sold out. Barberio Corsetti ha detto che i parrucconi che vogliono farci credere che il teatro è pesante, sono passati; il teatro deve anche divertire: deve sì darci messaggi, ma alla fine deve essere comprensibile. Corsetti è un regista che non si pone limiti e non rompe gli schemi. Dice solo che gli schemi sono stati applicati dopo. Lui non li rompe: semplicemente non li applica. Ad un certo punto è nata una scuola che ha deciso che il teatro non era per tutti. Noi dobbiamo avvicinare le persone al teatro, non allontanarle. Questo è il suo modo di farlo, ed ascoltarlo è sempre una grande lezione.

Alessia de Antoniis