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“Erectus”, sulle note di Mingus lo spettacolo di Abbondanza/Bertoni

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“Erectus”, sulle note di Mingus lo spettacolo di Abbondanza/Bertoni

L’uomo è un animale mancante di sé. La mancanza è la sua nudità. (J.Derrida).
di Diana Morea

All’interno di “Fuori programma- International Dance Festival”,  domenica 21 luglio, al teatro India, è andato in scena “Erectus”, opera della compagnia Abbondanza/Bertoni, che costituisce la seconda parte dell’ambizioso progetto “Poiesis”, nonché traduzione stenografica e minuziosa di una partitura musicale in segno scenico.

Vertiginose e incalzanti, rette da una forte passione libertaria, le coreografie sono state eseguite da quattro danzatori: Marco Bissoli, Fabio Caputo, Cristian Cucco, Nicolas Grimaldi Capitello.

La pelle degli interpreti è stata ancora una volta, come già ne “La morte e la Fanciulla”, l’unico abito scenico. Ora gusci sul punto di rompersi, ora quadrupedi carichi di vigore e vitalità come fili ad alta tensione, i corpi degli interpreti sono apparsi affrancati, fin da subito disponibili, nudi,  in completo ascolto con il free jazz restituito da un album storico del 1956  di Charles Mingus, “Pithecanthropus erectus”.

Pithecanthropus Erectus” è una solenne riflessione sulla storia del genere umano, sin dalle sue primissime origini che si libera dei rigidi vincoli degli arrangiamenti scritti, evolvendo il discorso verso territori inusuali e completamente nuovi, prendendo spunto da Ellington così come da tutta la storia del genere.

Il tutto, per raccontarci l’evoluzione del povero animale uomo, che vanamente si colloca al di sopra della natura, per poi affrontare un violento e repentino declino, risultato inevitabile della propria arroganza. “Profile of Jackie” è una romantica “ballata”, sorretta da un tema classico al pianoforte e puntellata poi dalle pennellate leggiadre dei sassofoni. “Love Chant” è il primo omaggio di Mingus alla tradizione gospel-soul.

Si tratta di un brano impressionante, della durata di oltre 14 minuti, che forse più di ogni altro si spinge verso il mondo che verrà, giocando sui contrasti, sui chiaroscuri, sulla veemenza e sull’aggressività dei suoni.

Attraverso il genio di Mingus, la sua sperimentazione senza precedenti e il suo polistrumentismo la compagnia ha tentato un possibile poliformismo del marziano maschio del ventunesimo secolo.

Una musica dalla radice nera per disfare e mescolare i codici della danza bianca.

Ballerini dal background diverso tra loro, uniti per superare il concetto di personaggio e arrivare a far vedere solo il corpo, fino a decorticare il plot drammaturgico e scoprire così l’anima animale.

Sullo sfondo è posizionato un enorme schermo su cui scivola un telone nero trasparente, a sua volta animato dal vento. Esso proietta l’immagine di un cavallo di razza, anzi giganteggia un particolare, l’occhio magnetico e potente dell’animale, un occhio che osserva ma non giudica, quasi fosse al di sopra delle parti. Le azioni sono divise in quattro capitoli, come i brani del concerto, la narrazione è messa al bando e lascia il  posto alla condivisione di un’esperienza tutta tesa alla ricerca di verità del corpo.

Ciascun danzatore è magma che disconosce le proprie membra, in un continuo alternarsi di processo e di attesa. Una marea energetica priva di schemi, frammentaria, senza bordi.

Specialmente nell’improvvisazione affidata agli assoli diventa evidente quel vuoto che è congiunzione tra sì e no, momento in cui riconoscimento e rigetto, asserzione e rifiuto si fondono. E’ in quella sospensione tra l’affermare e il refutare, tra l’agire e la rinuncia dell’azione che si rende manifesto il sapore della verità a cui lo spettatore assiste  come di fronte ad un getto di purezza di movimenti di cui si vorrebbe bere ogni singola goccia.

Gesti animaleschi e contorti, eppure sordamente anelanti ad un’angelicità, riscritti con il corpo e spensierati in musica, gesti che rivestono l’ascolto. Quella di Erectus è infatti una musica che si vede, una danza che si ascolta, fino all’ottenimento in scena della gioia creativa, dello slancio interiore.

Il danzatore- jazz ogni volta che danza è come se fosse la prima volta, tutto viene reinventato in un presente che è unico e irripetibile, in un’emozione che sa come di eternità.

Il teatro- come nelle parole di Franco Ruffini- diventa  un luogo dove il corpo mette a morte le parole e il testo non è che l’impronta di un ballerino scomparso. I passi dei danzatori terminano nel buio, il telone nero cade a terra, lasciando alla visione del pubblico l’immagine del cavallo in tutta la sua fulgida bellezza.

Dal caravaggesco e femminile “La Morte e la fanciulla”, al Masaccio “Erectus”. Svelato, esibito, esterno. Così come il pitecantropo maschio è fatto.

 

 

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