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“Elvira” o la nobiltà dell’arte teatrale

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“Elvira” o la nobiltà dell’arte teatrale

di Diana Morea

“Chi è l’attore? Qualcuno che viene a consegnare un messaggio suo malgrado”. Consegnare un messaggio. Questo fa l’attore, ma lo fa suo malgrado. Non può fermare lo scorrere della Storia per farlo. Anche laddove è preda di una passione divorante. E’ uno dei tanti insegnamenti che Louis Jouvet portato sulla scena da Toni Servillo elargisce durante un’ora e venti minuti dello spettacolo “Elvira”, approdato al teatro Argentina dal 21 maggio al 2 giugno. Sul palcoscenico di una sala chiusa, deserta e semibuia, quasi a spiare tra platea e proscenio, il maestro francese lavora appassionatamente su un classico, il “Don Giovanni” di Moliére, in cerca della verità della rappresentazione. Già nella stagione 1986-87 del Piccolo Teatro di Milano – il grande Giorgio Strehler realizzò uno dei suoi spettacoli più importanti e dichiaratori di tutta la carriera, “Elvira o la passione teatrale” – con la straordinaria Giulia Lazzarini come interprete femminile. Jouvet si esercita con i suoi allievi sull’atto IV scena 6, in cui donna Elvira, infelice innamorata del suo seduttore, lo implora di pentirsi, perché solo così avrà salva l’anima. Fin da subito le riflessioni sul mestiere dell’attore risultano di stringente attualità.

Si indagano con perizia le tecniche e i segreti alla base della formazione scenica, attraverso una vitale prova di trasmissione di sapere fra generazioni. “Elvira” prende le mosse dalle sette lezioni che il grande attore francese Jouvet tenne al Conservatoire National d’Art Dramatique di Parigi durante i mesi dell’occupazione nazista, stenografate da Charlotte Delbo. Nel testo l’allieva di Jouvet viene chiamata Claudia, nella realtà invece il suo nome era Paula Dehelly a cui negli anni della guerra fu interdetto di recitare perché ebrea. Più volte durante la messinscena il presagio funesto del conflitto bellico giunge dall’esterno attraverso i discorsi di Hitler, ascoltati da un giradischi d’epoca, che gravano sui fiotti di parole degli attori intenti ad esplorare il mondo misterioso della recitazione. Come ha affermato Servillo, in questo spettacolo si sottolinea “la nobiltà del mestiere di recitare che rischia di essere svilito in tempi confusi come quelli odierni. La poesia di un luminare della pedagogia teatrale come lo è stato Jouvet consiste nell’esaltare l’eterno motivo legato al teatro: il luogo in cui ci si perde per ritrovarsi”. Ad affiancare Servillo in questa magica avventura, i giovanissimi attori Petra Valentini, Davide Cirri, Francesco Marino, impegnati in un efficace corpo a corpo con la materia dei testi. Toccante soprattutto il confronto, ora serrato ora più discorsivo, tra Petra (donna Elvira) e Servillo ( Louis Jouvet), in un’opera, come lo è il “Don Giovanni”, tutta intrisa della preoccupazione di Dio. Tra una didascalia e l’altra a ricordare le date di un diario divenuto apologia critica, si alternano le innumerevoli indicazioni date da Jouvet sulla lettura del testo. “La battuta iniziale è un attacco in altura. Non bisogna fare pause, quello di Elvira è un flusso come quello di chi si libera, che dice in abbondanza ciò che ha da dire.

Elvira è una donna pura , versa lacrime in uno stato di beatitudine celeste. Entra come un’estetica, in una camminata angelica, il suo aspetto ha lo splendore dell’apparizione con una santità animata dal fervore di San Francesco, e un amore distaccato che non agisce per interesse. Il suo monologo è un assolo di flauto che singhiozza, un lamento di soavità, ricco di eloquenza prodigiosa. Il testo che l’attore pronuncia non è altro che una respirazione scritta. Bisogna leggerlo come se non vi appartenesse. Rifiutare la tendenza all’ostentazione e dedicarsi interamente alla presenza per essere potenti nel sentimento, in un costante ribollire della sensibilità”. E’ impossibile distrarsi da questo catalogo di moniti preziosi elencati con tanta grazia e maestria da Servillo. E ancora, prosegue Jouvet: “Che tu sia bagnata da ciò che la parola dice, che il latte della tenerezza umana dal libro ti salga sulle labbra”. Ecco, così che a teatro l’intelligenza è intuizione. L’attore si fa carico di una quantità enorme di sentimenti, è inondato da essi. Trova sempre qualcosa di concreto su cui lavorare in un contesto finto, in modo che il comportamento fisico sia una conseguenza del sentimento scenico. Per questo è necessario imparare a guardare, è il primo passo per esercitare l’arte dello stupore, il lusso di scoprire il mondo ogni momento. Il ruolo determinante dell’arte passa attraverso il corpo per risvegliare la coscienza. E tentativo dopo tentativo, mentre trascorrono i giorni, e ci si sente in assedio, finalmente l’attore conquista l’istante in cui intuisce di essere arrivato al cuore del suo personaggio, di averlo intimamente compreso, e di poterlo infine restituire con autenticità.

«Io non desidero altro che farvi un giorno, per un istante, toccare con mano il vostro strumento. Voi avrete imparato qualcosa il giorno in cui, in una conversazione come quella che abbiamo in questo momento, sarete stati improvvisamente afferrati da un’idea, da una sensazione che io vi ho messo davanti: un momento in cui avrete avuto questa rivelazione interiore di ciò che siete in relazione a ciò che fate». E’ la preziosa eredità che il maestro francese lascia ai suoi allievi. Per lui il teatro è un culto dello spirito o degli spiriti. E’ un avamposto della civiltà, luogo in cui si riuniscono gli uomini per verificare il loro stato di civiltà. L’ uomo attraverso lo strumento drammaturgico decide di specchiarsi e di riunirsi in una dimensione civile. Ma dall’altra parte il teatro come arte testimonia anche la compresenza dell’artista e dello spettatore in unico tempo condiviso, in una condizione assembleare che è uno di quei momenti in cui si è tanti insieme e si ha la sensazione che quello che sta accadendo riguarda soltanto noi. E’ uno di quei momenti ancora felici in cui si può declinare insieme il tu e il noi con la stessa potenza. Lascio la sala con un rovello interiore, un pensiero dello stesso Jouvet, letto chissà in quale manuale che fa più o meno così: “il teatro è inutile, futile e vacuo. Ma proprio per questo lo si fa bene, come se fosse l’ombelico dell’universo. Accettiamo il fatto che il teatro non possa cambiare il mondo, ma proprio questa sua futilità ci sfida a farlo bene”.

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