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Elisabetta Pozzi fa vivere gli ultimi momenti di Elena

Dal 20 febbraio al 4 marzo l’Elena di Ghiannis Ritsos all’Off-Off Theatre di via Giulia. Una versione inedita della bellissima moglie di Menelao, re di Sparta, che Paride porta con sé a Troia, scatenando la famosa guerra.

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Elisabetta Pozzi nella sua carriera è stata diretta da grandi registi come Squarzina, Albertazzi, Antonioni, Ozpetek, Benigni, Verdone. Ha vinto quattro Premi Ubu, due premi della critica, il Premio Eleonora Duse e un  David di Donatello nel 1992 come miglior attrice non protagonista.

All’Off-Off Theatre di via Giulia è Elena, la bellissima moglie di Menelao, re di Sparta, che  Paride porta con sé a Troia, scatenando la famosa guerra. Indipendentemente da come ci viene tramandata da Omero, da Euripide o da altri, che sia una “cagna perversa e abominevole” o “distruttrice di navi, di uomini, di città”, che abbia volutamente tradito il marito o che sia stata vittima del volere degli dei, che a Troia sia andata lei o il suo fantasma, Elena è una donna bellissima ma infelice, che ha vissuto intensamente una vita dove “l’esito l’avevano già fissato in anticipo le volontà degli dèi”.

 L’Elena di Ghiannis Ritsosè una donna lontana dagli stereotipi, che fa a meno della bellezza effimera di un tempo, sostituita però dall’esperienza di una vita vissuta all’insegna dell’amore, tra le braccia forti dei vari amanti trepidanti per lei: quell’amore diventato adesso un ricordo che non genera più alcuna passione, ma solo malinconia e forse rimpianto.

Noi di Postit abbiamo chiesto alla stessa Elisabetta di mostrarci questa donna apparentemente così lontana dall’immagine che la letteratura classica ci tramanda, che lei riesce a portare in scena con  la classe della grande attrice, al colmo della maturità espressiva, ma con la stessa gioia di recitare che aveva quando iniziò giovanissima.

 Il testo che porta in scena all’Off-Off Theatre, quanto è fedele al testo originale di Ghianns Ritsos? Il testo poetico è lo stesso. Noi abbiamo lavorato sulla drammaturgia, perché Ritsos immagina che il monologo si svolga sul letto di morte. La nostra Elena è ugualmente vecchissima, ma la vediamo in un night club. Traspare la sua antica bellezza, è ancora truccata, indossa gioielli e un abito di pallettes stracciato. Un po’ ubriaca, si muove sul palcoscenico ricordando episodi della sua vita passata, cita nomi quali Menelao o Paride, ma li ripete senza significato. Legge passi dell’Iliade perché non ricorda più la sua storia. L’unico episodio che ricorda a memoria è il duello tra Paride e Menelao.

Quale Elena c’è nel passato dell’Elena di Ritsos ? E’ vittima degli dèi o, in chiave più moderna, del destino, oppure ammaliante seduttrice, ma consapevole delle proprie azioni, come Rita Hayworth in Gilda? Oppure entrambe? La giovane Elena di Ritsos è il personaggio classico. Ma questa Elena si è distaccata dal suo passato e lo può ora vedere lucidamente. Vede il grande inganno di questi uomini che “si infilano le forcine dei capelli negli occhi” , pur sapendo che tutto ciò che accade nella vita è già deciso in anticipo. Lei sente profondamente, e in questo rispecchia il modo di pensare dell’antica Grecia, che nella vita sia già tutto deciso, che non ci sia scelta. Questa è la visione che ci propone Ritsos, un uomo che nella sua vita ha  resistito nonostante pensasse di non avere speranza. E’ questo il tema dell’Elena di Ritsos: la resistenza senza speranza, ossia con la consapevolezza che è già tutto deciso. Tuttavia si ribella, perché la resistenza va fatta comunque. E’ una resistenza ad oltranza e qui vediamo la sovrapposizione del personaggio – Elena – e dell’autore – Ritsos. Lui prende a pretesto il suo personaggio per parlare di questo.

Ritsos ci mette davanti una donna dal passato intenso, ora vecchia e sfatta.
Oh, questo esilio dentro i nostri stessi abiti che invecchiano,
dentro la nostra stessa pelle che avvizzisce; mentre le nostre dita
non riescono più a stringere, a reggere intorno al nostro corpo
neppure la coperta, che si solleva da sola, si disfa, scompare, lasciandoci
scoperti di fronte al vuoto.

Come convive questa Elena con quella del lontano passato? Al di là della distanza temporale, quanto sono realmente lontane le due figure?In realtà non lo sono affatto. Io amo molto questo verso, questo “esilio” dentro gli abiti che invecchiano, perché lei, dentro, è una donna molto viva. E’ come quando, crescendo, ti guardi allo specchio e non ti riconosci perché dentro ti senti sempre vent’anni; ti senti davvero un esiliato.

Abbiamo qui una riflessione sul passare del tempo. C’è un cuore vivo, che arde fino all’ultimo e che poi, improvvisamente, si spegne, caratteristica delle opere di Ritsos, dove i personaggi parlano tutti in punto di morte, o comunque alla fine della loro vita.

Elena mostra  saggezza o rassegnazione? Superiorità o impotenza? Ad esempio facendo finta di non vedere che le ancelle la derubano dei suoi averi o la deridono. E’ superiorità. Nel linguaggio segreto di Ritsos, il  mondo delle ancelle, delle domestiche, rappresentano il popolo ignorante, avido, che vive di furbizie, che arraffa, che prende in giro, incurante di ciò che gli accade intorno. Sono persone con cui non puoi relazionarti se non dicendo “pazienza”. Ma Elena dice anche: io sopravviverò, voi no. Un giorno morremo”, o piuttosto: “Un giorno morrete”; nel senso che lei sa che sopravviverà.

Elena recita: “Non che abbia perso la memoria – ricordo ancora; soltanto che i ricordi non hanno più commozione – non ci commuovono”

Il cinismo come alternativa all’oblio? E’ un finale adatto solo ad Elena o è frequente nelle donne che vivono la parte finale della loro esistenza? E’ il  finale di Elena, anzi, nelle persone anziane, i ricordi spesso commuovono. Lei riesce a vedere tutto con distacco, non con cinismo,  e questo la porta a vedere il passato con estrema lucidità. Non c’è né cinismo, né rassegnazione. Lei guarda la propria vita come in un film, riuscendola a vedere anche attraverso la lente dell’ironia, una grande capacità che non molti possiedono.

Perché ha scelto di portare in scena questa figura feminile? L’Elena di Ghiannis Ritsos, famoso poeta greco che ha trascorso gran parte della sua vita in domicili coatti a causa delle sue idee contrarie al regime, è una figura rielaborata. Ritsos usava il mito per raccontare quello che accadeva nella Grecia nazifascista, prima, e dei Colonnelli, poi. Quelli di Ritsos sono sempre dei personaggi speciali, rivisti con un occhio moderno.

Con Andrea Chiodi ha portato in scena tre donne: Medea, Giovanna D’Arco e, ora, Elena. Quale di queste figure sente più vicina? Quella che è  maggiormente nelle mie corde è Medea, poi Elena. Giovanna è sicuramente quello che sento più lontano.

Un lavoro che ha segnato la sua vita? Ho iniziato giovanissima, a diciassette anni, con Albertazzi, diretta da Squarzina. Spettacoli che sicuramente hanno segnato il mio sviluppo di artista sono uno “Zio Vanja” di Cecov, con la regia di Peter Stein,  un’Elettra di O’Neill, con la regia di Luca Ronconi, due testi immensi che sono riuscita a portare in scena grazie alla bravura di chi mi ha diretta. Tra i monologhi, uno che mi ha segnata è Max Gericke, del 1990, dove interpreto una donna che è costretta, per sopravvivere, in  Germania durante la guerra, a vestire i  panni del marito morto per continuare a  lavorare al suo posto. Così vivrà il resto della sua vita. Quando poi, ultrassessantenne, va in pensione e cerca di recuperare la sua dimensione femminile a lungo negata, non è più in grado di farlo. La prima volta che ho portato in scena questo personaggio, anziano e uomo, ero relativamente giovane, ma lavorare sulla maschera, in questo caso di un vecchio uomo, mi ha segnata come artista.

Un altro incontro che ha influenzato profondamente la mia vita è stato quello con Carmelo Bene, con cui ho recitato nell’Adelchi, e poi quello con il mio attuale marito, Daniele D’Angelo, perché insieme abbiamo iniziato a costruire i nostri spettacoli in modo nuovo, attorno alla sua musica. Insieme abbiamo spesso portato in scena grandi miti della letteratura classica, letti in chiave moderna, esperimento che è stato sempre molto gradito dal pubblico che ci è venuto a vedere.

Ha lavorato con Antonioni, Troisi, Benigni, Ozpetek. Ha lavorato con Verdone in Maledetto il giorno che ti ho incontrata, film grazie al quale ha vinto un David di Donatello. Allora perché non ha dedicato più tempo al cinema? Perché il mondo del cinema, almeno quello italiano, non mi appartiene, anche se mi sono divertita a farlo. Purtroppo in Italia non è facile trovare un regista che costruisca un ruolo su di te, valorizzando quelle che sono le peculiarità dell’attore stesso. Per fortuna le cose, anche da noi, iniziano a cambiare. In teatro, dove magari faccio ruoli più piccoli, sono però protagonista, nel senso che racconto storie che passano da me. Nel cinema l’attore passa in secondo piano rispetto al personaggio, per cui ho capito che il cinema non era adatto a me. Io mi diverto a fare teatro e, forse proprio per questo, a distanza di anni lo faccio ancora con una grande energia. Il cinema sicuramente ti fa avere più successo, ma a me non interessava quella strada. Voglio lavorare come dico io e ho avuto la fortuna di trovare teatri, disposti a produrre i miei lavori, che mi danno molto spazio.

Che rapporto ha con la televisione? Il rapporto che ho con la televisione è un rapporto molto libero. Quando Giacomo Campiotti mi ha offerto di interpretare un personaggio in Braccialetti Rossi, ho letto il personaggio, mi è piaciuto;  mi faceva piacere lavorare con Campiotti e ho realizzato quel progetto. Poi sono tornata al teatro, al quale dedico tutto il mio tempo. L’esperienza televisiva è stata assolutamente soddisfacente, ma non è il mio ambiente e penso ci siano attori più bravi di me in questo campo.

Alessia de Antoniis

 

 

 

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