Connect with us

Dove compriamo il cibo?
Quanto ne sprechiamo?

ARTICOLI

Dove compriamo il cibo?
Quanto ne sprechiamo?

Il consumismo sfrenato e compulsivo del cibo, dalle agricolture e allevamenti intesivi alla spettacolarizzazione in tv, intanto ogni anno buttiamo nella spazzatura 1,3 miliardi di tonnellate di alimenti

Vi chiedete mai i costi in termini sociali, energetici ed ecologici che imponiamo al mondo per poter andare al supermercato a fare la spesa? Non vorrei attaccarvi il pippone (ma lo farò!), non sono vegetariano né vegano e se la produzione di carne negli allevamenti intensivi è un’aberrazione (poco sana tra l’altra), le monocolture non sono da meno. Il discorso è semplice, puntare il dito e condividere una foto è facile, ma porsi qualche domanda e assimilare qualche dato diventa necessario per cambiare atteggiamento nei confronti del cibo, di come e dove ce lo procuriamo e di quale è il nostro rapporto con l’alimentazione.

Le più antiche tracce di un pasto condiviso attorno a un fuoco risalgono a circa 300mila anni fa. Parecchi. Lo stare insieme degli amici ad un banchetto si chiama “con-vivio” perché comporta una comunione di vita. Con l’evoluzione della società umana tutte le celebrazioni sono diventate banchetti per poi trasformarsi in letteratura. Adesso abbiamo masterchef, evviva. Insomma, il cibo non è solo alimentazione, ma elemento fondante della cultura, tramandato oralmente nelle famiglie e raccontato più o meno dappertutto adesso, potere della televisione. Beh, questa abbondanza di cibo ci sta creando un sacco di casini. In teoria lo spreco di cibo è considerato immorale da chiunque, in qualsiasi cultura, dopotutto più o meno siamo consapevoli che circa 800 milioni di persone nel mondo soffrono la fame. Parecchi. Eppure la FAO dice che sprechiamo 1,3 miliardi (!) di tonnellate di cibo ogni anno, una quantità che ne sfamerebbe almeno il doppio. Troppi prodotti esposti nei supermercati, oltre ai canoni estetici imposti per arrivarci, nei supermercati, comportano uno spreco immenso. Tra l’altro quel costo economico lo paghiamo noi, è compreso nel prezzo. Ma soprattutto produrre cibo che nessuno mangerà (che siano sedani o bistecche) vuol dire buttare acqua, fertilizzanti, pesticidi, semi, carburante e terreni in quantità spaventose. Jonathan Bloom (autore di “American Wasteland”) scrive che per produrre i 60 miliardi (!) di chili di cibo che venditori e acquirenti americani scartano ogni anno, si consuma 70 volte la quantità di petrolio perso in mare dalla Deepwater Horizon. Questo dato allucinante (che fotografa solo il mercato statunitense) non tiene conto di tutto quello che si perde in origine, nelle fattorie, nei pescherecci e nei macelli. Il 46% della frutta e degli ortaggi del mondo non completa il viaggio dal campo alla tavola, spesso a causa dei canoni estetici. Estetici! Perché la frutta del supermercato deve essere “bella”, altrimenti non la compriamo. L’agricoltura, con buona pace di vegani e vegetariani, costituisce una minaccia enorme per la salute del pianeta: è responsabile del 70% dei consumi di acqua dolce, dell’80% della deforestazione tropicale e del 30-35% delle emissioni di gas serra. Ovviamente gran parte di questi prodotti (soprattutto cereali) servono per la produzione di carne e latticini. L’allevamento di maiali e bovini inoltre produce un enorme quantitativo di gas serra, che va a sommarsi a tutto quello immesso nell’atmosfera dalla macerazione del cibo buttato. Sono quantità assurde, insostenibili.

Se lo spreco alimentare fosse una nazione sarebbe subito dopo Cina e Stati Uniti in quanto a emissione di gas responsabili del cambiamento climatico.

Passare al volo al Carrefour sotto casa (aperto 24 ore al giorno) per prendere la bistecchina e i pomodori già inscatolati insieme a un’insalata in busta, dopo il lavoro, per buttarli sul piatto appena rientrati in casa costa caro. Comprare due bistecchine (perché tanto sono in offerta) e magari una poi buttarla dopo due giorni costa carissimo. Trovare del tempo da dedicare all’acquisto del cibo che mangiamo, evitando la grande distribuzione, formando Gruppi di Acquisto Solidale o trovando macellerie e fruttivendoli che siano anche allevatori e contadini diventa necessario per vivere in un mondo globalmente più sano. Bisogna trovarlo, quel tempo, almeno quanto è importante trovare tempo per una corsetta, per dedicarci al nostro benessere. Probabilmente parecchio di più. Le domande che ci poniamo rispetto al cibo non possono fermarsi ai video shock sugli allevamenti intensivi, occorre un esame di coscienza più approfondito che parte dal nostro frigorifero: quanto cibo compriamo? Dove? Quanto ne buttiamo?

Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

More in ARTICOLI

To Top