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Danio Manfredini: il teatro come luogo di risarcimento spirituale

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Danio Manfredini: il teatro come luogo di risarcimento spirituale

Danio Manfredini: il teatro come luogo di risarcimento spirituale

di Diana Morea

Il teatro e l’arte sono luoghi straordinari. Pessoa diceva che sono luoghi che stanno nella vita, ma non stanno nella vita, stanno nella stanza a fianco.
L’arte ha una possibilità immensa, ti può restituire tutto. E’ un modo di rivedere l’esistenza alla luce di una creazione, anche di una memoria. A teatro puoi far apparire un morto e dialogarci, puoi rivolgerti a te stesso bambino, puoi chiedere scusa alle persone a cui hai fatto del male e parlare con quelle che hai amato. E’il luogo del grande risarcimento spirituale”.

Ascolto alle cuffie queste preziosissime parole di Cesar Brie mentre mi dirigo al teatro India per incontrare la poesia di Danio Manfredini, in scena dal 26 febbraio al 3 marzo. Non si tratta di una fortuita coincidenza, mi accorgerò solo più tardi che sono frasi in grado di cogliere il senso più profondo di opere come “Luciano” e “Al presente”, spettacoli vivi da più di quindici anni non consumati nel tempo ma stratificati nell’esperienza. I lavori di Danio si presentano come schegge di vita, film interiori accompagnati spesso da una poetica cruda che possono anche infastidire chi li guarda, ma che di certo non lasciano indifferenti. Attore-autore rivive i testi teatrali come composizioni drammaturgiche sorte da un’urgenza in cui il corpo grida attraverso le ferite ora con la furia del segno pittorico dei quadri di Francis Bacon, ora con la grazia incandescente del desiderio ostinato. Profeta della diversità, Manfredini ritrae vicende umane dal dolore innominabile, descrive vite ai margini della società, racconta di vittime sacrificali messe in croce da una maggioranza che non le accetta.

È’ il caso di Luciano, un folle divenuto oggetto di un diluvio di visioni, voci lontane che rompono il silenzio e la solitudine. Il personaggio è ispirato ad un paziente della comunità psichiatrica in cui Danio ha lavorato per molti anni. Un fascio di flebile luce introduce il protagonista che si contraddistingue per la camminata goffa, la postura sbilenca, i tic nervosi e la parlata biascicata. Lo scenario surreale e rarefatto sarà ben presto popolato da fantasmi dal volto spettrale, apparizioni e sparizioni, presenze che indossano maschere di lattice con cui Luciano interloquirà come a cercare qualcuno che sia disposto ad ascoltare questo suo sogno lucido. Pannelli neri e semplici, panchine e tronchi di alberi ricreano ambienti, situazioni divenendo di volta in volta discoteche, angoli di strada in cui trovano rifugio prostitute, bagni pubblici affollati da marchettari che si scambiano effusioni, cinema a luci rosse. Luciano si rivolge anche direttamente al pubblico a cui confida ricordi di infanzia, discorsi maniacali di una ossessiva fuga senza fine da uno sciacallaggio quotidiano. Isolamento, pazzia, omosessualità sono i temi centrali.

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E’ un personaggio singolare, piuttosto eccentrico che suscita il riso con aneddoti di vita e uscite strampalate eppure così umane, così vulnerabili. Monologhi preregistrati con stralci di rara bellezza come espressioni del tipo: “Ho un mattone sul cuore in questa notte che strazia”, “siamo stracci di luce forse in vita per niente” si alternano a musiche house e rock. E’ il caso di “Where did you sleep last night” dei Nirvana che irrompe a squarciare l’atmosfera calda di una donna appoggiata ad un albero mentre le mani di alcuni uomini le sfiorano il corpo. Diverse le suggestioni di cui è intrisa l’opera, l’ultima canzone che rimanda a Cafè Muller di Pina Bausch, Koltès, l’immaginario visuale di Kantor, il funambolo di Genet. Anche in “Al presente” l’ambito trattato è quello del disagio mentale. In una sala dal bianco asettico, richiamo di ospedali e ricoveri, un uomo dalla portata oracolare si muove con le mani in tasca come una palla da biliardo impazzita sulle note di “Miss You” dei The Flirts. Come nei disegni di Giacometti lo spettatore seduto di fronte alla tela- spettacolo non può che cogliere il personaggio se non nella sua fuga. L’opera può essere letta come un autoritratto. Il labirinto di impressioni ha inizio con la voce fuori campo: “I primi passi della mia vita li muovo nella casa di via Carducci. Emigriamo lì con tutta la famiglia .C’è anche il nonno, con lui passo molto tempo perché la mamma trova lavoro. La nostra è l’ultima casa in fondo la via…” E’ un uomo diviso a metà quello sul palco. Una parte immobile, giace in uno stato di apatia, senza ridere né piangere.

E’ un manichino. L’altra parte è quella di un uomo impaurito, in balia di ricordi e voci delle persone care che si intersecano fittamente al mondo contemporaneo. L’attore inquieto percorre una lunga diagonale spingendosi su di una sedia a rotelle e lanciando grida di dolore strazianti. Cala l’ombra e sul fondo scorrono diapositive di acquerelli con le delicata canzone “Gli angeli” di Vasco, una panchina, un parco, un vespasiano. Un altro brano di Vasco Rossi, “Sally” cantato da uno dei personaggi nella sua stanza di degenza rappresenta uno dei momenti più intensi. Registrazioni telefoniche di pazienti rimasti in contatto con Danio, veri e propri flussi di coscienza, l’Antico Testamento pronunciato nella sua semplicità lasciando parlare le parole, i testi trattti da “Lo straniero” di Camus sono tasselli di un grande puzzle. “Hai mai desiderato un’altra vita, io l’ho desiderata. Vuoi sapere come vedo quest’altra vita? Una vita in cui possa ricordarmi di questa. Io sono pronto rivivere tutto” dice l’uomo condannato a morte sulla sedia a rotelle, divenuta ormai sedia elettrica, in preda a spasimi e convulsioni, con il viso agonizzante. Una precisa radiografia del corpo che Manfredini è in grado di disegnare facendo poco, ma sempre con molta presenza. Un attore che si cancella, che toglie di scena approfondendo ciò che resta, l’essenziale.

I versi di Mariangela Gualtieri si intrecciano alle frasi di affetto e ai baci inviati dai pazienti, ai proverbi, alla musica di Ben Harper in un crescendo di sintassi sonora che culmina nel credo in un solo Dio, vero ascolto della visione, dove la musicalità dei versi amplifica i decibel dell’immagine. La tragedia universale è incorniciata da due frammenti di Woyzeck di Buchner e implode nella tragedia individuale di una schizofrenia galoppante. Il dramma di Woyzeck si consuma infine in una danza dionisiaca e furibonda tra musiche assordanti di discoteca. Nel teatro di Manfredini attraversare è la condizione. L’attore non scuote i suoi emotivi nervi estremamente compiaciuti, ma semplicemente evoca circostanze, come schiuma del tempo, prodotto eversivo della storia. Ci mostra come solo un’anima piena di disperazione possa raggiungere la serenità e che per essere disperati, bisogna aver molto amato il mondo e continuare ad amarlo. Sembrano essere quanto mai calzanti le parole tratte dalla «Conversazione con la morte» di Giovanni Testori per descrivere un artista come Danio: «Per me adesso è tardi; / per me la sera ormai è già qui. / Ma se da qui posso darvi una mano, / la mia, / questa vecchia, umiliata, sporca, / eppure ancor tremante mano: / se posso, da queste assi, ecco…aiutarvi… / il vagabondo se ne va, / se ne va il profeta della morte… / un giorno qualcuno sarà profeta di vita; / a me non è stato possibile. / A me è stato possibile solo dirvi questo: / riunite la morte alla vita. Riunitele… / così come sta accadendo a me / in un bacio, / nel bacio che vi do».

 

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