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Dal 15 novembre Una settimana, non di più… al teatro degli Audaci

Francesco Branchetti dirige Milena Miconi, Mario Antinolfi e Antonio Conte nella commedia che ha spopolato a Parigi.

Milena Miconi

Dal 15 al 25 novembre Francesco Branchetti porta in scena al teatro degli Audaci Una settimana, non di più…, l’esilarante commedia firmata dal giovane Clément Michel, definito dalla stampa francese il Feydeau dell’era moderna.

Branchetti, pluripremiato regista teatrale, dopo anni di teatro drammatico, torna con una commedia e con un nuovo cast: Milena Miconi, Mario Antinolfi e Antonio Conte.

La trama rispetta i canoni classici della commedia di situazione.
Paul è in un momento di crisi con la sua compagna Sophie, con la quale convive. Non si è innamorato di un’altra, semplicemente non la sopporta più e ogni notte sogna la sua dipartita in tutti i modi possibili: non ha però il coraggio di dirle che la vuole lasciare. Esasperato, attaccandosi ad un’affermazione di Sophie che la convivenza con gli amici troppo invadenti porta alla distruzione della coppia, decide di chiedere aiuto al suo migliore amico e di farlo rimanere a casa sua per tutto il tempo necessario a portare Sophie alla rottura. Un piano perfetto che avrà conseguenze imprevedibili. Martin accetta di trasferirsi, ma per “una settimana, non di più …” Inizia quindi una convivenza esplosiva caratterizzata da bugie, viltà e da una serie di situazioni paradossali e di colpi di scena che in un girotondo irresistibilmente comico ci condurranno ad un inaspettato finale.

A poche ore dal debutto, abbiamo incontrato il regista della nuova mise en place della commedia di Clément Michel, Francesco Branchetti.

 

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Francesco, perché è stato attratto da questa commedia?
Avevo voglia di tornare alla commedia pura di marca tipicamente francese, con la capacità di coniugare una comicità fortissima di situazione alla costruzione di personaggi spettacolari dal punto di vista teatrale. Sono dei personaggi che offrono possibilità di caratterizzazioni molto divertenti. Tutto questo, delineando i personaggi con un grandissimo acume psicologico. Niente è banale, niente è scontato, e questo la commedia francese lo offre molto spesso. Il testo non lo conoscevo: mi è stato proposto dal produttore, Mario Antinolfi e mi è subito piaciuto.

Uno di protagonisti, Paul, dice: “Martin, per lasciare qualcuno, hai bisogno di una componente molto speciale e in via di estinzione nell’uomo, ed è il coraggio. Io, come uomo, non ho questa componente. Capisci? Comunque, ho provato, ho ripetuto di fronte allo specchio un discorso di rottura, ma non potrò farlo”.

Qual è l’uomo che emerge dalla commedia di Clément Michel?
Un uomo che rispecchia l’uomo contemporaneo, che ha mille insicurezze, pieno di paure, soprattutto nei confronti della donna. Nel testo si indaga molto su questa fragilità del ruolo maschile all’interno della coppia. E trovo che sia molto vero, che ci sia un momento di grandissima insicurezza maschile, sia a livello generale, sia all’interno del rapporto di coppia.

Lei ha lavorato a lungo con Barbara De Rossi. Insieme avete portato in scena Medea, Il Bacio di Ger Thijs, Coro di uomo e di donna, Il diario di Adamo ed Eva. Tende ad avere collaborazioni durature. Con Debora Caprioglio ha lavorato per sedici anni, insieme avete fatto sei spettacoli. Come è nata la decisione di lavorare con Milena Miconi?
La mia collaborazione con Barbara De Rossi e con Debora Caprioglio continua. Erano diversi anni che volevo lavorare con Milena ed è capitata l’occasione con questo testo. Sto integrando i miei rapporti lavorativi con Milena e mi sono trovato benissimo durante le prove. Mi auguro che anche con lei possa nascere una collaborazione duratura. Sono tre attrici diversissime e questo, sul lavoro, è stimolante. La collaborazione lunga nel tempo, nasce dalla mia convinzione che più un regista conosce un attore, più riesce a tirar fuori il meglio. Fa parte della tradizione del grande teatro l’instaurarsi di collaborazioni lunghe tra registi e attori. Credo che la conoscenza dell’attore, che si sviluppa negli anni, permetta di dirigerlo meglio.

Lo scorso anno è stata portata in scena da altri attori, con delle rivisitazioni, ed è stato addirittura cambiato il titolo. Lei ha rispettato integralmente il testo?
Io, volutamente, non mi informo sugli allestimenti precedenti per non essere condizionato. Per quanto mi riguarda, rispetto sempre un testo. Anche in questo caso l’ho lasciato integrale, senza apportare alcuna modifica. Sono profondamente convinto che la regia sia ben altro. Credo nella fedeltà al testo e, se lo scelgo, vuol dire che mi piace. Se sentissi la necessità di cambiare le battute, preferirei non farlo. Se lo porto in scena è perché sono convinto che la scrittura sia convincente. Per questo non faccio mai cambiamenti sostanziali. Sono sempre molto fedele all’originale.

Molti lamentano che in Italia ci sia una sorta di monopolio della commedia, o che, comunque, i teatri preferiscano questo genere ad altri. E’ d’accordo?
Nella mia carriera teatrale, sono poche le commedie che ho rappresentato. Ho fatto prevalentemente drammi e tragedie. Credo che ci sia l’opinione diffusa che la commedia funzioni di più, ma non ho assolutamente sperimentato questa cosa. Secondo me funziona il teatro fatto bene, più che la commedia o il dramma. Non mi pongo mai la questione di fare la commedia perché funziona di più. Mi pongo solo il problema di portare in scena un testo che mi convince con degli attori che mi piacciono e con cui ho voglia di lavorare.

Oscilliamo tra il mito della commedia francese e la lamentela che in Italia non ci sia nuova drammaturgia. Qual è la sua opinione?
Trovo che la drammaturgia francese sia straordinaria, come lo è la drammaturgia inglese e come lo è quella italiana, che ho portato molto in scena fino a qualche anno fa. Il problema è che l’Italia ha favorito poco, a livello istituzionale, i propri drammaturghi. Credo che ci sia più un problema di poco aiuto ai propri autori. Però non è vero che non ci siano bravi autori in Italia. Sono poco favoriti dal mercato italiano, dai teatri italiani e dal teatro pubblico.

Una settimana, non di più… tre uomini e una donna che convivono nello stesso appartamento. Che tipo di comicità dobbiamo aspettarci?
E’ una commedia molto intelligente e divertente, che definirei speciale. Siamo in presenza di una comicità divertente, ma mai volgare. In questi anni, in cui domina una comicità sempre un po’ ammiccante alla volgarità, è importante poter portare in scena una commedia come questa, che non ha bisogno di niente che non sia delicato e aggraziato, dove la comicità scaturisce semplicemente dall’intelligenza.

Hypatia