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Da bambina giocavo a fare la regista. A tu per tu con Silvia Siravo

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Da bambina giocavo a fare la regista. A tu per tu con Silvia Siravo

Incontriamo Silvia Siravo, attrice emergente del teatro italiano, in scena al Teatro Quirino fino all’11 marzo con La Signora delle Camelie

In un teatro perennemente in crisi, ci sono giovani che studiano e fanno sacrifici per affrontare una carriera difficile e incerta.  Postit ha voluto conoscere Silvia Siravo una giovane promessa del teatro italiano, talentuosa, bella e simpaticissima, sul palcoscenico del teatro Quirino di Roma con La Signora delle camelie, dal 27 febbraio all’11 marzo, in scena con Marianella Bargilli (Margherita), Ruben Rigillo (Armando) e Carlo Greco, suo padre. La regia è di Matteo Tarasco. Silvia interpreta il ruolo di Prudence, un personaggio cinico e dissoluto, vittima di alcol e droghe.

34 anni. Figlia d’arte. Tuo papà è Edoardo Siravo, tua mamma è Anna Teresa Rossini. Com’è stato crescere in una famiglia di attori? Sia mio papà che mia mamma hanno fatto l’Accademia Nazionale di Arte Drammatica Silvio D’Amico, dove mi sono diplomata anche io. Papà ha recitato molto in televisione ma anche in teatro e, unico in famiglia, ha avuto una lunga esperienza nella Soap, perché ha fatto parte per otto anni del cast di Vivere. Mia mamma ha fatto molto teatro ma anche cinema. Io ho recitato prevalentemente in teatro, passione che mi hanno trasmesso i miei genitori. Fin da bambina ero dietro le quinte insieme a loro quando li seguivo in turnée. Stavo soprattutto con mia madre. Erano anni in cui le tournée duravano molto tempo. Stavamo fuori anche sei mesi. Era una vita da girovaghi, ma molto divertente, una bellissima giostra. È stato più difficile quando mi sono dovuta fermare a Roma per le scuole, mentre i miei genitori continuavano a viaggiare per lavoro. È una situazione un po’ complicata, perché al bambino dispiace vedere i genitori che vanno via e ai genitori dispiace lasciare il proprio figlio per un periodo di tempo così lungo.

Quindi non avresti voluto fare l’astronauta o qualcos’altro? Assolutamente no. Non ho mai voluto fare altro, forse perché loro l’hanno sempre vissuta con grande divertimento e leggerezza, per cui anch’io l’ho vissuta in quel modo. Già alle elementari volevo mettere in scena spettacoli, dei quali avrei curato la regia, e costringevo mia madre a fare dei contratti che facevo firmare alle mie amiche. Per me il teatro è stata la scelta più naturale. Finito il liceo mi sono iscritta all’accademia Silvio D’Amico, studiando tantissimo per sostenere l’esame d’ammissione. Poi ho fatto tanto teatro e tante esperienze diverse e, fin da giovanissima, ho recitato diverse volte con papà. Qualche dubbio sulla mia scelta l’ho avuto molto dopo, quando ho iniziato a fare veramente questo lavoro e mi sono resa conto di quanto sia difficile: devi fare più lavori insieme, non sai mai se avrai una continuità, se ti pagheranno. È un lavoro molto faticoso. Richiede un carattere forte per importi in determinate situazioni e per farti conoscere. Però ho superato le difficoltà, perché questo era quello che mi piaceva fare.

Essere figlia d’arte ti aiutato o ti ha creato delle difficoltà? Sicuramente in parte ti agevola, perché conosci già il mondo del teatro, hai più facilità ad incontrare le persone che ci lavorano, quindi, in questo, sei sicuramente facilitata; per altri versi il confronto è sempre dietro l’angolo e devi convincere più degli altri. Mentre tu vorresti solo trovare la tua strada. Questo è anche un lavoro artigianale, che una volta si tramandava di padre in figlio, quindi è bello che i tuoi genitori cerchino in ogni modo di passarti il mestiere, però è anche vero che lavori con loro e questo a volte può non essere semplice.

Hai avuto una vita diversa da quella dei tuoi coetanei. Cosa ti è mancato della vita dei tuoi compagni di scuola? Ci sono pro e contro. Hai la possibilità di visitare molti posti e di vivere in modo rutilante, sembra sempre una specie di Luna Park. Ovvio che, quando facevo un saggio o una partita di basket, e mio papà non poteva venire perché era in viaggio, ero dispiaciuta. È stata un’infanzia meno regolare, però molto affascinante, sorprendente. Mi ricordo che miei compagni, quando venivano a casa, erano affascinati dal mio mondo: mia mamma è sempre stata una donna molto accogliente, la casa sempre piena di ospiti; in questo senso era bello. Mancava l’aspetto delle regole, quel tipo di vita più classico.

Hai già interpretato tre figure femminili complesse: Ofelia nell’Amleto di Shakespeare, Mommina in Questa sera si recita a soggetto di Pirandello e, ora, Prudence ne La signora delle Camelie di Dumas. Come hai affrontato questi tre ruoli? Ofelia è stato un personaggio molto impegnativo. Recitavo accanto ad Alessandro Preziosi, che sono andata a vedere all’Eliseo, dove sta interpretando Van Gogh. Il lavoro che avevo fatto per interpretare Ofelia, mi ha aiutata anche a fare Prudence, una mantenuta, una donna molto cinica, che beve, fa uso di droghe e arriva in scena in uno stato di alterazione. Non è semplice da interpretare. Ho ripensato molto al personaggio di Ofelia, soprattutto quando impazzisce, per cui, per rendere il personaggio, devi entrare in scena perdendo ogni punto di riferimento pur rimanendo centrata: non è facile. Ricordo che feci molte domande, allora, su questo aspetto della recitazione, anche perché era una delle mie prime esperienze, e adesso il personaggio di Prudence mi ha fatto ricordare il lavoro fatto per interpretare Ofelia. Mommina è un altro personaggio meraviglioso e difficile. Io subivo quasi una violenza in scena; anche quello è stato un percorso spigoloso. Pirandello ti fa entrare nei meandri dell’animo umano con una precisione impressionante. Ogni sera che andavi scena scoprivi una cosa nuova.

Sei Prudence ne La Signora delle camelie al Quirino e una moglie tradita nel film Finché giudice non ci separi. Ti senti più a tuo agio in teatro o davanti ad una macchina da presa? Sono diversi. Io ho più esperienza con il teatro. A teatro devi amplificare tutto, mentre al cinema devi sottrarre, devi lavorare sulle sfumature, sulle piccole cose, non devi mai fare nulla in più. Sicuramente fare teatro mi aiuta a capire il cinema più velocemente. Il cinema ha le sue regole e, a volte, gli aspetti tecnici prendono il sopravvento. Un regista o un montatore possono far cambiare completamente il tuo lavoro. Sei meno cosciente di quello che stai facendo. A teatro c’è più lavoro sul personaggio, sullo sviluppo sul testo. Al cinema sei più in balia di altre figure che sono intorno a te: fai una scena pensando che sia andata bene invece c’è stato un problema tecnico, mentre altre volte sei tu che chiedi di poter rifare la scena perché pensi di poter dare di più. In teatro, invece, vai e reciti. Ci sei tu e c’è il pubblico. Non c’è la possibilità di rifare la scena, per cui ti devi lasciare andare. Comunque mi affascinano entrambi e non mi dispiacerebbe, in futuro, sfidarmi in altri ruoli cinematografici.

C’è una nuova generazione di attori talentuosi, ma il teatro è in crisi. Come affrontate questa situazione? Bisogna tenere duro e fare. Non è facile. A volte bisogna andare incontro ai produttori, altre volte bisogna autoprodursi. È un lavoro che fai a costo di grandi sacrifici, mettendo insieme più lavori. Ci sono estati che porti in scena cinque spettacoli diversi, perché ognuno dura pochi giorni. Non sono tempi facili ed è un peccato perché poi questo inaridisce il lavoro che fai. Non è difficile solo fare teatro. Anche il cinema affronta questa crisi. A volte, magari con tantissimi sacrifici, fai un’opera prima e non saprai se verrà distribuita o se riuscirai a fare altro. La cosa positiva è che teniamo la mente in allenamento.

Alessia de Antoniis

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