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Cuoredebole e come la felicità può render pazzi

La recensione di Alessia De Antoniis

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Una pedana quadrata due metri per due, una lunga scala bianca, un teatro dove gli spettatori e il palcoscenico non sono separati.

Nel quadrato solo due attori: Vassja, Enoch Marrella, e Arkadi, Edoardo Ripani.
Il quadrato, simbolo della terra, del pensiero razionale, figura antidinamica, rappresenta anche l’arresto ed esprime un senso di stagnazione. I due protagonisti non escono mai dalla pedana quadrata, bianca e nera, dove si svolge l’intera pièce.
Il quadrato della pedana rappresenta non solo lo spazio che contiene l’azione, ma anche i confini mentali di di Vassja e Arkadi, le loro aspettative.

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Il racconto giovanile di Dostoevskij, è la storia di due amici, colleghi e coinquilini che fino a quel momento hanno vissuto una vita “quadrata”, senza grandi sogni o emozioni; due persone apparentemente diverse che però condividono la stessa finta stabilità, che deriva loro dall’essersi adattati alla loro vita imprigionata. Vassja, un uomo dal “cuore debole”, vive imprigionato tra il suo complesso di inferiorità e il bisogno di riconoscimento da parte degli altri. Arkadi, che sembra più forte, in realtà non esita a ricorrere al ricatto morale quando il suo amico gli annuncia “Io prendo moglie”.

Marrella e Ripani riescono a trasmettere l’equilibrio precario e il rapporto ambiguo, a tratti morboso, che si è instaurato tra i due amici. Riescono ad animare lo spazio geometrico e claustrofobico con la loro fisicità, guidando lo spettatore nella trasformazione mentale del protagonista. Riescono a sfruttare la difficoltà nel movimento per esprimere la coercizione quasi fisica di un cuore ostacolato dalla mente.

Enoch Marrella, in qualità di regista e sceneggiatore, ha saputo trasferire sulla scena condizioni psicologiche che coesistono nella mente del protagonista, come la mancanza di stima, il senso del dovere, la dipendenza dall’opinione degli altri, la paura della felicità e la sensazione di non meritarla e, in ultimo, la pazzia. La pazzia: questo il modo di Vassja per evadere dalla sua prigionia mentale. E scompare usando l’unica via di fuga sempre esistita sulla scena: la lunga scala bianca che parte dalla pedana quadrata per perdersi in alto, oltre la vista dello spettatore.
Arkadi, invece, lascia la sua vita quadrata attraverso la via del cuore. Lui è l’unico personaggio a camminare fuori dal quadrato e lo fa attraverso una presa di coscienza che è anche la chiusura del racconto del grande scrittore russo: “Il mio cuore allora fu come inondato da un fiotto di sangue improvviso che ribolliva di colpo per una qualche possente sensazione fino allora sconosciuta, come se solo allora avessi compreso perché era impazzito il povero Vassja, che non era riuscito a sopportare la sua stessa felicità”.

Alessia de Antoniis