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“Coppia aperta quasi spalancata”: omaggio a Dario Fo e Franca Rame

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“Coppia aperta quasi spalancata”: omaggio a Dario Fo e Franca Rame

di Diana Morea

Giovedì 28 marzo, sul palco storico del teatro Parioli, Lidia Miceli e Alessandro Moser sono andati in scena con “Coppia aperta quasi spalancata”, testo con atto unico scritto nel 1983 che nasce da una crisi reale di coppia di due grandi custodi della comicità: Dario Fo e Franca Rame.

Rappresenta una delle commedie più popolari che in Germania ha riscosso un tale successo, da essere proposta in ben trenta teatri contemporaneamente. La frizzante pièce racconta la bizzarra storia di due coniugi ed è stata riadattata in questo caso alla luce della lettura data dai due artisti. La coraggiosa Antonia (Lidia Miceli), protagonista con un nome proprio e mille sfumature di donna, incarna l’archetipo di tutte le donne tradite dal proprio uomo. Sin dalla prime battute si rivolge al pubblico, interlocutore privilegiato, a cui confida, con punte di amara ironia, quanto sia complicata la “sopravvivenza” tra le mura domestiche. Il palco, senza particolari scenari, è allestito con un tavolo e due sedie e diventa sfondo, grazie al suggestivo e minuzioso dosaggio di luci, delle schermaglie amorose dei due interpreti. Gli attori fanno il loro ingresso, da una parte lei in abito da sposa che si chiude in bagno colta da un raptus suicida, e dall’altra lui in giacca e cravatta che la supplica di non fare fesserie. La tragedia scoppia puntualmente quando Antonia scopre una nuova relazione del marito (Alessandro Moser), e le sue ripetute infedeltà conducono la povera donna a mille crisi, tanto da pensare più volte di farla finita con un colpo di pistola. La situazione come in una scenetta da sitcom si fa decisamente triviale quando il marito ipocrita e opportunista cerca di trovare le più disparate tra le scuse per giustificare le sue marachelle, arrivando addirittura ad addossare la colpa alla politica. L’uomo ha persino l’ardire di portare a casa una sua amante, di giovane età e che, secondo il suo modo di pensare, la moglie dovrebbe accettare senza farsi troppi problemi.

Anche se sull’orlo di una crisi di nervi, pur di continuare a stare vicino al marito, Antonia decide di accettare umiliazioni e di essere trattata come la scarpaccia vecchia di una relazione ormai ridotta al pancotto. Così tra dialoghi e monologhi sfrontati si snodano gli episodi più assurdi. “La fedeltà è una condizione indegna incivile”- dichiara a gran voce il cinico Uomo, per tirare acqua al suo mulino. Pure il pensiero di contraccambiare il marito trovandosi un altro compagno risulta impossibile per la sconsolata Antonia, i cui tentativi di ammodernare il guardaroba, curare il proprio aspetto tra intense sedute di jogging e diete alimentari sono del tutto vani. Nel frattempo, la casa coniugale viene infestata dalle “topine” (per dirla con le parole della protagonista) collezionate dal marito e sparse qua e là in ogni angolo. La riduzione all’osso della sua femminilità è narrata dalla protagonista con toni così vivaci che è impossibile non provare un filo di compassione per le sue sventure. Attraverso questa atroce satira si scopre che in Italia, il paese bigotto per eccellenza, il termine ‘coppia aperta’ non è altro che una formula di comodo utilizzata per mettere una pezza alle scappatelle del marito, mentre la donna per ragioni spesso culturali e psicologiche è costretta a subire senza avere la possibilità di accedere per davvero a quella libertà a cui teoricamente avrebbe diritto.

“La coppia aperta deve essere aperta da una parte sola, (quella del maschio che può costruirsi il suo harem), se è aperta da entrambe le parti poi ci sono le correnti d’aria”- si legge sempre nel testo. Soltanto quando nel cuore di Antonia si insidia un nuovo uomo, giovane e intelligente, libero docente a Pisa con cinque lauree, che sa fare lo slang americano e scrive canzoni d’amore, il marito sembra accorgersi dell’esistenza della moglie, del suo disperato bisogno di essere amata e rispettata. Lentamente sarà Antonia ad evolversi e ad affermare se stessa, al di fuori dell’assetto familiare. In un flusso continuo di ricordi, rimpianti, confessioni e dissacranti verità appaiono ben riuscite le prove dei due attori che hanno concesso durante un’ora e mezzo di spettacolo non poche risate al pubblico presente. Di grande spicco e versatile la personalità di Lidia Miceli che ha saputo calibrare le parti comiche, sfruttando l’utilizzo di diversi dialetti, dal napoletano al milanese, a quelle più dolorose. I due personaggi entrambi, vittime di sé stessi, compiono un cammino speculare ironico nella loro rispettiva disperazione, che li condurrà ad esiti sorprendenti per ricordarci che amare è volere il bene dell’altro. L’ironia lascia alla fine il posto alla riflessione di temi ancora oggi spinosi quali la parità tra sessi, la liberalizzazione della vita coniugale e la precarietà delle relazioni.

Foto di Francesco Falciola

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