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Binasco porta in scena Moliere

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Binasco porta in scena Moliere

La recensione de Il Don Giovanni, presentato al Teatro Argentina di Roma dall’8 al 20 gennaio.

di Katia Flacco 

C’è attenzione al rapporto con il pubblico nell’opera di Moliere messa in scena da Valerio Binasco: il linguaggio e persino l’abbigliamento ci conducono in scene familiari. La modernità non è provocazione in questo spettacolo, ma accoglienza: ci viene tesa una mano, per essere naturalmente condotti nella scena. E Don Giovanni, secondo la tradizione dell’opera portata in scena per la prima volta nel 1665, non accusa l’usura del tempo ma anzi, è una specie di bear che quasi gioca con l’iconografica archetipica omosessuale. E si confessa a cuore aperto: lui ama dell’amore, totalmente, solo la fase della conquista, ma poi il suo interesse cade a piombo, una volta che la (s)fortunata donzella, di qualsiasi forma, rango sociale, età, si sia dichiarata “sua”. La nostra società fluida riecheggia di questo gioco nevrotico dello “sposatore seriale”. Ci identifichiamo anche nella flebile voce del servo che gli fa la morale, una morale basata sul solo timore della punizione e non sul riconoscimento di valori umani. In quest’opera senza età l’umanità non si salva, ipocritamente incanalata nel Sistema bigotto dove colui che lo provoca, Don Giovanni, sembra l’unica intelligenza viva in un mondo di timorati.

 

DON GIOVANNI
di Molière
regia Valerio Binasco
con (in o. a.) Vittorio Camarota, Fabrizio Contri, Marta Cortellazzo Wiel, Lucio De Francesco, Giordana Faggiano, Elena Gigliotti, Gianluca Gobbi, Fulvio Pepe, Sergio Romano, Ivan Zerbinati
scene Guido Fiorato, costumi Sandra Cardini, luci Pasquale Mari, musiche Arturo Annecchino

Don Giovanni di Molière, emblema della seduzione e simbolo della rivolta della libido contro le remore della teologia, torna in scena nella versione diretta da Valerio Binasco, originale e al contempo fedele al testo. Il personaggio comparve per la prima volta nel dramma di Tirso de Molina El burlador de Sevilla y Convidado de piedra, ma è con Molière che ha acquistato spessore, divenendo un vero e proprio mito della letteratura europea. Una commedia in prosa, in cinque atti, dove centrale risulta il protagonista, verso il quale convergono tutte le scene, e in cui forte è la tematica religiosa in relazione alla sua funzione morale e alla società.
Il libertinaggio di Don Giovanni si rivela un atto profondo di ricerca di libertà, anche quando sfocia nella blasfemia o nell’ateismo. Un eroe-criminale solitario che non teme di portare avanti la sua sfida contro Dio. L’unico a difendere i principi della fede e della religione è il bizzarro servitore Sganarello che tuttavia crea un’umoristica confusione tra credo e superstizione. A trionfare è dunque, l’immagine del libertino empio e immorale proprio come ci tramanda la tradizione alla quale il regista si affida: «Quel che provo a fare, è mettere insieme quello che come regista e attore ho imparato da diverse fonti, dai maestri, dalle esperienze passate. Oggi avvertiamo un’urgenza sacrosanta: ossia di recuperare il rapporto con il pubblico. Per questo, dobbiamo fare l’impossibile per renderci comprensibili, per emozionare ogni spettatore, per non farlo sentire “estraneo” rispetto all’opera»

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